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Acqua

Acqua Copertina

Grazia Palmisano

Illustrazione di Ellepi Illustrations


«Adesso?»
«Adesso.»
«Alla tua età non dovresti.»
«La mia età è perfetta.»
«Fai come ti pare.»
«Farò come mi pare.»
La cucina rimase vuota, la cena consumata a metà, le pentole da lavare nel lavello, Elvira diretta verso la camera da letto, Fausto verso l’ingresso per indossare il cappotto.
Il profumo dell’arrosto circolava per casa, avvolgendo l’armadio, occupando il salone, e spingendosi più avanti, fino agli accappatoi nel bagno, appesi uno accanto all’altro, rosso per Fausto, viola per Elvira. Stesa sul letto, Elvira pensava a Fausto, che se ne andava verso la palestra e lo trovava assurdo.
Fausto si avvicinò alla segretaria. La ragazza gli offrì il più amabile dei sorrisi.
«Buonasera, vorrei iscrivermi a uno dei vostri corsi. Mi interessa il sollevamento pesi.»
«Non credo che, voglio dire, cioè, aspetti un attimo. Vado a chiedere.»
«Faccia con calma, ho l’eternità davanti a me.»
Fausto sorrise a sua volta e si mise a curiosare fra gli opuscoli. Foto di maschi nerboruti, femmine toniche, denti abbaglianti, cosce scolpite. Avrebbe saputo far di meglio col suo Photoshop casalingo.
Gli si parò davanti un tizio che sembrava il 3D delle immagini appena sfogliate.
«Mi dica.»
«Mi dica lei, io stavo parlando con la signorina, che però doveva chiedere qualcosa a qualcuno. Mi è concesso il sollevamento pesi?»
Il 3D parve per un attimo in imbarazzo, solo un attimo.
«Nella vita si deve poter provare tutto.»
“Certo, se pago, è tutto concesso”, pensò Fausto in silenzio, immaginando una stellina scintillante sui canini di quello che doveva essere l’allenatore.
«Direi che si può cominciare dal corso base.»
Il 3D si era rivolto alla ragazza, che iniziò a cercare i moduli.
Quando Fausto rientrò a casa Elvira aveva rimesso a posto la cucina, il buio aveva preso il posto dell’odore di arrosto e l’unico suono interno era quello del frigorifero. Fuori, lungo il corso, le auto sfrecciavano rumorose. Appese il cappotto, andò in bagno e raggiunse Elvira a letto. Lo sapeva che non dormiva, ma non disse niente, sistemò il corpo in modo da non sfiorarla e rimase con gli occhi aperti, ricordandosi di quando non potevano addormentarsi se non tenendosi per mano. Allungò le dita, c’era qualcosa di strano sul lenzuolo, come se avesse urtato un cubetto di ghiaccio. Ritrasse la mano, si girò e si addormentò.
Il primo allenamento, l’indomani, andò bene. Nello spogliatoio molti lo avevano scambiato per l’addetto alle pulizie. Quando poi lo videro infilare tuta e scarpe cominciarono a ridacchiare. Arrivato accanto agli attrezzi, la sua presenza ebbe il potere di fermare almeno una decina di esercizi. Arrivò l’allenatore.
«Cominciamo dalla trazione alla sbarra con zavorra.»
Fausto confrontò i pesi degli altri con quelli che gli erano stati assegnati per allenarsi. Sorridente e determinato, iniziò.
Rientrò a casa con animo leggero e soddisfatto, appese il cappotto e si avviò per svuotare il borsone della roba da lavare.
«Hai fatto cadere del ghiaccio uscendo.»
«Proprio no.»
«Invece sì, qui e qui.»
Elvira indicò i punti, con sguardo accigliato.
«Ti ripeto di no.»
Continuò a camminare verso il cesto per la biancheria.
«Vuoi darmi retta?»
Fausto si fermò, girando la testa per guardarla.
«Elvira, ti dico che non posso aver fatto cadere cubetti di ghiaccio da nessuna parte.»
«E allora da dove arrivavano?»
«Non lo so, dal soffitto, dagli alieni, dall’essudazione del parquet, non ne ho idea.»
Elvira sospirò, disse:
«I parquet non trasudano ghiaccio.»
«Il nostro sì perché gli piace la granita.»
Lei non rise alla battuta, risentita, perché era accaduta una cosa stranissima, e lui non le dava retta.
Mangiarono e andarono a dormire. Fausto era sereno e rilassato, piacevolmente indolenzito dai primi esercizi di pesistica. Quasi dimentico della distanza che c’era ormai fra di loro, allungò la mano. La sensazione della notte precedente era più intensa, come se dal materasso arrivasse uno spiffero. Rimase immobile, con le dita nel punto in cui aveva percepito il cambio di temperatura. Permaneva, simile a un guanto gelido. Allungando ancora di più le dita verso Elvira, la sensazione aumentava. Ritrasse la mano, si girò per dormire ma continuò a pensare all’acqua nei due punti che lei gli aveva indicato, a quel gelo strano.
I successivi tre allenamenti, fino al sabato, furono con il peso fisso e la ripetizione in aumento, così l’allenatore aveva definito la sequenza assegnata. Fausto si sentiva bene, indolenzito ma bene. I sorrisetti di scherno non cessavano, ma avvertì che qualcuno cominciava a guardarlo con interesse.
Lasciò la palestra con il consueto gran sorriso alla segretaria, che lo aveva preso in simpatia, e tornò verso casa.
«Guarda tu stesso, questa volta non ho asciugato.»
Le chiazze d’acqua partivano dalla camera da letto e arrivavano fino alla porta di ingresso.
«Elvira, ne so quanto te.»
«Io però non sono uscita, puoi essere stato solo tu.»
«A far cosa?»
«A lasciare quell’acqua.»
«E questo lo hai deciso tu.»
Scocciato se ne andò verso il bagno col borsone da svuotare.
«E se per favore te la lavi da solo allora la tua biancheria.»
«Che vorrebbe dire?»
«Quello che ho detto.»
Gli lasciò anche il secchio col mocio fuori dalla porta del bagno e se ne andò in cucina. Fausto la raggiunse.
«Non possiamo mica continuare così.»
«Hai ragione, forse è meglio lasciarci.»
«Dopo trent’anni insieme ci lasciamo per dell’acqua sul pavimento?»
«E per il freddo che entra a letto quando vieni a dormire.»
Fausto, piccato, disse:
«Quello è già lì quando arrivo.»
«Dal mio lato è caldo, è quando arrivi tu che sento un gran freddo.»
Si allontanò senza più risponderle. Sollevò i coperchi delle pentole per vedere cosa ci fosse di buono da mangiare. Apparecchiò e le lasciò il campo libero per spadellare e impiattare. Seduto a tavola col cellulare accanto, cercava spiegazioni per il fenomeno dell’acqua, senza arrivare a nessuna soluzione utile.
A Elvira quasi cadde di mano la pentola:
«Guarda!»
Fausto seguì la direzione del cucchiaio di legno che puntava proprio verso di lui.
«Cosa?»
«Là!»
«Smetti di urlare, per favore.»
Si abbassò e la vide: una chiazza d’acqua sotto la sedia.
«Va bene, e allora?»
«Ma come, e allora? Lo vedi che sei tu? È sotto la tua sedia.»
Cominciò a innervosirsi anche lui.
«E allora io potrei dire che la gallina che canta ha fatto l’uovo. Basta dai, mangiamo.»
La cena fu silenziosa e carica di ostilità. Fausto se ne andò a fare una passeggiata, lei non lo seguì, non le piaceva più uscire di sera.
Quando rientrò, invece di andare a letto, Fausto recuperò una coperta in camera e si sdraiò sul divano.
«Che fai lì?»
Elvira gli stava toccando una spalla.
«Cerco di dormire senza farti raffreddare.»
«Non essere sciocco, vieni a letto.»
Lui si tirò su imbronciato.
«Sono diventato il freddo, per te.»
«Smettila.»
Gli prese la mano e lo tirò piano per farsi seguire, poi si infilarono sotto le coperte. Quando Fausto provò di nuovo ad allungare la mano sentì un lieve tepore.
Si svegliarono al suono delle campane domenicali della chiesa lì accanto. Fausto andò in bagno per la doccia, Elvira verso la cucina per bere un bicchiere di succo.
«Oh no!»
Fausto uscì di corsa, non aveva ancora iniziato a lavarsi, la raggiunse in cucina.
Una chiazza d’acqua larga quanto il tavolo. Elvira disse sconsolata:
«È uno spiritello dispettoso.»
Si avvicinò per abbracciarla, disse:
«Ma no, per quello ci deve essere in casa un bambino.»
Lei disse:
«Tu sei un bambino.»
Risero entrambi, stringendosi più forte, lui le spostò una ciocca grigio castano dalla fronte, disse:
«Se avrai un poco di pazienza tra un mesetto vedrai che bei muscoli che avrò.»
«Sei pazzo del tutto.»
«Non è per questo che ti piace stare con me?»
«Può darsi.»
Smise di colpo di sorridere, guardando oltre la spalla di Fausto, lui si girò, già in parte immaginando cosa avrebbe visto. Altra acqua, dal bagno.
«Intanto vado a fare la doccia, mi vesto e vado giù a chiedere se hanno chiazze di umido sul soffitto.»
Passando davanti alla porta aperta della camera si accorse di un luccichio sotto il letto, altra acqua. Forse aveva ragione Elvira, era uno spirito, ma lui non credeva ai fenomeni paranormali.
Di sotto si agitarono temendo ci fosse un problema, ma Fausto disse che era solo così, per sapere, che non c’era niente per cui allarmarsi.
Per far stare tranquilla anche Elvira, la invitò al cinema:
«Danno Risvegli, pare sia bello, tanto l’acqua è comparsa anche con te in casa, usciamo, vieni con me.»
Al rientro, sembrava tutto a posto. Il lunedì mattina, quando Elvira uscì per fare la spesa, vide l’avviso di riunione straordinaria condominiale: erano state rinvenute chiazze d’acqua per le scale. Si sentì avvampare, temendo che identificassero il loro alloggio come fonte del guaio. Si guardò intorno, era tutto asciutto, sgattaiolò fuori in silenzio. Svoltato l’angolo chiamò Fausto:
«Hai visto l’avviso? C’è lo stesso problema per le scale.»
«Buono, vorrà dire che il problema si è stancato di stare a casa con noi, a scongelarsi come una platessa fuori frigo.»
Lui rideva e lei alla fine, forse per il sole che le scaldava il viso, o per gli alberi che cominciavano a fiorire, o perché era stanca di quel gelo fra di loro, rise a sua volta:
«Mi sa che hai ragione. Ti serve qualcosa dal supermercato?»
«Un tuo bacio.»
Elvira riagganciò, e camminò fino al Penny Market.
Piccole pozze d’acqua evaporavano dai suoi passi in disgelo.