ovvero
l’assurda fine dell’inenarrabile
vita di Alex Mitchell
Graziana Patanè
Illustrazione di Monica Alletto
Nella religione indù la vacca è il più sacro di tutti gli animali e la personificazione di tutti gli dei. Tutto, della vacca, è sacro, compresi sterco e urina. Ucciderne una è un peccato odioso e mangiarne la carne è un atto peggiore del cannibalismo.
Sarebbe interessare tracciare la storia di tale credenza, penetrarne l’origine ed esaminarne i risvolti attuali, e se la vicenda che ci apprestiamo a narrare fosse stata ambientata in India non saremmo venuti meno a questo compito. Ma, purtroppo per noi, Alex Mitchell nacque e visse a King’s Lynn, cittadina portuale nella contea del Norforlk e, paese che vai, usanza che trovi: le vacche in Gran Bretagna vengono da sempre allevate per essere uccise e mangiate, fatto che ci rende impossibile addentrarci negli usi e costumi della venerazione della femmina bovina, quantomeno in questa nazione. Ordunque, bando alle vacche che, oltretutto, con Alex Mitchell il Caso vuole non c’entrino niente.
Il Caso aveva invece voluto che Alex Mitchell fosse un uomo comune, un uomo della cui vita non c’è nulla da raccontare. Ogni buona lettrice e buon lettore saprà o, se non lo sa per certo, lo avrà comunque immaginato, che dietro ogni narrazione ci sono uno studio, una ricerca, un approfondimento che la narratrice compie prima di apprestarsi a scrivere. Neppure nelle opere di pura fantasia le scrittrici riescono a sottrarsi a ore di indagini, inchieste, investigazioni per raccogliere tutti i pezzi che le porteranno a comporre il loro puzzle. Ah, fossero già tutti i pezzi racchiusi all’interno di una scatolina e bastasse alzarne il coperchio e procedere con gli incastri! Nossignore! I pezzi vanno raccolti: due in un articolo trovato sul web, dieci in un libro, tre in un altro, quattro su un giornale e via discorrendo. E che dire delle volte in cui si crede che si troverà qualche pezzo e invece il risultato è zero? O di quelle in cui si rinvengono solo doppioni di pezzi già trovati? “Non trovo niente o niente di nuovo!” urlerà la scrivente nella solitudine della stanza che ha scelto tutta per sé. Ne seguiranno lamenti disperati che nessuno udrà, contemplazioni di pagine bianche e di soffitti, torture che una parte di sé infliggerà alla parte che vorrebbe scrivere “te l’avevo detto che non sei capace, lascia perdere, è tutto inutile, non riesci neanche a trovare le tessere del puzzle, come mai vorresti metterti a scrivere sul serio?”, finché stanca, in un impeto di nervosismo e di estrema depressione, la parte accusata non prenderà la scatolina per lanciarla contro una parete: allora il coperchio si aprirà, i pezzettini raccolti si rovesceranno sul pavimento e… magia! Eccoli combinarsi tra loro. Un minimo aggiustamento per qualche pezzo volato più distante, incapace di incastrarsi da solo, e si può osservare un disegno. Ora non resta che trasformarlo in parole.
Di disegni, per la vita di Alex Mitchell, non ne erano invece comparsi punto: che puzzle si può infatti pensare di creare con tre misere tessere? Era marito; padre (quantomeno per deduzione visto il ritrovamento di una notizia relativa a una nipote cui, nel 2012, fu diagnosticata la sindrome del QT lungo, malattia cardiaca ereditaria che provoca un allungamento del tempo elettrico necessario al cuore per ritornare, dopo ogni battito, nella condizione di riposo); muratore. Nessun aneddoto, ricordo, vicenda, opinione o ossessione da approfondire. Ogni lettore e lettrice converrà dunque su quanto già dichiarato sin dal titolo: la vita di Alex Mitchell risulta inenarrabile e non per un eccesso di meraviglia, terrore o complicazioni, ma proprio a causa della loro mancanza. Ma, forse per una legge d’equilibrio a cui nulla vieta di credere soggetti anche il Caso o magari il Destino, la morte, avvenuta il 24 marzo 1975 sul divano di casa, contrariamente alla vita, è emersa in tutta la sua narrabilità. Ma per raccontarla bisogna tornare indietro alla prima metà degli anni ‘60 e trasferirsi all’università di Cambridge. Neppure qua il Caso ci fa incrociare vacche, che restano pertanto bandite, ma al loro posto tre studenti: uno di legge (Tim Brooke-Taylor), uno di medicina (Graeme Garden) e uno di lingua inglese (Bill Oddie). I tre s’incontrano. E cosa fanno tre studenti che s’incontrano? Ne incontrano un quarto: Graham Chapman, che fa incontrare loro John Cleese. E poi Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones e Michael Palin. E cosa ci si può aspettare da un insieme di studenti? Feste, alcol e droghe? No, no, no! Sono studenti seri, i nostri, e difatti si mettono seriamente a studiare: innumerevoli modi per far ridere la gente. Completato lo studio, si separano: da una parte i primi tre che si faranno chiamare The Goodies, dall’altra il resto col nome di Monty Python.
Nel novembre del 1970 i The Goodies compaiono sul canale televisivo BBC2 con una serie che verrà trasmessa fino al febbraio 1982: 76 episodi della durata di circa mezz’ora. Ed è con questo show che torniamo a King’s Lynn, nel salotto di Alex Mitchell che, giunto ai cinquant’anni della sua inenarrabile vita, dal suo divano, non se ne perde una puntata. Almeno fino a quella domenica di marzo del 1975. È già seduto, ha da poco finito di cenare, la moglie gli è accanto. Le campane della chiesa di St. Margaret suonano, ma Alex non le sente: la finestra è chiusa ed è appena cominciata la sigla del settimo episodio della quinta stagione.
♪♪♪ Goodies, goody goody yum yum ♪♪♪
Tim, Graeme e Bill cavalcano tre delfini gonfiabili sventolando un panama.
Alex sorride.
♪♪♪ Here we come into town,
getting up, falling down ♪♪♪
Kung fu Kapers
Tim e Graeme, all’interno di un appartamento, si esercitano nel kung fu.
Alex ride.
Graeme ferma Tim per consultare un voluminoso manuale.
Alex ride ancora. Ma ride ancor di più quando entra Bill che rivela ai due amici di essere un maestro dell’Ecky Thump, arte marziale del Lancashire. La tecnica di combattimento si basa su una profonda disciplina della mente e dello spirito. E su un’arma segreta.
La moglie di Alex viene contagiata dalla risata continua del marito, si chiede se abbia mai smesso da quando è cominciato lo show. Ma Alex ha gli occhi fissi sullo schermo: Bill sta per svelare l’arma segreta dell’Ecky Thump: il black pudding, una sorta di salame il cui colpo atterra qualsiasi avversario. Davvero, Alex non ha mai riso tanto nella sua inenarrabile vita, ha le lacrime agli occhi.
«Meno male che manca poco alla fine!» esclama la moglie dopo un po’ guardandolo divertita. Giusto un paio di minuti e lo show sarà terminato.
Alex si porta una mano al petto mentre Tim, Graeme e Bill corrono verso un dirupo a bordo di un carrello che non riescono a frenare. Cadono giù, come Alex che dal divano scivola a terra.
♪♪♪ Hey … why don’t you give us a shout
May – be we can work it out
Aaah … come on and don’t be shy
We’ll lead you to a better life,
Goody Goody Goody ♪♪♪
«Alex!» lo chiama la moglie. Ma Alex è a terra, stecchito.
Quei trenta minuti di risate continue furono accusati della sua assurda fine. Ma la pigra Giustizia, talvolta, si prende tempi un po’ lunghi. Occorsero trentasette anni affinché il riso venisse scagionato dall’accusa: la vera colpevole era una malattia. Ricordate la nipote affetta dalla sindrome ereditaria del QT lungo? Quando le fu diagnosticata nel 2012 si capì che anche il nonno aveva sofferto, ignaro, della stessa patologia. Ride bene chi ride sano, penserà ogni lettrice o lettore, nel tentativo di trarre un insegnamento. Del resto ogni essere umano è così: un bipede alla ricerca continua di un senso all’interno di un mondo insensato. Ma il senso dell’assurda fine di Alex Mitchell non è contenuto, per chi scrive, in quanto finora raccontato, ma in un biglietto che la moglie inviò ai The Goodies qualche mese dopo la scomparsa del marito:
“Thanks for making his final thirty minutes so enjoyable.”
Potessimo tutte e tutti avere trenta allegri e piacevoli minuti finali! Certo, meglio sarebbe che la morte ci cogliesse più in là ché di questi tempi c’è poco da ridere, figurarsi riuscirci per mezz’ora, oggi che altri esseri umani vengono trattati come le vacche al di fuori dell’India: se nati nella parte di mondo sbagliata finiscono ammazzati. Mutilati. Bombardati. Trucidati. Banditi con lo sterminio.
Ma è solo responsabilità del Caso che li ha messi là dove non hanno colpa di stare. E la Giustizia è pigra, si sa.


