un racconto di Lola Larra
tradotto dallo spagnolo (Cile) da Alessia Cuofano
revisionato da Alberto Bile Spadaccini
Illustrazione di Gianmarco Tielli
Doppelgänger è una rubrica a cura di Emiliano Peguiron
Che cosa facciamo qui? Perché rimani ancora al centro di questo cortile pietroso, a prendere freddo in un posto che non vorremo ricordare? Cala la sera – “calare” è semplicemente un modo di dire – e stai lì fermo, non fai altro che guardare il sole che continua a sprofondare. E sai che fra una settimana non ci ricorderemo di questa scena, non la ricorderemo perché non significa nulla, ed è un cortile brutto, senza niente di interessante se non una vasca di pietra piena d’acqua sporca e una vista sulla collina di fronte. Una vista bellissima, dici, come se volessi convincertene. La chiesa con due campanili e due croci è l’unica cosa che spicca su quella collina popolata di casupole che è come un alveare abbandonato o un frutto immenso a cui è venuta una malattia della pelle. Nient’altro. Due campanili che nemmeno suonano, nonostante sia l’ora in cui devono rintoccare tutte le campane del mondo, e i minareti di tutte le moschee devono adunare i loro lamenti, e le pagode far suonare i loro gong.
Perché stiamo ancora qui senza dire nulla, guardandoci intorno? Siamo su una collina e da qui se ne vede un’altra, ma è un cortile che preferiremmo dimenticare. Perché dovremmo ricordarlo? È un cortile immenso, questa è la verità, un luogo strano per essere il cortile di un ospedale, e allora ricordi la leggenda che circolò qualche anno fa, che nel cortile seppellivano i matti che nessuno reclamava, e alcuni credono che sotto questa ghiaia ci sia un mucchio d’ossa. Pensarci ti dà i brividi, e io non capisco perché ti sei fermato qui, perché hai insistito a venirci, non bisogna mica andare ovunque. Non ci si deve fermare in tutti gli angoli e in tutti i belvederi; anche se è domenica e stai passeggiando per una città che conosci appena, una città che hai visitato solo un paio di volte nella vita.
Per cui non c’è motivo di fermarsi, non è modo di passare la giornata, guardando questo cortile immenso. E allora sussurri qualcosa che non riesco a sentire, è come se all’improvviso stessi pregando, tu che non pregavi mai; e io credo sia meglio non ricordare la prima volta che siamo stati qui, quando poteva andare ancora diversamente, quando potevo dire che non avrei mai ricordato dove eravamo stati quella domenica, mi sarebbe piaciuto tanto arrivare a dire non ricordo quel cortile, un cortile immenso come due campi da calcio, senza alberi, giusto dell’erba secca e rada che cresceva tra i sassi; un cortile circondato da mura molto alte, perché bisognava imprigionarli tra queste mura e non farli scappare, i matti, intendo. E avrei potuto dire, sarebbe stato così bello poterlo dire: non ricorderò mai questo posto, perché ricordarlo, che cosa abbiamo fatto qui se non guardarci intorno, sentire i gabbiani in lontananza, poi andarcene insieme, nient’altro.
Ora scalci delle pietre e cammini fino all’altro lato del cortile, solo per quella tua assurda mania di voler vedere proprio tutto: vuoi osservare il muro di fronte, che è esattamente uguale ai muri dell’entrata e dei lati, ma tu vuoi guardarlo da vicino, scoprire se c’è qualche messaggio, se qualcuno ha segnato mai la parete, se un matto di quelli che giravano qui nei momenti di ricreazione, in quei quindici minuti in cui li lasciavano uscire (solo perché un raggio di sole gli avrebbe fatto bene, almeno un po’ di calore nei pomeriggi d’autunno), è riuscito a lasciare un messaggio prima che lo riportassero in cella, e insisti e vuoi sapere se qualcuno di loro ha inciso sul muro un minuscolo graffio, qualche frase in codice, un grido d’aiuto che credi possa essere stato scritto per te. O in realtà vuoi passeggiare fino in fondo al cortile solo per prendere tempo, per non andartene subito, per non andartene così presto, il viaggio è stato lungo, hai bisogno di sgranchire le gambe, di scioglierle. Così cammini deciso, fino in fondo. E io voglio dirti che lì non c’è niente, nessuno ti ha lasciato alcun messaggio, nessuno avrebbe potuto rigare le pareti, non le danno le matite ai matti, possono farsi del male, conficcarle nel collo, dritto nella carotide, infilzarsi le vene delle braccia. No, non avevano matite per scrivere, né carta, nemmeno libri o dischi, tanto meno giochi; sai, poche cose con cui divertirsi, a volte film che proiettavano nella sala comune, al primo piano, film vecchi, innocenti film d’amore, con antiche melodie: canzoni e belle storie, fatte per tranquillizzare, per addormentare.
Sei arrivato in fondo. Io ti vedo e ti scopro più grasso, più curvo, immagino sia la vecchiaia, o forse la distanza, questo punto di vista che non ti favorisce, la prospettiva obliqua. Percorri il muro del fondo, lentamente, toccando la parete con la mano aperta, palpandola, cercando di ascoltarla, come se potesse parlarti. Io so che in realtà non desideri sapere, che la colpa è tua compagna da molto tempo, ormai ci sei abituato, ti alzi con lei, ti siedi a tavola con lei, e non capisco la ragione esatta di questo rituale: venire qui dopo tanti anni solo per perlustrare il cortile e farmi credere che cerchi messaggi, quando in realtà non vuoi sapere nient’altro.
Potrei raccontarti alcune cose, ma mi dico perché mai. Non hai bisogno di sapere che i campanili non hanno mai suonato, stavano lì e non suonavano. Si vedono da una finestrella piccola e squallida che ha come protagonisti quei due campanili e quelle due croci. Alcune celle danno sul mare, o per lo meno, molto lontano, si intuisce il mare, dietro le montagne, ma non posso assicurarlo. Non vorrai sapere neanche dell’umidità delle stanze. Un’infiltrazione sul soffitto che suona impercettibilmente per tutto l’inverno. La perdita, notte dopo notte, un rumore insopportabile; non vorrai sapere del picchiettio costante, perché mai, non vale la pena, sono dettagli che non ti riguardano, e nemmeno i vestiti, camici tristi che puzzano di cloro; nemmeno il cibo, stufati raggrumati, aglio, cipolla. A tutto si abitua l’essere umano, è sorprendente cosa può sopportare.
Quindi non far finta di cercare segni, e non provare a far tornare i ricordi. Ora è solo un cortile vuoto, triste come deve essere sempre stato. Allontanati dal muro, non c’è niente se non mattoni e pietre. Se tu avessi il coraggio di entrare nell’edificio, se potessi, ti mostrerei un messaggio. Ti porterei in una delle celle perché tu possa vederlo: un messaggio disperato ma bello, cancellato un po’ dal tempo, scritto con un pezzo di pietra affilata o un pezzetto di grafite. Tu sapresti dire se è italiano antico, forse qualche dialetto:
Io sono il sfortunato Marcono Forno
Quer so privo de la sua Liberta
An do in dio
Ti rendi conto? Un messaggio di decine di anni fa, forse centinaia di anni, molti comunque, di quando questo posto era anche una prigione, e quanta gente finiva qui a causa di passioni accese, di tradimenti, di sfortuna o di fortune rubate. Che vorrà dire l’ultima frase? An do in dio. Quali lettere o sillabe si sono cancellate? Povero Marcono. Quanti anni in quella cella? Così piccola che è complicato stare in piedi, difficile credere che qualcuno abbia potuto dormire, mangiare, passare tanti giorni e tante notti in quel luogo maleodorante, dieci, venti, più di trenta, quasi quarant’anni. Marcono Forno, ingannato dai suoi parenti, forse da sua moglie, anche dai figli, rinchiuso dalla sua stessa famiglia, da tutti quelli che volevano prendersi i soldi di Forno; non era una grande fortuna in realtà, non una fortuna che valesse un’intera vita in prigione.
Che ci fai qui?, voglio chiederti. E perché sei venuto ora? Ma so che non mi sentirai, sei lontano, cammini verso l’uscita, pronto ad andartene. Come la prima volta, tanto tempo fa. Tanto tempo da quella domenica in cui mi hai portato qui, una brutta città di provincia, un brutto cortile con vista su una collina. Il cortile è lo stesso, eppure allora era diverso. Io ti ho aspettato qui, sorvegliata, mentre tu entravi dentro e sbrigavi tutte le pratiche per il ricovero. Poche pratiche, quanto era facile rinchiudere qualcuno, quanto era semplice: firmare qualche foglio, certificare un paio di cose, allungare qualche assegno. E poi sei tornato in cortile e mi hai abbracciato, come a voler chiarire che ti faceva male lasciarmi, come se fosse colpa di altri se mi strappavano da te. E mi hai sussurrato che saresti tornato, che io sarei stata meglio là dentro, che sarebbe stato solo un po’ di tempo, poche settimane, finché non mi fossi ripresa. L’infermiera sentì queste ultime parole, era quello che volevi, così ti vedeva come una brava persona. E allora lei e uno dei dottori mi hanno portato all’interno dell’edificio. Forse ho gridato il tuo nome, forse mi sono dimenata, non saprei dirlo. Ricordo solo te, fermo al centro del cortile, con un’espressione che non sono mai riuscita a decifrare.
Quindi non capisco perché sei tornato. Non c’è niente qui che ti importi, non c’è mai stato, tanto meno adesso, sono passati troppi anni. Prima di andartene, prima che cali la sera, potresti farmi un favore. Di’ solo ad alta voce che non siamo mai stati qui. Di’ che siamo passati oltre, che siamo tornati a casa. Perché saremmo dovuti venire in un posto come questo. Un brutto cortile. Una brutta veduta. Un posto da dimenticare.
Nota della traduttrice
Tradurre Dejemos caer la tarde ha significato entrare in uno spazio sospeso, reale e insieme mentale, dove ogni dettaglio sembra trattenere qualcosa che non si può o non si vuole dire. Il racconto di Lola Larra, scrittrice e giornalista cilena che da anni indaga nei suoi libri i territori della memoria, della violenza istituzionale e delle zone d’ombra della Storia, porta con sé la stessa inquietudine che attraversa altre sue opere come Sprinters (tradotto da Marta Rota Núñez), romanzo-documentario dalla struttura multiforme, o A sud dell’Alameda (tradotto da Rocco D’Alessandro), graphic novel vincitrice del premio Andersen 2019 (entrambi i libri sono editi in Italia da Edicola Ediciones).
Nel presentarmi questo racconto, Lola mi ha scritto:
[…] più che partire da idee o temi precisi, quando comincio a scrivere ho solo vaghe intuizioni di qualcosa che è lì fuori e che mi piacerebbe raccontare. […] Mi capita spesso che le prime cose ad arrivare siano gli spazi, gli ambienti, gli scenari.
Nel caso di questo racconto si intrecciano due luoghi, due forme di reclusione: una volta ho visitato il castello degli Este a Ferrara e credo di ricordare che in una delle prigioni sotterranee fosse incisa su una parete la frase che appare nel racconto: Io sono il sfortunato Marcono Forno / Quer so privo de la sua Liberta. Anni dopo, durante una visita a un centro culturale di Valparaíso, un luogo che in passato era stato un carcere, ho immaginato una donna rinchiusa lì con la scusa che fosse pazza.[…]
Larra si muove sempre in quella soglia in cui l’intimo e il politico si toccano, e anche qui chiede al lettore di seguire una voce che parla dall’incertezza, dal ricordo che vacilla. Uno dei nodi più delicati della traduzione è stato proprio rendere questa voce che osserva senza essere vista, che interroga senza ottenere risposte, e che porta avanti un dialogo impossibile con qualcuno che non ascolta più. La seconda persona – così insistente, così fragile – obbliga a rispettare la tensione emotiva senza accentuarla, mantenere il passo del testo senza appesantirlo.
Infine, c’è il messaggio che attraversa tutto il racconto: l’interrogarsi su chi viene ricordato e chi viene dimenticato, su quali storie resistono e quali scompaiono. È un tema caro all’autrice, che nei suoi lavori spesso recupera voci cancellate o distorte, restituendo loro un luogo da cui emergere.
Tra le immagini che più mi hanno accompagnata durante la traduzione c’è quella racchiusa proprio nel titolo, nell’espressione dejemos caer la tarde. In italiano non usiamo dire che il pomeriggio o la sera “cadono”, ma proprio per questo l’immagine mi è parsa ancora più preziosa: una luce che non semplicemente scende, bensì si lascia andare, come se il tempo cedesse sul proprio peso e sprofondasse.
Alessia Cuofano


