Clarice Varesi
Illustrazione di Raff Villani
FESTA SALVEZZA
Quando nonno ha finito la radioterapia abbiamo fatto una festa. Un pranzo a casa, nulla di che, ma dal sapore di festa. Aveva subito l’intervento all’intestino qualche mese prima, tutto rimosso, nessuna metastasi, poi la radioterapia e, infine, il controllo dei marker tumorali. Scomparso!
«Signor V., il tumore non c’è più!»
E allora mamma aveva lanciato l’idea della festa e tutti avevamo accolto la cosa con entusiasmo. Nonno era andato a prendere il prosecco in cantina e ci aveva accolti con il salame di Anselmo e il pane. Il salame era sempre perfetto, ben stagionato, oleoso al taglio, mai morbido: a Parma questo è l’unico salame che possa essere ammesso a tavola.
Poi il rumore metallico del PX 125 di mio cugino Leo, l’ultimo a dover ancora arrivare, aveva ufficializzato l’inizio dell’aperitivo. Leo aveva salito le due rampe di scale come fosse ancora in sella e nonno aveva così stappato la bottiglia.
«Un brindisi a questa vittoria!» aveva detto zia con la voce rotta.
Nonno allora si era sistemato i pantaloni in prossimità dei gioielli di famiglia, vuoi per coincidenza, vuoi per prudenza. E poi tutti, mal celando la commozione, avevamo tracannato la flûte di vino così, una volta posato il bicchiere, avremmo potuto incolpare le bollicine dei nostri occhi umidi.
Sul tavolo della cucina si intravedeva un cespuglio verde a dimostrazione che nonno avesse preparato la sua salsa speciale per il lesso di manzo e gallina. Olio, prezzemolo, acciughe, sale e aceto: la salsa verde.
A tavola aveva poi scherzato dicendo che a farlo ammalare era stato il Parma, esattamente un anno prima. Il 18 maggio 2008 allo Stadio Tardini il Parma FC, appena rimessosi in sesto dai disastri economici di qualche anno prima, perdeva l’ultima di campionato contro l’Inter, che invece in quella partita si giocava lo scudetto, e retrocedeva in serie B dopo diciotto anni tra i più gloriosi di sempre. Ibra, a cinquanta giorni dall’infortunio che lo aveva costretto fuori dal campo, entrava al secondo tempo e, segnando due reti alla squadra crociata, si lasciava alle spalle una curva di pioggia e mestizia grande come tutta la città.
Nonno quel giorno era rientrato alle nove di sera, ancora bagnato come un pulcino, tenendo al braccio una busta di plastica contenente il suo cuscinetto giallo e blu, quello che metteva sulla poltroncina degli spalti per stare un po’ più comodo. Inzuppato, scolorito e con l’elastico che lo richiudeva molle e liso. Lui coi ricci mosci e gocciolanti.
Nonno scherzava e diceva che era stata colpa di quella partita se gli avevano dovuto levare un metro di intestino. Scherzava tanto che, a volte, pensavo che non scherzasse affatto.
Mamma dice che assomiglio molto a nonno. Entrambi abbiamo la pelle chiara, ma di quelle che, se esposte al sole, si abbronzano subito senza arrossarsi o riempirsi di eritema.
I riccioli soffici, castani e la fossetta del naso tra le orbite oculari profonda e scavata. Forse avrebbe preferito che ereditassi i suoi occhi azzurro puro, totalmente privi di verde o altre sfumature. Azzurri come le cabine degli stabilimenti in riviera. Ma mi è toccato il naso, per nulla francese e, ai miei occhi castani, per nulla armonioso col resto del viso. Tanto che per una buona parte della mia vita ho anche pensato di farmelo sistemare, riempiendo quella maledetta fossetta con intrugli estetici tipo acido ialuronico o idrossiapatite di calcio o altre diavolerie simili.
Riempita la fossetta sarebbe diventato anche un bel naso, non minuto ma ordinato e allo stesso tempo di carattere. Poi nonno è morto e a me non è pesato più.
ANTICIPO DI CAMPIONATO
Da qualche tempo nonno passa molte ore a letto, è dolorante e più di tutto ha il tempo che stringe impresso in volto. Tiene spesso un cuscino sull’addome perché è da lì che scaturiscono tutti i dolori. Nonna non si rende bene conto della situazione e ha sempre bisogno di appoggio. Dal 10 di agosto papà va a dormire da loro nella casa ai Boschi, io li raggiungo più spesso che posso. Andarci non mi piace, sento che la morte grava sulla nostra famiglia e non mi fa stare bene. Ma ci vado, innanzitutto, per espiare il senso di colpa dovuto alla mia buona salute e alla mia gioventù.
Quando li raggiungo cucino io: risotti, di solito. Solo che nonna è diabetica e nonno ancora di più, si fa le iniezioni nella pancia prima di pranzo e prima di cena. Si misura la glicemia forandosi il dito con il piccolo ago, poi raccoglie una goccia di sangue e in base al numero che salta fuori decide le unità da iniettarsi. Si buca sempre ai lati del polpastrello, preferisce l’anulare perché lì la pelle è meno dura. Da qualche tempo, con la scusa che sono diventata volontaria in Assistenza, lo seguo in bagno e mi occupo della misurazione iniziale segnando i valori su un piccolo quaderno, poi al resto ci pensa lui.
Negli ultimi giorni non fa che ripetere che lui e nonna non hanno un bell’avvenire e che stavolta sarà dura saltarci fuori interi. Io rispondo che non è così, che tutto si sistemerà.
Mento. E nonno lo sa.
Alle sette e mezza esco di casa sparata come un missile ed entro nella Seicento Fun azzurra cangiante che mi attende sotto casa. Nonno ha già scaldato l’abitacolo e ha scelto la cassetta che ogni mattina ascoltiamo mentre mi accompagna a scuola. Ci vogliono cinque minuti, ma lui fa il giro lungo così che io possa ascoltare almeno una mini lezione per intero.
Ogni lezione dura otto minuti, siamo alla terza e abbiamo già imparato qualcosa.
Inserisce la cassetta e l’insegnante attacca.
«Tengo mal de barriga, tengo mal de cabeza: ho mal di pancia, ho mal di testa.»
Nonno ha un fratello in Brasile e vorrebbe tanto andare a trovarlo l’anno prossimo; perciò, sta cercando di imparare alcune parole. E io con lui, anche se non ci andrò in Brasile perché d’estate avrò il camposcuola e comunque il Brasile non è mica vicino.
L’insegnante si interrompe dopo ogni frase e si raccomanda di ripeterla più volte. Noi le diamo retta e la ripetiamo una volta per uno.
«Tengo mal de barriga, la puoi dire alla maestra se ti interroga e non sai la lezione.»
Poi ci ripensa e si corregge «Ma tanto tu sei brava, non devi inventarti frottole.»
Gli sorrido e annuisco, ma tra me e me penso che la storia del mal di pancia potrebbe essere un buon asso della manica da giocare in caso di difficoltà e il portoghese potrebbe anche stupire la maestra.
PRIMO TEMPO
Nonno non parla più. Papà dice che da ieri emette solo mugugni, è come se parlasse ma senza riuscire a pronunciare le parole e nemmeno a scandire le sillabe. Dice che non è pienamente consapevole, mentre mugugna, intendo. Non si rende conto di non riuscire a emettere suoni comprensibili, poi però si accorge che mio padre o mia zia non lo capiscono, e un velo di dolore e desolazione gli copre il volto. Il labbro superiore si deforma come se il filo di un burattinaio lo tirasse verso l’alto, si solleva verso destra e così sta: in una smorfia che è puro disgusto.
Ci sta anche mio padre in questi giorni e per questo mi domando se non finirò per starci anch’io.
Oggi, mercoledì, mi sono offerta per andare ad assistere nonno durante il giorno. Mio padre non vuole che trascorra tanto tempo in Hospice e non vuole che faccia le notti, preferisce che resti con nonna che da sola non può stare, specialmente in un periodo così duro.
Per fortuna non è tanto lucida con la testa, si sta riprendendo da un’overdose farmacologica che negli ultimi mesi l’aveva ridotta a semi vegetale: una mezza pastiglia di Anagrazil la mattina e, in meno di un anno, ce l’eravamo trovata in carrozzina a farsi imboccare di acqua gel perché quella normale, di acqua, rischiava di soffocarla a ogni sorso. Dopo molti medici e cambi di terapie si era scoperto che a ridurla in quel modo era stata proprio la pastiglietta del mattino.
E così, eliminata la causa, da un giorno all’altro aveva ricominciato a tornare in sé fino a un martedì pomeriggio in cui, ricalcando le gesta del celebre Lazzaro, si era alzata dalla carrozzina senza preavviso. Nonno in quel momento era in bagno e non si era accorto di nulla fino al tonfo sordo che il naso di nonna aveva fatto sul parquet della camera da letto. L’aveva trovata in una pozza di sangue ma, dolorante dall’intervento di poche settimane prima, non era riuscito ad alzarla da terra. Io ero arrivata subito proprio insieme all’ambulanza. Da quel giorno nonna, seppur con il naso un po’ ammaccato, aveva lentamente iniziato la sua resurrezione. Nonno no.
Salgo in garbalotta a nonno, sono in altissimo. Nonno è molto alto e i suoi folti ricci castani fanno da cuscino alle mie tenere e ossute braccia. Mi ci accoccolo qualche istante, sono profumati e soffici, poi nonno inizia a camminare verso la strada sterrata a fianco alle rose e allora vacillo all’indietro. Non posso cadere perché mi tiene saldamente per le gambe, ma ho la sensazione di non essere stabile, perciò, con le mani scendo lungo il collo, tastandolo assiduamente fino a ricongiungerle sotto il mento. Mi ci avvinghio e lui inizia a zampettare e a sgroppare e a imbizzarrirsi come un giovane puledro.
«Questo fantino non riuscirà a domarmi» urla mentre si muove senza vergogna. Io rido forte alternando brevi e acuti urletti a profonde e incontenibili risate, a bocca aperta.
Nonno indossa sempre pantaloni con la piega e scarpe col tacchetto di quelle con la suola liscia, per questo ho timore che sull’erba possa scivolare. Ancorato a un passante tramite un moschettone, un mazzo di chiavi ne annuncia l’arrivo quando sale le scale a casa di nonna. Poi entra, saluta e sganciandole con naturalezza le appoggia a fianco del telefono.
«Allora, becalùa, vuoi farti speronare o almeno ci provi a domarlo questo vecchio cavallo?»
Smetto di ridere, sciolgo le braccia dal suo collo e risalendo a tentoni gli afferro le enormi orecchie. Prima tiro il lobo destro, badando a non fargli male, e il cavallo prende a galoppare verso destra, poi tocca al sinistro ed eccolo che ce l’ho in pugno.
«Ora al trotto verso le ciliegie!» e impugnando entrambi i lobi li tiro per tre volte verso il basso.
Il cavallo parte all’impazzata verso il frutteto, le chiavi tintinnano appese al passante e in un attimo arriviamo alla pianta. Nonno inizia a fare su e giù per impedirmi di afferrare i frutti come fossero codini e lui un grande calcinculo dalle orecchie morbide. Poi rallenta, lo fa apposta, e io ne approfitto acciuffandone una.
SECONDO TEMPO
Camera gialla, vista montagne blu, Nonno è pallido e il volto, un tempo paffuto e florido, ora è scavato. Lo trovo nel letto, ha ancora i riccioli nonostante la chemioterapia, forse più grigi e spenti, ma sempre folti e voluminosi.
Mi sembra uno scheletro di quelli che gli archeologi ritrovano ancora muniti di capelli dopo centinaia di anni, sottoterra. Ma lui si muove e mugugna. Non riesce a stare fermo. Io cerco di alleggerire la situazione.
«Allora chi ha preso il Parma quest’anno?»
Sono una stupida, lui non risponde. Mi fissa, gli occhi azzurri allucinati sono vuoti: il bianco sembra occupare molto più spazio del solito e l’azzurro, ancora intenso, è lontano. Precipita in un pozzo e a tratti mi sembra di non vederlo più, non lo posso afferrare.
Prova a stendersi e ad alzarsi dallo schienale, già sollevato, del letto. Lo fa in continuazione alla ricerca di un minimo sollievo e io lo aiuto come posso.
Le labbra, incollate, non permettono ai suoni di uscire nitidamente, i mugugni si fanno sempre più sordi in un lamento ininterrotto. Spero che si addormenti, ma la tarantella dell’agonia lo tiene in pista, e lui non sa i passi.
Vorrei chiedere all’infermiera di somministrargli qualcosa di forte che gli permetta di riposare, ma non lo faccio.
Gli chiedo se vuole dormire e lui mi fa intendere che vuole andare in bagno. L’aiuto ad alzarsi. Non è semplice: nonostante la magrezza e la malattia, è ancora un omone alto e possente.
Inaspettatamente, al primo colpo, inforca le ciabatte con gli strappi, e poi, tenendolo sottobraccio, ci dirigiamo verso il bagno. A ogni passo ne fa dieci sul posto, come un ballerino alle prime armi: mette avanti il piede, poi pesta nello stesso punto per molte volte. E poi ancora un altro passo e un altro ancora. Si spinge avanti con dignità fino al WC. Non sono mai stata in bagno con mio nonno, fino a lunedì non ce n’era mai stato bisogno.
A esclusione delle iniezioni di insulina che abbiamo sempre fatto in bagno per una questione igienica e anche di luce, perché lì c’è una buona luce e per queste cose è bene vederci, non ci ero mai stata in bagno con lui. E ora sono qui e lui è malato e, come si sa, i malati non si puliscono da soli. Gli abbasso i pantaloni del pigiama, un pigiama di quelli con la casacca abbinata, poi senza guardare abbasso i boxer in cotone bianco e lo aiuto a sedersi sulla tazza.
Vorrei uscire da lì e lasciarlo in pace almeno in quel momento, ma ho paura che cada. Per un attimo ci penso: se nonno cade e batte la testa non dovrà più subire queste sofferenze. Ma poi resto, chissà se per codardia o per educazione.
Resto e quando intuisco che ha finito lo aiuto ad alzarsi e inizio a pulirlo. Gli ci vuole un attimo per capire che sono io a farlo, che non sto chiamando le infermiere o nessun inserviente.
E il labbro, già sollevato, si fa ancora più inarcato in un ghigno irripetibile, gesticola di rabbia, mugugna, non riesce a stare fermo, mi colpisce la mano per allontanarla. Io mi ghiaccio, resto immobile mentre lui si agita sempre di più e senza riuscire a trattenersi si sporca di nuovo.
Un nitido “No” esce dalle sue labbra che per la prima volta appaiono leggermente socchiuse.
Mi guarda deluso e umiliato e allora mi ritraggo immediatamente, ferita a morte. Suono il campanello in tutta fretta e le infermiere arrivano in un istante. Mi dicono che avrei dovuto chiamarle prima, che ci pensano loro a queste cose. Un senso di nausea mi assale, deglutisco e in fondo al palato la saliva sembra non finire mai, il collo mi prude e un forte senso di calore arriva fino alle orecchie. Mi concentro per non rimettere.
Mi ritiro quindi sulla poltrona a fianco al letto mentre le infermiere in bagno pensano a ripulire nonno.
Quando lo riportano in stanza non ho il coraggio di guardarlo in faccia, poi lo stendono e allora alzo lo sguardo. Gli occhi ancor più lontani e sbarrati, le sopracciglia spiumate tese verso la fronte in una smorfia che ha molto più a che vedere con la vita che con la morte.
Trema senza riuscire a fermarsi, respira come un pesce fuori dall’acqua. Sporge e ritrae le labbra lasciando al centro un sottile e tondo foro.
Vorrei dire che mi dispiace, ma ci sono le infermiere e questa è una cosa tra di noi. E poi non so nemmeno se può capirmi; sto zitta.
TRIPLICE FISCHIO
Il respiro è affannoso, il petto si gonfia e si sgonfia rapidamente, le braccia si irrigidiscono. L’infermiera lo seda e mi tranquillizza dicendo che serve a farlo calmare. Poco dopo nonno si addormenta.
Le tre ore successive che trascorro accanto a lui sono vista montagne, accese di un giallo in cui le ombre si fanno ancora più scure, di un blu familiare e rumoroso.
Sventolano le vette riflesse nella finestra della stanza e saltano, urlando in curva, tra boschi di castagno e, più su, al secondo anello, faggete opalescenti.
Gli spalti del Tardini strabordano di tifosi, l’arbitro dà il via al secondo tempo.
4-4-2: Pavarini, Coly, Paci, Couto, Castellini; Reginaldo, Morrone, Parravicini, Gasbarroni; C. Lucarelli, Budan.
Il Parma resiste sullo zero a zero, ma il pareggio non basta per la salvezza. E non basta nemmeno all’Inter che quello scudetto lo pretende.
Al 51’ in campo avversario arriva il cambio: dentro Ibra, fuori Cesar. Gli bastano undici minuti. Al 62’ strappo di Dejan Stankovic, verticale, appoggio di Ibrahimovic, finta sul tentativo di anticipo di Couto e via, il destro a filo d’erba bagnata, prima della scivolata di Castellini.
Un boato travolge la città. Nonno, avvolto in un k-way troppo piccolo, aggrotta il labbro destro sollevandolo verso l’alto, come se il filo invisibile di un pescatore lo stesse tirando con forza fuori dall’acqua e urla, con foga. Non si distinguono più i cori di rimprovero dei tifosi crociati da quelli di gioia degli ospiti. I tamburi della curva scandiscono il cadere della pioggia, sempre più intenso e rovinoso, ai quali solo il fragore dei tuoni riesce a tenere testa.
Al 79’ arriva, impietosa, la sentenza: cross dalla fascia destra, Ibrahimovic sbuca sul secondo palo e col piattone, in spaccata, la mette in rete.
È la fine: il Parma retrocede in B.
Sul Tardini si scatena un nubifragio, i volti dei crociati si rigano all’istante. Dio solo sa se di lacrime o pioggia. E nonno, con loro, resta sotto l’acqua finché gli è concesso. Quando rientra a casa, si asciuga senza nemmeno farsi una doccia e fila a letto. Non proferirà parola per tre giorni pieni.
Il disco è rotto e il suono disturbato, ma una nenia rimbomba in testa.
E se ti senti un po’ giù /
tu prova a far come me /
prendi del giallo e del blu /
e vieni in curva con me /
perché una squadra così /
nessuno l’ha vista mai. /
Nanananana-na /
Nanananana-na.
Primo fischio.
Entra papà, mi guarda, poi si sposta su nonno, sempre restando a metà tra la porta e il corridoio.
Secondo fischio.
«Pa’ mi sa che abbiamo perso la partita!»
Terzo fischio.


