Stefano Tarquini
Illustrazione di Giulia Morici
Aprire una scatola dopo l’altra, pensare. Guardare dentro ogni scatola, pensare. Oggi ci ho trovato un gatto, ancora vivo. È scappato appena ha potuto nello spazio tra l’alveare di cartone e la libertà. È scappato tra i detersivi profumati di lavanda, i cosmetici turchi a basso costo e base naturale, gli spazzolini da denti dalle setole morbide: il mio dentista dice siano le migliori.
Nessuno degli operai si è accorto di lui, nessuno oggi si accorgerà di me.
La mattina dopo Mirko si avvicina al lucchetto del magazzino con un mazzo di chiavi; un tintinnio fastidioso attraversa la schiera dei primi arrivati. Qualcuno vola al cesso, qualcun altro si accende una sigaretta, qualcun altro ancora finisce di mangiare la sua colazione. Si piazza davanti al quadro elettrico alla parete e accende i neon: l’elettricità corre ovunque con rumori teatrali. Come quando domani e sempre ieri, si parla di cose a caso, la Striscia di Gaza, le radici dei pini fuori dall’asfalto davanti i secchioni dei rifiuti, i risultati dell’Europa League. Come sempre ieri, come quando domani, la mattina atroce passa. Io atroce, no.
Sostituirsi alla lingua, muoversi. Intrufolarsi dentro le carie per trovarci me stesso, residui di un pranzo veloce, in mensa aziendale, e buoni pasto di piccolo taglio, magari mi aggiungeresti dell’acqua? Condimenti mediocri, olio usato più volte, peperoni verdi capati a inizio turno. Mangio negli spogliatoi ricavando qualcosa dalla cena della sera prima, ho più di un quarto d’ora per pensare. Un quarto d’ora passa subito, allora lo faccio lentamente. Pensare alla fame che mi segue come un cane da quando sono nato, alla libreria Vasagle comprata su Amazon da oltre un mese e che qualcuno deve montare – intanto ci piscia sopra il cane – ai broccoli romaneschi in offerta e alle patate rosse, da soffocare insieme ai buoni propositi.
Giorno senza carne. Ed io.
Aspetto solo la campanella ma sto già dormendo, la testa cade. Sognare forse, in quell’istante di buio, forse russare, sperando di non essere visto. Ed io.
È ottobre e sembra luglio, il melograno annaffiato con i liquidi di scarto della pulitrice è gravido, i rami toccano terra. Ne colgo un paio. Trascorrerò il pomeriggio a sgranare chicchi al posto del rosario, ho perso l’abitudine di pregare. Padre nostro a memoria, scordato. Ave Maria a memoria, scordata.
Notifica dalla guardiola: è arrivato il corriere. Percorro duecento metri di stock, stando attento ai carrelli che sfrecciano senza guardare uscendo dalle campate, apro la grossa porta antincendio, oggi ci sono sei colli di reso.
Li controllerò domani. Stacco, vado a farmi la doccia.
Notifica: “Domani ricordati di non portare il pranzo, mia sorella fa il pollo al curry, se avanza te lo porti a casa”. Importante.
Rispondi.
Inoltra.
Copia.
Scelgo di non rispondere.
A quest’ora il traffico è regolare, il sole ha infuocato l’interno macchina, il volante è bollente, la fretta ci coglie formiche in una ragnatela. Senza padrone di casa dormiremo qui in tripla fila con questa finta voglia di tornare a casa, dove ci aspetta qualcos’altro, una lavatrice da stendere, una lavastoviglie da avviare, una libreria da montare, l’ennesimo quarto d’ora strappato in qualche riga da leggere, qualcuna da scrivere, per restare ancora col volto a filo d’acqua.
Ascolto il vivavoce della Opel Kadett a fianco: hai di nuovo scordato il compleanno di tua figlia. Glovo in bicicletta steso a terra due macchine avanti, gomito del ciclista fratturato, lesione alla tempia ma è una sbucciatura, nuggets di pollo tutti intorno. Probabilmente una super porzione.
Annaffiare le piante. Il balcone dà su via Guidoni, una lingua di asfalto rovente circondata da case popolari ed egocentrismo. Sono anni che progetto un impianto di irrigazione temporizzato fatto a mestiere, e di prendere un mutuo con cedolare secca, per rilevare la casa abbandonata davanti. Ci farei un hotel a ore, così da ritrovare un contatto con la mia vita precedente.
Smettere di fumare, lampeggianti. La vecchia del secondo piano ha un fratello sordomuto che tira merda per strada, la sua merda, la sua strada. Smettere col capitalismo. I lampeggianti verniciano il salone di blu elettrico, a intermittenza, mi fanno venire voglia di colorare, di unire i puntini, invece mi metto a scrivere.
Sono le diciotto, parcheggio sotto casa di Rosanna. Mia madre. Settimana scorsa le hanno rimosso un tumore alla gola, oggi il professore le dirà che era di natura benigna. Ma si deve controllare. Sono altre ore di permesso, altri giorni di ferie. Fortunatamente al lavoro non mi fanno problemi, ma tutto ha un limite. Quando le ore finiscono ti scalano i soldi.
Mi porto anche Sofia. Discute per tutto il viaggio col nonno su dove mangiare dopo. Vince il Ramen, quello sulla Prenestina, ce ne sono quattro nel giro di pochi metri, prendiamo quello con carne e uova.
Trovo parcheggio dopo l’ingresso del ristorante, la metto sul marciapiede. Ogni dieci minuti io e Sofia andiamo a vedere se la macchina c’è ancora, o se ci sono lampeggianti intorno. Ci portano il vino della casa dentro una bottiglia di Chianti che il cameriere in kimono decathlon fa finta di stappare. Mio padre se ne accorge ma non dice nulla.
Sofia comincia a parlare di Leopardi: «Era un depresso, non lo facevano uscire, è morto a Napoli.» Rosanna le allunga venti euro perché ha studiato. Mio padre recita L’infinito a memoria, proprio come le preghiere che ho scordato. Rosanna gli allunga venti euro per farlo smettere.
Si fa tardi per loro, ma la notte è appena iniziata, io devo finire di scrivere un racconto sul lavoro, devo anche montare una libreria, devo.
Scelgo di scrivere.
Tra un quarto d’ora suonerà la sveglia, ma non ci devo pensare. La vita scandita da una campanella alla volta. Otto ore, quattro campanelle, cinque pisciate, due litri d’acqua, qualche sigaretta e poche chiacchiere.
Uscendo dal ristorante mio padre sarebbe caduto rovinosamente per il troppo Chianti. Nessun’osso rotto, nessuna lesione, zero sangue.
La prossima volta parcheggerò più vicino. La prossima volta la metterò in doppia fila.


