Gabriella D. Guerra
Illustrazione di Rosa Maria Di Molfetta
Un giorno si svegliò ai piedi del letto spandendo affannosamente il torace e con un forte formicolio al piede sinistro. Non fece caso alla strana posizione; dapprima lottò contro le palpebre, poi sforzò la propria mente e anche le mani al risveglio. Il primo suono chiaro del mattino fu quello dell’acqua piovana che riscendeva giù dai tubi grigi, mentre il resto dell’abitacolo restava ovattato e remissivo.
Si figurò il volto della città mutata dall’inverno, che da giorni ostentava la sua presenza indossando le vesti più distinguibili: cielo plumbeo, acquazzoni e nubifragi. Quel giorno, persino il comune malessere che saltuariamente lo affliggeva si era manifestato nei suoi abiti più consumati, impedendogli di divincolare gli arti dal materasso del letto. Nessun impegno riusciva a vincerlo; ma per fortuna, capitava che proprio quel giorno non avesse nulla da fare, se non rivedere le bozze di un articolo. «E sia» disse «non opporrò resistenza.» Fu solo il richiamo del bagno, a cui difficilmente si può dire no, a spingerlo al di fuori del letto dopo qualche ora.
Non mangiava da un giorno, ma sentiva lo stomaco pieno. Si rimise a letto e immaginò che tutta l’acqua della buia Laguna, incantata da uno Spirito immortale, lasciasse la baia e tutti i porti, per defluire nel suo appartamento, dapprima pian piano, centellinando goccia dopo goccia come un lavandino che perde, fin ad arrivare a un livello talmente avanzato da sollevare il letto. Il flusso a quel punto si sarebbe trasformato in un getto violento, distruttore di ogni parete e finestrella occlusa. Forse lui sarebbe sopravvissuto, lo Spirito acquifero gli avrebbe permesso di vivere e raccattare le poche cose a portata di mano, come la foto di sua madre da giovane sul comodino, un cappello di feltro oramai insozzato e la moka senza manico né caffè. Lo Spirito lo avrebbe portato per qualche tempo con sé, sempre adagiato sul materasso del letto, mostrandogli paesaggi diversi, coste e lontane valli da un’altitudine superiore ai duemila metri, senza mai fargli sollevare il busto. Quello Spirito si sarebbe rivelato, più in là nel sogno, l’immagine stessa del Tempo, sbriciolato e indistinto pensiero, figurato dal volgersi e incresparsi delle piccole onde che gli passavano accanto senza mai sfiorarlo. Fino al tardo pomeriggio, la veglia venne eclissata dal sonno, il quale imperava in ogni oggetto poco illuminato dell’appartamento.
Di miraggi così straordinari, non ne aveva mai sperimentati in precedenza.
Verso sera, con il cielo quieto e già schiarito, raccattò i suoi lembi assopiti nella trapunta di lana a quadretti gialli e, appoggiandosi al davanzale della finestra aperta sulla piazza, respirò l’aria fredda, umida e salmastra: senza ripari gli occhi strabuzzarono, urtando, come prima cosa, la luce sospesa dei lampioni lustrati dall’acqua. In un secondo momento, essi si soffermarono su una figura in ombra, apparentemente molto alta, ferma alla fine della piazza vuota. Quando la sua vista si schiarì del tutto, riconobbe il profilo di una giovane donna, avvolta in una grande sciarpa bruna allo stesso modo in cui lui era infagottato nella trapunta. Ciondolava sul posto, ogni tanto si guardava intorno infreddolita. Probabilmente, pensò, stava aspettando una persona.
Lui sentì una sorta di stizza verso il ritardatario o la ritardataria, che la faceva attendere al freddo da diversi minuti. Dopo qualche tempo, la donna iniziò ad attraversare la piazza, in direzione del suo palazzo. A lui, che la guardava fisso dall’alto, il suo passo parve leggerissimo, affine a quello degli uccelli. In effetti, sembrava proprio sul punto di prendere una rincorsa e poi spiccare il volo, ma, invece, si arrestò a qualche passo dal suo portone. Il volto era proteso in alto verso una finestra qualche piano più in basso del suo.
Le mani le tenevano la sciarpa alta sul mento, alcuni ciuffi chiari sfuggivano dal cappello; sebbene lui non riuscisse a distinguere nitidamente i tratti del viso, la figura di lei, svelatasi essere leggermente più minuta, gli era già cara. D’un tratto capì cosa destasse l’attenzione di lei: uno dei suoi vicini, il dottor Zima, aveva l’abitudine di mettere verso sera uno dei suoi dischi, solitamente la colonna sonora di qualche vecchio film. Quella sera era la volta di Arianna, un film di Billy Wilder, con Audrey Hepburn e un Gary Cooper parecchio attempato ma sempre affascinante.
La donna fece un ulteriore passo in avanti, la luce calda delle finestre la avvolse, e una luminosa gioia sbarazzina nacque sul suo viso. Ora, individuata la fonte di quella nostalgica sinfonia, si lasciava andare ondeggiando avanti e dietro; le mani, libere dalla stretta della sciarpa, ricadevano giù, lungo il corpo sinuoso di colpo accalorato. Lui sorrideva teneramente nel contemplarla e, svincolatosi anche lui dal peso della trapunta, fece per sporgere il busto, con la speranza di essere visto. Difatti, lei, sorpresa da quel movimento estraneo, alzò nuovamente il capo e fu solo per un breve attimo che i loro occhi s’incontrarono, prima che lui subito si allontanasse di qualche passo dalla finestra maledicendo la sua timidezza. Pensò di scendere in quell’istante così com’era, ma c’era la possibilità di infastidirla, se non addirittura spaventarla. Lentamente, si riaffacciò alla finestra e con rammarico la vide già al punto di partenza, dalla parte opposta della piazza. Andava incontro a una persona, ma non volle fare attenzione all’altra figura, cosicché rimanesse indistinta. Li vide avviarsi, ma, prima di addentrarsi in una calle che l’avrebbe oscurata definitivamente alla sua vista, lei volse il capo per un istante verso la sua direzione. Lui allora si slanciò, facendole segno con il braccio. «Torna!» gridò qualche secondo dopo, già troppo tardi.Non si scoraggiò e anzi, prese a immaginare. Prima o poi, sentiva che l’avrebbe rivista. Lei, tornata soltanto per riascoltare la musica dalla finestra del dottor Zima, avrebbe udito la sua voce chiamarla dalla finestra. «Attendimi, ti prego!» le avrebbe detto dolcemente e subito sarebbe apparso dal portone venendole incontro.
Le avrebbe illustrato tutto il repertorio musicale del dottore: lunedì era il turno di Casablanca, martedì Viale del Tramonto, e così via.
A distanza di tempo, per le calli avrebbero incontrato il dottor Zima. Lui l’avrebbe presentata al dottore e teneramente si sarebbero stretti la mano: «Dottor Zima! Ma lei sa che proprio grazie a lei ci siamo incontrati? Eh sì, il suo vinile, quello del film di Billy Wilder con Audrey Hepburn e Gary Cooper, è stata proprio quella canzone… il mio portafortuna!»
Pieno di questi pensieri, contemplò la sua immagine allo specchio, che sorrideva di rimando.
Il viso riposato, con le rughette sulla fronte levigate, gli parve quasi bello.
“Per una volta” pensò “non sono illusioni poi tanto amare.” Di colpo sentì di aver fame. Il frigo era quasi vuoto. Si promise di fare una grande spesa l’indomani.
Mangiò un uovo al tegamino e, ravvolgendosi nuovamente nella trapunta, revisionò l’articolo.


