Lorenzo Salone
Illustrazione di Coltre
Sulla grondaia ascoltavamo il suono dei macchinari.
Grande Grigio ce l’aveva detto: «Si ricordano a malapena che esistiamo.»
Io e Adagio ci conoscevamo da poco. In una scuola elementare, piccoli implumi ci correvano contro ridendo, per spaventarci. Parlavano di farci fuori con dei fucili e cucinarci. Mentre loro fantasticavano sul nostro sterminio, noi seguimmo la scia di molliche di pane lasciata da uno stupido piccolo implume. Erano buone. Uno spreco tremendo. Finito di mangiare, volammo sul sottotetto di una palazzina.
Io ero pronta. Adagio aveva grandi ali screziate di bianco e un corpo piccolo che però trasmetteva un grande calore. Il frutto di quel calore fu depositato proprio lì, in quel sottotetto. Il traffico di Roma conciliava il sonno ai piccoli esemplari che si schiudevano e mormoravano i loro primi versi nel tepore dell’autunno.
Adagio trovò un bar lì vicino, dove implumi sbadati lasciavano incustoditi i loro avanzi alla nostra svelta e silenziosa foga; Adagio li beccava per metà e poi li lasciava a me, che ero esile e zoppa. I cibi più succosi sono sempre quelli dai colori più brillanti. Le mani degli implumi si agitavano per scacciarci. Noi ci tiravamo indietro, aspettavamo, e poi ritornavamo al nostro banchetto.
Due dei tre piccoli morirono.
Arrivammo su un enorme cilindro fatto di travi di ferro, dove io scelsi la posizione del prossimo nido. Dormivamo sempre vicini, le teste ritratte nel corpo.
Quel mattino facemmo la conoscenza di un altro esemplare: Grande Grigio. Grande Grigio era una leggenda: diciotto primavere d’età, grosso, fiero, minaccioso. Una vita piena di avventure, vissute di città in città. Raccontava storie dal Sud: lì il Caldo era arrivato a picchi incredibili, le campagne andavano a fuoco ogni giorno, tanto che ormai ci si era dimenticati il vero colore del cielo; alcune città erano state sommerse dal mare; migliaia di implumi correvano in cerca di riparo come facevamo noi ogni giorno. Quelle storie ci intrattenevano, come intrattiene sempre il dolore altrui, quello che non ci riguarda.
Eppure, Grande Grigio insisteva: «Ci riguarda eccome.» Diceva che presto la nostra città sarebbe stata infestata da un altro popolo: peggio dei parassiti, peggio degli implumi. Li si chiamava Grandi Alati Bianchi. Arrivavano spinti dal Caldo; si nutrivano del nostro cibo e delle nostre carcasse. Io non li avevo ancora mai visti, e non credevo che esistessero. Grande Grigio raccontava tante storie, in fondo.
Nutrivo i miei piccoli con rimasugli di cibo trovati nel pantano di un cassonetto sciolto, ribaltato, i suoi preziosi doni versati sul marciapiede alla mercé dei parassiti volanti. Adagio aveva un palato fino, e continuava ad andare ogni giorno allo stesso bar, per depredare i vassoi degli implumi ingrati.
Grande Grigio tornava ogni tanto per raccontarci altre storie. Una di queste, la più assurda, era di un implume vecchio e fragile di nome Prato (per via del prato di fili bianchi che aveva sulla faccia). Ogni giorno, in un parco, Prato dava da mangiare quintali di briciole, non della migliore qualità ma comunque dignitose. Lui e Grande Grigio riuscivano a capirsi – così G.G. diceva – e dopo ogni pranzo nascevano fra loro delle fervide conversazioni su tanti argomenti: la vita, la morte, il Caldo…
«Non mi credi?»
«Noi capiamo loro, ma loro non possono capire noi» rispose saccente Adagio.
«Ne sei sicuro?» lo incalzò Grande Grigio.
E Adagio partì con la sua solita tiritera: «Noi un tempo eravamo i loro compagni. Sono stati loro a renderci intelligenti. Ci hanno insegnato il linguaggio implume, perché potessimo portare i loro messaggi da una finestra all’altra. Quando li servivamo ci nutrivano, ci tenevano al caldo. Ci volevano bene. Poi sono arrivati i macchinari e di noi non hanno più avuto bisogno. Siamo rimasti senza casa; rifiuti, creature inutili, come gli altri parassiti. E i Grandi Alati, il Caldo…».
«Oh, il Caldo…»
«… sono parte del loro piano per sterminarci.»
«Non è così che funziona il Caldo. Me l’ha detto Prato.»
«Sei uno stolto.»
«Sono gli implumi a essere stolti. Si stanno facendo del male da soli. Non lo controllano, capisci, Adagio?»
«Stento a credere che siano così stupidi. Ci odiano.»
«Si ricordano a malapena che esistiamo.»
«Non fidarti di loro.»
«Stanno cercando una soluzione: al Caldo, agli incendi, al fiume in secca, alle alluvioni…»
Io restavo in disparte, la testa già ritratta, pronta al sonno. Però quel discorso mi intrigava. «Che soluzione?»
«Non ti immischiare.»
Obbedii.
Adagio mi trattava male a volte, ma mi teneva calda la notte.
«Attento a sparare sentenze, Adagio. Potrebbero davvero essere dalla nostra parte…» disse G.G., e volò via, lasciando il mio compagno di vita scosso e vibrante di rabbia.
«Come fa a credere a un implume?»
«Io mi fiderei di Grigio.»
«Questo Prato non esiste. Oppure gli ha mentito. Oppure è un pazzo. Gli implumi stanno facendo tutto questo per ucciderci. I loro piccoli si divertono a torturarci. Gli adulti non ci fanno mangiare. Per loro siamo sporchi e malati? Bene, allora io e te, sporchi e malati, continueremo a sporcare e ammalare, e quando questa città brucerà noi resteremo vivi solo per vederla bruciare!» Il suo collo ondeggiava avanti e indietro. Io lo osservai ipnotizzata, ammaliata dalla forza giovanile delle sue membra.
Rubavo resti di cibo da un piccolo implume che piangeva, rosso e innocente, assettato in un macchinario a rotelle spinto dalla madre. Piangeva come i miei piccoli, che crescevano nel nido fra le travi. Grande Grigio e la sua storia avevano lasciato in me un residuo di speranza sciocca, insensata, che proprio nella sua insensatezza cresceva. Ero ossessionata dall’idea che noi e loro potessimo comunicare.
Così, sorvolai il parco dove si trovava Prato. Li vidi: la sommità della testa bianca dell’implume, circondata da una quarantina di esemplari grigi, e G.G. davanti a tutti. Sembrava davvero stessero conversando.
«Ti sbagli.»
«Fidati di me! Li ho visti parlare!»
«Taci.»
«Ascolta, lo so che sono tarda, lenta e stupida. Ti chiedo soltanto un favore, una volta sola, ed è questo: seguimi, andiamo lì domani. Se non troverai ciò che cerchi, se Grigio ha mentito, non ti chiederò più nulla.»
Adagio mi beccò, aggressivo. Poi acconsentì alla mia richiesta.
Il parco era una chiazza di verde contornata da vie trafficate.
Atterrammo sul marciapiede opposto in un frullio d’ali. Volevo che ci avvicinassimo a Prato zampettando, confondendoci fra gli altri esemplari. Siccome Adagio era ancora titubante, iniziai ad avanzare io. Oltrepassai la linea bianca sull’asfalto, il confine disegnato dagli implumi.
Io però ero zoppa e lenta.
Adagio mi sorpassò di malumore, zampettando verso il parco. «Va bene, vediamo se ne vale davvero la pena.»
Poi, una folata di vento opaca.
Io arretrai svolazzando, e atterrai con un tonfo confuso. Adagio era stato falciato da una ruota. Al suo posto, c’era una sagoma di piume orridamente piatta. Le sue ali erano divaricate in una mostruosa posa orizzontale. La testa era polverizzata in una fontana di sangue. Rosso vivido.
I cibi più gustosi hanno sempre colori brillanti.
Il macchinario si fermò. L’implume alla guida uscì fuori allarmato, per constatare ciò che era successo. Io lo guardai paralizzata nel mio guscio di piume pesanti come piombo. Lui non degnò Adagio di uno sguardo; si concentrò sulla ruota che il suo sangue aveva imbrattato. «Che schifo, che disastro…» Si procurò uno straccio per lavare via le macchie e i rimasugli di piume. Poi ripartì.
Avevo freddo la notte, un freddo che non avevo mai sentito, sicuramente più intenso di quel Caldo di cui Grande Grigio vaneggiava. Forse lui non si era accorto di nulla, mentre chiacchierava con il suo amico Prato.
Adagio era morto per colpa sua.
I piccoli continuavano a protestare; avevano fame. Io non riuscivo a muovermi per il freddo. Notai che una delle loro piccole ali iniziava a mostrare una familiare striatura. Mi sembrava di vederla ovunque, quella scia di piume bianche sulle sue ali maestose che era stata la mia guida, la mia via di casa. Il suo spirito mi tormentava giorno e notte, mi faceva sentire sporca. Dovevo ripulirmi di ogni sua traccia.
Aspettai che si addormentassero. Poi spinsi con forza il nido verso il bordo della trave e lo feci cadere nel vuoto. Da allora le mie notti furono silenziose.
Iniziai a beccare le mani dei clienti del bar, anziché obbedire e farmi scacciare. Assaporai quelle goccioline di sangue come un condimento salato e metallico. Le ore sulle grondaie le passavo parlando da sola.
«Quando succederà?»
«Presto» rispondeva il nulla.
«Ho freddo senza di te.»
«Scappa. I Grandi Alati stanno arrivando.»
Il Nord era la via migliore. Decisi di passare per le pinete. Era una traversata rischiosa, ma non avevo niente da perdere.
Prima di partire, volai verso il parco.
Prato era lì, circondato da una folla di ingenui esemplari che abboccavano alle sue promesse. Primo fra tutti Grande Grigio, che era diventato mostruosamente grasso e con le sue enormi ali scacciava tutti per potersi pappare più becchime possibile. Si mise a riposare accanto a Prato, docile, la testa ritratta nel corpo.
Dal ramo su cui li osservavo, mi preparai a una discesa parabolica coraggiosa ma veloce e ben calcolata. Le ali, per fortuna, mi funzionavano ancora. Io e Adagio saremmo volati ovunque insieme. Appena prima della discesa, misi già in azione il mio sfintere. Dovetti sforzarmi, perché ero malnutrita e disidratata. Non avevo molto da offrire. Il punto più basso della mia parabola di volo era a trenta centimetri dalla testa di Prato. Fu lì che depositai il mio dono, che cadde e si schiantò meravigliosamente sulla sua fronte. Tubai un grido di guerra mentre G.G. si destava e cercava il malfattore, ma era troppo tardi. Io ero già in volo, da sola, ramo per ramo, grondaia per grondaia, il mio corpicino teso in strenua resistenza, mentre le correnti e l’odore acre di incendi lontani mi trascinavano verso Nord.


