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Baby blues

Baby Blues copertina

Herman Sapo Descontento

Illustrazione di raff.inthebox


Il prato è soffice sotto i piedini nudi, l’erba rigogliosa pare non soffrire dello scalpiccio incerto della bambina e si risolleva ogni volta dopo il suo passaggio. A pochi metri, la madre è china, un falcetto nella mano destra, erbacce strette nel pugno della mano sinistra. Libera un ranuncolo da graminacee e farinacci con fendenti precisi. La piccola Lucia ha un cappellino di tela che le ripara i riccioli biondi dai raggi del sole. Le sue risate si intrecciano al ronzio degli insetti e allo stridio delle cavallette nane. Una colonia di formiche fa scorta delle briciole di biscotti cadute tra i ciuffi d’erba.
Il volo innocuo di un bombo spaventa Lucia, che scappa senza un grido verso il sicuro porto materno. Manuela non sente la figlia arrivare né la vede, accecata dal sudore salato che le brucia gli occhi.

Piange Lucia, il morbido polpaccio roseo le fa male nel punto in cui i denti del falcetto hanno strappato le carni. Piange Manuela, pulisce tremando la ferita sporca di terra, ruggine e sangue, prima di fasciarla stretta per fermare l’emorragia. Ha paura Manuela, vecchi fantasmi tornano a stringerle il cuore. La voce di Claudio, il padre di Lucia, le rimprovera di essere una cattiva madre, prima di andarsene cercando di portare con sé la bambina. La sua depressione, le crisi di pianto, i sensi di colpa, le ansie. Lo chiamano baby blues, sembra il nome di una ninna nanna invece è una spirale verso l’inferno. Credeva di essersi lasciata tutto alle spalle, di essere una donna nuova, una madre migliore. Il terrore che Lucia venga portata via la paralizza.
Stringe la figlia tra le braccia, le accarezza le guance rigate dalle lacrime. Le dice che non è niente. Non è niente.

Una cattiva madre è molto peggio di una madre cattiva. La seconda è bersaglio dell’acrimonia di una creatura soltanto, di cui forse nemmeno le importa. La prima, al contrario, è biasimata da tutti, impotente di fronte ai rimproveri silenziosi negli occhi della gente. Per questo Manuela nasconde l’incidente, si barrica in casa, avvisa la scuola d’infanzia che Lucia starà a casa qualche giorno.
La bambina continua a lamentarsi, il dolore la tormenta giorno e notte. Non sa spiegare che la gamba le pulsa come se il sangue all’interno cercasse uno sfogo per uscire, non sa descrivere il senso di vuoto al petto dovuto alla tachicardia, i brividi, il tremore. Dice soltanto «Ho male», oppure «Ho freddo», perché queste sono le cose che riesce a comprendere.
La madre non ha risposte, dice che è normale provare dolore e presto si sentirà meglio. Arriva persino a convincersene. Le infila una supposta di tachipirina nel sedere ogni sei ore per combattere la febbre, ma questa non si abbassa. Si arrabbia, rimprovera la figlia stessa di non fare nulla per guarire, arriva persino a urlare contro la piccola cose terribili ma si pente in fretta e torna presto a sussurrare parole d’amore e conforto mentre le bacia la fronte ardente e sudata.

La febbre è scesa. Anzi, si potrebbe dire che adesso la pelle della bambina è decisamente fredda. Nel rifare la fasciatura Manuela ha spurgato una raccolta di siero incidendo la pelle con un ago arroventato sulla fiamma del gas. La ferita ha un aspetto orribile, comprende sfumature che vanno dal nero al giallastro. La pelle tutto intorno si è riempita di macchie, piccoli punti rossi in rilievo, quasi un messaggio per le dita tremanti della madre, cieca alla gravità della situazione. Manuela si illude, ne ha disperato bisogno, si sforza di essere ottimista per la scomparsa della febbre, la interpreta come un principio di guarigione. Si sarebbe quasi convinta a esserne felice, non fosse per i gemiti incessanti della figlia. Lucia delira, ripete all’infinito parole senza senso, ma agli occhi della madre diventano normali farfugliamenti di una bambina convalescente. Tuttavia la nenia incessante la logora, la donna sta esaurendo le energie nervose e fisiche. Lascia la bambina, avvolta come in un bozzolo in un fresco lenzuolo pulito, a riposare sul divano e va in cucina a sciogliere in un bicchiere d’acqua ghiacciata due cucchiaini di sali minerali.

Quando torna, la bambina ha smesso di piangere. Manuela la guarda allungando il collo dalla sedia del salotto sulla quale è crollata sfinita. Le basterebbe avvicinarsi ancora un poco per accorgersi che ha smesso anche di respirare. Invece resta seduta, le braccia poggiate sul duro piano di legno del tavolo, sulle labbra un sospiro di negazione che scambia per sollievo.
Resta in quella posizione finché il sole non tramonta, la casa si fa buia e i gomiti le fanno male per la pressione che devono sopportare. All’improvviso non riesce più a fingere. Una crudele lucidità le spreme un urlo lancinante dai polmoni. Si alza dalla sedia e raggiunge la figlia, si inginocchia davanti al corpicino gelato. Piange tutta la notte con il viso affondato nel petto immobile di Lucia.