Alessandra Peluzzi
Illustrazione di Ivania Maturana
Vi do un’informazione anatomica su di lei. Tutte le persone che calcano la nostra Terra ripongono i propri organi all’interno di un sacco che prende il nome di peritoneo e che contiene stomaco, intestino, milza, fegato bla, bla, ma non il cuore. Lei di questo sacco ne era interamente sprovvista e invece era ricolma di una sorta di slime molto denso, più duro di uno skifidol e più elastico di una caramella gelée, formato da una fitta rete di molecole che potevano stendersi e allungarsi fino a plasmarsi in sottilissimi fogli o lunghissimi fili. Questa sostanza era il collante che teneva insieme i suoi organi e che saturava le intercapedini del suo corpo: le piccole anse che si formano quando l’intestino si ripiega su sé stesso, lo spazio tra i rivoli al delta dei capillari e soprattutto quel vuoto nel petto dove di solito si cela il cuore.
Lei, infatti – e forse questa informazione anatomica è più saliente della precedente – del cuore era altrettanto sprovvista. O meglio, l’aveva, ma in una forma incomprensibile per qualsiasi cardiologo. Il suo cuore era diluito come gocce di colorante rosso nella gelatina del paté. Per questa ragione non lo si poteva trovare nel petto, sotto lo sterno, in mezzo ai polmoni, ma era diffuso per tutto il suo corpo, lungo i suoi arti, ristagnante nelle pieghe di ascelle e ginocchia, in cima allo stomaco o appena sotto la superficie della fronte. Il suo cuore le irrorava le labbra, i polpastrelli e qualche volta anche lo sguardo. In questi ultimi momenti capitava che lo slime diventasse più fluido, un’occorrenza che era leggermente più frequente almeno da un po’.
Quella sera in particolare, ipnotizzata da iridi, pupille e brillantini aranciati presi a poco prezzo su Amazon, specchiandosi in quell’altro sguardo che scivolava a tempo col suo nel vuoto tra i beat della musica techno, lo slime pareva gorgogliare. A ogni passo sincopato si infrangeva in onde dense contro le pareti del suo corpo, colpendola sulle costole, le guance, le ginocchia e l’inguine. Aveva l’impressione che a momenti sarebbe sgorgato fuori da lei, ma non temeva che succedesse. Infatti, anche se un evento del genere avesse comportato la perdita del cuore, pensava che l’avrebbe smarrito volentieri in quel ballo sfrenato, in quegli occhi dorati, in quel ritmo insistente che non lasciava scampo al silenzio.
Sarà che per la seconda volta nella sua vita si era fatta di emme, una droga che, in combutta con quella sua inusuale anatomia, comportava effetti imprevedibili anche per i più esperti utilizzatori. Sarà che per la prima volta ballava con lei e poi le parlava, sfiorandole l’orecchio con le labbra.
«Mi sento da Dio! Mi sento un’alga. Dio è un’alga! Guarda come sono molle!»
Lei rideva e rideva anche l’altra.
«Sono contenta che ti senti bene! Vedi che non c’era da aver paura! Dimmi cosa provi! È bello?»
Lei ci pensava su e rispondeva: «Mi piace tanto! Mi sento soddisfatta, lucida, ma soprattutto mi sento un’alga! E mi sento da Dio! Dio è un’alga!» Ripeteva: «Guarda!»
E via a ballare imitando né Dio né un’alga, ma piuttosto uno di quei personaggi composti di tubi gonfiabili che si dimenano fuori dagli store americani. “Che poi” si diceva, agitandosi in quel modo scoordinato “la vita sulla terra è nata proprio grazie alle alghe, quindi Dio…” Ma incrociando quell’altro sguardo perdeva il filo del discorso. “Che occhi” si diceva ora “che occhi, che viso, che labbra, che occhi, che occhi…” e man mano che ballava perdeva anche questa stringa, l’ultimo pensiero rimasto, sfilato da un orecchio, o uno sguardo, o chissà.
Così di lei restava solo una testa vuota e un corpo gorgogliante di slime, ma l’altra non si sa come non se ne accorgeva.
«Sei bella!» le diceva avvicinando i loro volti.
Era l’altra quella bella. Ma a sentirselo dire lei si emozionava lo stesso, e perciò, complice l’emme e quella sua strana anatomia, si impalava lì fissa a guardarla.
«Sei bella!» ripeté l’altra ridendo. Poi le prese il volto tra le mani.
Lo slime a questo punto era di una consistenza indecifrabile. Nello spettro della materia che va da solido come un masso a liquido come un’onda, stava esattamente a un estremo e anche all’altro. Lei per un attimo rimase radicata a contemplare questa sensazione che la brinava e la sublimava allo stesso tempo. Dunque si riscosse, indispettita. Come osava quell’altra giocare così col suo cuore diluito? Credeva forse ci fosse da scherzare con quel che aveva dentro? Allora le rispose in tono di sfida: «Tu sei bella!» urlandole in faccia sopra la musica.
Ma quella non arretrava, non si scomponeva, sorrideva e basta.
«Tu, tu, tu! Bella, bella, bella!» ribadiva.
E siccome una avanzava e l’altra non arretrava e nessuna delle due era disposta a rinunciare al proprio intento, finì che furono costrette a baciarsi.
È sempre difficile descrivere un bacio, ma ora ci provo e per immedesimarmi chiuderò gli occhi, quindi perdonatemi per gli errori di ortografia.
Le labbra scuvolavano le une sulle altre. L’attenzione era tutta lì e da nessunaltra patre: sulle labbra e quello che sta oltre: la lingua, i denti, l’ugola, la laringe, il palato, la gola, le gengive. Ma per il momento erano solo le labbra a toccarsi, ad accarezzarsi, a bangarsi le une delle altre. Ed erano morbide ed erano morbide, ed erano sue ed erano sue ed erano sue, di quella cosa così incredibile che aveva di fronte. E allora cercava il resto di lei, dell’altra, e le predneva il capo tra le mani e le accarezzava le guance e l’attirava a sé e voleva andare oltre. E anche l’altra voleva lo stesso e chissà come non si accorgeva che lo slime aveva iniziato a fuoriuscire.
Che se l’avesse notato non l’avrebbe presa per mano, ma invece lo fece lo stesso. E pur stringendole la mano, non si accorse che i polpastrelli colavano di gocce limpide come stalattiti e i palmi grondavano d’acqua come ninfee e i dorsi sudavano condensa come cibi surgelati. Prese la mano di lei e non si accorse di nulla. Se la portò alle labbra e la baciò fissandola con gli occhi incorniciati dalle gocce. Poi alle dita si sostituirono ancora le labbra, ma solo per un istante.
«Che succede?» domandò lei, vedendo che l’altra si scostava.
Questa la guardava con aria stralunata. Che se ne fosse accorta? Lo slime ormai era totalmente liquido e sgorgava dal suo corpo come dai fori di uno scolapasta, ma nel cogliere quella strana espressione sul volto dell’altra, ghiacciò di colpo. Aveva freddo.
«Mi è salita fortissimo. Possiamo uscire un attimo da qui? Ho bisogno di prendere un po’ d’aria.»
Lei annuì, ma senza prendere iniziativa. I movimenti le risultavano difficili a causa della consistenza plastica che aveva assunto il suo organismo. Fu l’altra a guidarla fuori dalla calca e a invitarla a sedersi, non appena ebbero raggiunto il prato. Lei esitò temendo di rompersi le ginocchia come una Barbie e, scoprendosi incolume, prese ad accarezzarle per lenire il dolore che non c’era stato.
«Scusa, mi è salita tutto d’un tratto. Avevo bisogno di prendere aria, ma ora va già meglio. Tu come stai?»
Le mancavano le parole, fissava l’altra senza riuscire a trovarle. I brillantini che incorniciavano i suoi occhi mandavano una luce giallastra e appassita. Le iridi verdi e castane, che fino a poco prima sembravano bruciare, erano grigie di cenere. Il suo incarnato dorato si era scrostato come bigiotteria di scarso valore. Com’è che di colpo si era allontanata così tanto? Abbassò lo sguardo e ritrovò le sue ginocchia. Continuava a massaggiarle eppure non sentiva il calore delle proprie mani.
«Ho le mani fredde?» domandò all’altra senza guardarla.
Questa gliele prese e lo confermò: «Sì, sono un po’ fredde. Dammi che te le scaldo.»
Lei ritirò in fretta i polsi.
«Me le tengo io le mie mani. Lasciamele» si sfregava i palmi e attorcigliava le dita.
«Si sono svuotate d’un tratto. Ci sono le ossa, ma il resto è asciutto.»
Scrocchiava le dita cercando di romperle.
«Mi si è seccato lo slime.»
L’altra non capiva niente, ma sentiva montare la paura. Nonostante questo cercava di mantenere la calma. Per fortuna in quell’istante passarono alcuni amici.
«Ragazzi, ehi! Potete portarci un bicchiere d’acqua? Qui si sta seccando lo slime e dovremmo reidratarlo. Fate in fretta, per favore.»
Tutte queste parole lei le sentiva e non le sentiva. Continuava a torchiarsi e non pensava ad altro che alle sensazioni che parevano mancare. “Le ginocchia” le tastava “sono a posto. Le sento che sono belle piene, ossute dove ci sono le ossa e carnose dove c’è la carne. Sono le mani che proprio non vanno. Che succede alle mie mani? E il cuore. Dove l’ho messo il cuore?” Lo cercava dentro di sé ma non riusciva a trovarlo. Che fosse sgorgato fuori di lei, diluito nello slime? Allora si guardava intorno chiedendosi dove potesse essere. Immaginò che bagnasse di rugiada il prato, che dissetasse la terra arida della pista, che i vestiti dell’altra ne fossero impregnati. Per non perdere quel poco che le era rimasto, richiuse il petto contro le ginocchia e si abbracciò gli stinchi.
«Ho perso il mio cuore» spiegava all’altra perché comprendesse la situazione «è sgorgato fuori, mischiato con lo slime, e ora me ne resta pochissimo. Non voglio perderne altro.»
Le bruciava il petto. Lo slime rinsecchito le incrostava i polmoni e a ogni movimento sentiva tirare come capita con le brutte sbucciature. Cercava il suo cuore, ma a causa dell’ansia non guardava bene: se non trovava niente là dove aveva posato lo sguardo, virava subito in un’altra direzione, salvo poi tornare indietro, senza mai prestare abbastanza attenzione. In questo movimento frenetico anche l’altra, accanto a lei, si ridusse a una coordinata dove cercare sé stessa, non dissimile dall’erba secca o dalla terra sottile. Ma quella, che non era consapevole di questa svilente ri-categorizzazione, provava a comportarsi come una persona nonostante non lo fosse più: le prendeva le mani e cercava i suoi occhi.
«Ehi. Va tutto bene. Mi era salita un po’ male, ma ora sto bene. Sono qui con te, ok? Adesso arriva l’acqua e vedrai che ti farà bene. Mi guardi, per favore?»
L’altra cercò di prenderle il viso, ma lei la respinse col disgusto che si riserva agli impostori.
«Stammi lontano, non voglio che mi tocchi!»
«Non mi piace che mi tocchi e non mi piace che mi guardi.»
«Voglio andare via da qui, ma non voglio andarmene così.»
«Non voglio andarmene così.»
«Non voglio.»
«Non voglio.»
«Voglio stare qui.»
Sentiva che le ultime gocce stavano evaporando.
«Ale, ehi, va tutto bene. Va tutto bene Ale, te lo prometto. Rimaniamo qui, ok? E se vai via per un pochino, va bene lo stesso. Resto qui e ti aspetto.»
Ale era il suo nome. Le piacque sentirlo pronunciare.
«L’importante ora è che bevi un po’ d’acqua. Così, qualsiasi cosa succeda, sei idratata. Non è una buona idea partire per un viaggio disidratati. E nemmeno tornare, se è per questo.»
Ale acconsentì a bere. Si voltò verso l’altra evitando il suo sguardo. Invece trovò le sue mani e il bicchiere da 0.6 litri col logo del festival. “Le mani” si disse“le riconosco. Sono proprio le sue. Mi piace che sono così grandi e che non tremano mai, nemmeno con l’emme. E mi piacciono le sue unghie perché hanno lo smalto giallo e le sue dita perché sono lunghe e le sue nocche perché sono tonde e le sue falangi perché sono sottili.”
«Mi piacciono le tue mani» riassunse.
Allungò le proprie verso il bicchiere, facendo attenzione a evitare quelle dell’altra, bevve metà del contenuto in tre sorsi da 0.1, fece una breve pausa, poi bevve anche il resto. Il bicchiere vuoto lo rese a quelle mani, a quelle dita e a quelle nocche, ma non a quello sguardo che si rifiutò di incrociare.
«Voglio stare qui» ripeté ancora una volta rivolgendosi alle mani. Il mantra era lo stesso di prima, ma Ale si sentiva un po’ più calma. Il merito però non era dell’acqua: era scivolata rapida nel suo organismo, ma, come capita quando piove sulla terra arida, non aveva permeato la crosta di slime che lo foderava. No, il merito non era dell’acqua perché invece che reidratare le sue membra ristagnava in superficie ingorgandole le orecchie, opprimendole la gola e tappandole gli occhi con cui fissava le mani dell’altra che notando il suo sguardo, le schiuse.
«Sono qui, Ale» la rassicurò.
Ale annuì: «Posso prenderti le mani?»
L’altra stese le dita, poi lasciò che si richiudessero: «Certo che puoi.»
Fu Ale allora che con cautela avvicinò le proprie mani a quelle altre e dopo una breve esitazione iniziò ad accarezzarle. Sfiorava i palmi lisci e sorvolava le colline di falangi, falangine e falangette. Poi ripartiva dal fiume dei polsi, verso l’altopiano del carpo e man mano che acquisiva sicurezza si concedeva di tastare con più forza. Passò dalle carezze al tocco e alla fine si ritrovò a stringere quelle mani tra le sue.
«Scusami, Ele.»
Ele era il nome dell’altra, le piacque pronunciarlo.
«Scusami se ti ho fatto preoccupare. Non volevo farti preoccupare» spiegò senza ancora riuscire a sollevare lo sguardo.
Ele non disse nulla, ma le strinse le mani.
«Scusami» ripeté Ale.
Sentiva che l’acqua che aveva bevuto, e che ora ristagnava, spingeva per farsi strada oltre il suo sguardo, ma decise che era meglio trattenere le lacrime. Piuttosto si concesse di sollevare di qualche centimetro la sua attenzione. Così, oltre alle mani, vide gli avambracci. La pelle morbida all’interno era di qualche tonalità più chiara rispetto a quella ruvida, ricamata di peli biondi, che stava all’esterno. Ale sentì l’impulso di baciarla, ma si trattenne. Sollevò ancora lo sguardo, con prudenza, e trovò le braccia tanto forti da poter scorgere i fasci dei muscoli. Di nuovo sentì l’impulso di baciarle, ma ancora si trattenne. Lo stesso avvenne quando risalì per il collo, oltre la mandibola, lungo le guance, sfiorando le labbra, fino ad arrivare ai brillantini. Ele era di nuovo lì accanto. I suoi occhi tremavano di una luce tenue, incerta, ma trovando lo sguardo di Ale si addolcirono.
«Ehi ragazze, va tutto bene?»
A interromperle era la voce maschile di un terzo e poi le sue braccia che si strinsero attorno alle spalle di entrambe. Ad Ale piacque quella sensazione. Si sentiva richiusa come in uno scrigno. Tra il prato e il braccio, ecco dove si trovava.
«Ciao Gianvi. Ora va meglio, credo. Mi sono svuotata di tutto il mio slime e quello che resta si stava seccando.»
«E adesso non si secca più?»
«Aspetta, fammi controllare…»
«Bevi un po’, prima» le porse un altro bicchiere da 0.6. Ale bevve giusto un piccolo sorso, poi glielo rese. Anche Walter e Ceci si erano seduti con loro.
«Stai meglio?» domandò qualcuno.
«Stavo giusto controllando…»
Studiandosi le mani con rigore scientifico constatò che erano tornate a funzionare. Le articolazioni scivolavano l’una sull’altra, le dita erano magre ma calde e i palmi erano belli pieni.
«Va meglio, ma ci vorrebbe una caramella» sancì.
Ceci ne aveva sempre le tasche piene e Ale lo sapeva. Gliene porse una alla fragola, il suo gusto preferito, già scartata: «Che ne dici se chiacchieriamo un po’? Ci racconti cos’è successo?»
Ale ci pensò su succhiando la caramella. È probabile che quelli si aspettassero un monologo e invece dovettero accontentarsi di poche parole.
«Ele stava male e poi mi sono spaventata» riassunse.
Cercò il suo sguardo all’altro capo dell’abbraccio di Gianvi, ma lei scrutava altrove. Dovette aspettare qualche istante perché, sentendosi presa in causa, si voltasse.
«Mi sa che ci siamo spaventate a vicenda» sorrise cauta.
«Mi sa anche a me» fece Ale e, come il suo sorriso si allargava, si allargava anche l’altro.
«Sei bellissima» fece Gianvi, e non Ale, a Ele. Ma Ale concordava.
«Posso darti un bacio?» fece ancora Gianvi e non Ale. Questa volta Ale non concordava per niente.
«Forse è meglio di no…» notò Walter.
«E forse è meglio che andiamo a prendere altra acqua…» notò Ceci.
I tre si alzarono lasciando il resto della sottrazione sul prato a guardarsi. Senza quel braccio che la racchiudeva al suolo, Ale si sentiva alla mercé dei venti, allora si issò sui palmi, sollevò il sedere e dondolò accanto a Ele. In questo modo le loro spalle si toccavano e l’un l’altra si sfioravano le dita. Senza chiederle il permesso, Ale prese la mano di Ele e ne baciò il dorso. Anche il dorso le piaceva, sebbene prima non ci si fosse dilungata.
Alle loro spalle la festa era un ecosistema a sé. Benché il palco fosse all’aperto, pareva di distinguere i confini della pista, il tetto, le porte di uscita e i bagni dietro i tronchi degli alberi. Anche la musica, che pure avrebbe potuto liberarsi per tutta la spianata, sembrava smorzata da pareti invisibili e lo stesso succedeva alle luci strobo.
«Volevi baciarlo, Gianvi?» domandò Ale con gli organi sottosopra. “Forse si stanno atrofizzando per la mancanza di slime” pensò, giusto il tempo che le era concesso di pensare, mentre l’altra lì accanto era così bella.
Ele scoppiò a ridere: «No che non volevo baciare Gianvi.»
Gli organi di Ale furono colti da nuovi e inspiegabili fenomeni anatomici.
«Vuoi baciare me, allora?» propose.
Ele annuì silenziosa, poi avvicinò il viso a quello di Ale.
È sempre difficile descrivere un bacio, soprattutto quando un bacio è tanto bello. Chiudo gli occhi, ma non prometo niente. Mi è già capitato che le dita, sgoccioladno, inceppassero la tastiera.


