un racconto di Olivia Payne
tradotto dall’inglese (Inghilterra) da Maria Vittoria Biagini
revisionato da Maurizio Totaro
Illustrato da Marco Amerigo Latagliata
Doppelgänger è una rubrica a cura di Emiliano Peguiron
Io non faccio la spia! Lo so perché le parole guarda che lo dico non mi sono mai uscite di bocca e perché quella volta che Kayleigh ha sfilato una banconota da venti dalla cassa, perlomeno l’unica volta che l’ho vista io, ha detto a Bethany, che mi fissava a occhi sgranati: non preoccuparti di lei. E aveva ragione. Ma non è servito a niente perché poco dopo è stata comunque licenziata – anche se, a quanto pare, non per quello. Vedi, di solito non sono abbastanza sul pezzo per fare la spia. A oggi nessuno mi ha ancora detto cos’ha fatto Kayleigh.
In ogni caso, voglio che tu sappia subito una cosa di me. Sono fermamente convinta che trascinare gli altri nei casini ti esponga a una zona di rischio capace di espandersi in modo imprevedibile, perché i guai non sono altro che dei cazzo di pesci palla iper-reattivi. Non che il gatto stesse creando chissà quale scompiglio, contento com’era nella piccola fascia tenuta stretta amorevolmente al petto dell’uomo. Fino a quando non vedevi quegli occhi verdi inumani nella sua testolina pelosa, segnata dalle tipiche striature di un soriano tigrato, avresti potuto persino scambiarlo per un neonato e pensare “Ah, un uomo che si occupa del bambino, che cosa moderna, oppure è una cosa così normale che non dovrei neanche farci caso” – cazzo. È difficile capire quando i Membri della Clientela ha visto qualcosa e quando no. Sembrava che nessuno avesse visto il gatto, ma avevo la netta sensazione che l’avessero notato eccome. Per quanto dipendenti e clienti siano nemici naturali, abbiamo più paura di chi sospettiamo possa agire al di fuori della dinamica servo-padrone che non gli uni degli altri. Quell’uomo non indossava il cappotto nonostante il freddo e aveva i capelli lunghi – un comportamento già borderline – ma la vista del gatto lo ha catapultato fuori dalla nostra cerchia e dritto nel diagramma di Venn dei pazzi/senzatetto. A prescindere dalla particolare natura del suo problema, c’è stato consenso unanime sul fatto che nessuno di noi avrebbe sollevato un polverone per L’Uomo con il Gatto in Libreria. Suona bene, no? Sembra il genere di libro che la libreria esporrebbe nella vetrina principale: “Il Gatto della Libreria. Una storia che scalda il cuore. La nostra scelta del mese di novembre. Rannicchiatevi sul divano con questo libro… fusa-tastico!” Una volta ho chiesto a Michael se potevo esporre una mia recensione e lui mi ha risposto di no. Più tardi Efe mi ha spiegato che quelli che lavorano ai piani alti della filiera del libro, gli stessi che decidono davvero quali titoli venderanno ancor prima che arrivino nelle librerie, pagano per farle mettere in mostra. E Michael a volte chiede proprio a lei di scrivere tutte quelle raccomandazioni personali e sincere, perché ha una grafia da brava ragazza. In una libreria-caffè impari cose del genere, su come gira davvero il mondo.
Per comunicare all’uomo ciò che ormai sai di me, gli ho sorriso prima di distogliere lo sguardo. Invece di chinarmi verso Jakob per chiedergli cosa fare, ho preso personalmente in mano la situazione e deciso che andava tutto bene. Certo, ho continuato a tenerlo d’occhio perché d’accordo, il gatto era solo un bravo micione sonnacchioso, ma era pur sempre attaccato a un’entità sconosciuta, e ciascuna di queste due cose, in prossimità del cibo, costituiva un potenziale rischio igienico-sanitario. Izzy mi ha detto che se volevo fare carriera nel caffè/nella vita avrei dovuto interessarmi di più alla salute e alla sicurezza sul lavoro. «È una competenza spendibile e molto interessante, in realtà». Così, in sua presenza, ogni tanto prendo il grosso raccoglitore rosso che teniamo sotto il bancone e faccio finta di sfogliarlo, perché se non stai cercando di fare carriera nel management allora la tua dedizione all’intera faccenda viene automaticamente messa in discussione. Perché mai dovresti stare in fondo alla scala se non aspiri a scalarla? È così che ho imparato come, in caso d’incendio, il responsabile del turno deve assicurarsi che tutti gli altri siano usciti prima di poter lasciare il locale a sua volta. Ma, per quanto ne so, in tutto il raccoglitore non c’è una sola parola sui gatti, sui loro proprietari e su come dovremmo gestire la loro presenza nell’area caffè; il che resta comunque un dettaglio irrilevante, visto che né l’uomo né il gatto sono mai entrati nell’area che il raccoglitore aziendale definisce legalmente “di mia competenza”, i cui confini sono delimitati da una fragile ringhiera color pastello che sembra rubata a un vivaio. In conclusione, non sono mai stati ufficialmente un mio problema/una mia responsabilità. Potevo quindi tornare tranquillamente a scrivere e riscrivere il mio messaggio per Isaac.
“È appena entrato un tipo con un gattino troppo cute :3”
Forse poteva andare bene nei primi anni Duemila.
“Un cliente è entrato in libreria con il suo gatto tigrato. Adorabile!”
Patologicamente lungo.
“Un gatto in libreria!”
Troppo esaustivo.
Come potevo sfruttare questo aneddoto per assicurarmi una cavalcata memorabile? Forse avrei dovuto scattare una foto. Mi sono chiesta se a Isaac piacessero davvero i gatti. Il 12 agosto 2018, alle 21:43, aveva pubblicato una foto in cui ne teneva sollevato uno alla Simba con la caption “pussy-lover”, ma non era mica il suo. Glielo avevo chiesto. Forse tollerava i gatti solo per fare giochi di parole.
“Un gatto in libreria!!!”
La svolta è arrivata quando ho capito che il punto poteva non essere il gatto. Cosa avrebbe scritto Daria?
“È appena entrato in libreria un tizio con un gatto. vero. ma ti pare?”
Era importante ricordargli che lavoravo con i libri e odiavo la gente. Anzi, parlando un po’ da appassionato di libri, Isaac aveva decretato quanto la cosa fossecool – una parola che, mi aveva assicurato, era tornata a essere usata seriamente. Tuttavia, non volevo capisse che ero più “contigua” ai libri che direttamente coinvolta, visto che non avevo neanche potere di esporre il suo pamphlet in vetrina, e che l’unico sconto che potevo fargli era un misero 10% e solo sulle cose del bar. Essere povere/impotenti è già brutto di per sé, senza che la gente/Isaac sappia che non serve a nessuno scopo più nobile/artistico. Insomma, ero immersa nelle mie bozze e il mio turno era quasi terminato, quando Maya mi ha afferrato il braccio.
«Un gatto morto. Ally, ha un cazzo di gatto morto.»
Visto da vicino, l’uomo sembrava ancora più avanti sull’asse della follia di quanto avessi pensato all’inizio, con una serie di piccoli tagli sulla mano, e lo sguardo vuoto mentre teneva su il felino morto. Non sembrava particolarmente morto, ma la puzza era quella. Una puzza di morte travolgente. Senza la coscienza il corpo era regredito a mera carne e stava semplicemente marcendo. E di fronte alla morte, ho chiesto:
«Signore, possiamo aiutarla?»
Perché forse, ogni tanto, ho la stoffa da manager. Lui invece no, e quindi ha risposto mettendosi la testa del gatto in bocca. O meglio, infilando la bocca attorno all’intera testolina del micio. Mentre lui procedeva con quella manovra, ho visto che il collo del gatto era irritato: una striscia di pelo rosa e umido, come se avesse indossato un collare troppo stretto.
«Signore? Non vedo come potremmo aiutarla.»
Si è fermato a guardarmi, muto e afflitto. Fuori dalla fascia/borsa, il gatto sembrava molto più piccolo. Sembrava un gatto completamente diverso, forse perfino un Bengala. Un soriano randagio avrei potuto capirlo, ma un Bengala può arrivare a costare anche mille sterline. Dove lo aveva preso?
«Signore, è suo questo gatto?»
Ha ripreso con la respirazione bocca a bocca. Bocca a muso? Bocca a fauci? Nonostante tutta la furry art sostenga il contrario, una bocca umana semplicemente non è fatta per adattarsi a quella di un gatto. Eppure, non potevo fare a meno di pensare che dovesse esistere un modo razionale di farlo. Essendo io una persona sana di mente, sentivo le dita fremere dalla voglia di intervenire e correggere la posizione delle sue. Non così. Così.
«Vado a chiamare qualcuno, io non…»
Maya non ha neanche provato a nascondere il proprio sgomento ed è scappata via di corsa. “In caso di dubbio, rivolgersi a un manager” era uno dei capisaldi del raccoglitore, ma lo erano anche “mantenere sempre un atteggiamento calmo e professionale” e “non lasciare mai la postazione incustodita IN NESSUNA CIRCOSTANZA”. Qualcuno doveva presidiare la linea.
«Credo ci sia un veterinario vicino alla stazione. Sa dov’è? Da qui si gira a sinistra, poi di nuovo a sinistra su Crosswell Avenue…»
A quel tempo avevo smesso di notare davvero le cose durante il tragitto casa-lavoro, ma ero abbastanza certa che il posto davanti a cui passavo due volte al giorno, quasi tutti i giorni, fosse un veterinario. La vetrina era tappezzata di impronte di zampe viola così pacchiane che nemmeno l’abitudine riusciva a cancellarle del tutto, però poteva anche essere un negozio di animali. E anche se fosse stato un veterinario, sarebbe stato aperto e in grado di praticare la negromanzia? Nel migliore dei casi, si sarebbero offerti di smaltire il corpo (a pagamento). Quando è morto il gatto della mia famiglia, lo abbiamo smaltito in giardino. Poi ci siamo trasferiti e a volte pensavo a Tango rimasto là, al suo fantasma che si chiedeva perché lo avessimo abbandonato… e poi, smaltire il corpo non è uno di quei casi in cui l’eufemismo suona peggio dell’azione vera e propria?
«Una volta avevo un gatto anch’io. Mi dispiace.»
L’ho detto, ed era vero.
Ho pensato che stavo per vomitare non sapevo bene cosa vediamo.
uh huh uh huh
Maya e Michael sulle scale in procinto di piombarci addosso: io – una potenziale futura manager – che pensavo a un gatto morto, e lui – una potenziale futura notizia sul giornale locale – che stringeva un gatto morto. Le sue mani hanno continuato ad accarezzarlo e a calmarlo, senza pensare, mentre la bocca/gli occhi restavano immobili.
«Signore, il veterinario è a circa cinque minuti di distanza. Devo chiederle di uscire. Mi dispiace, ma qui dentro non è permesso tenere animali morti.»
L’ho guardato dritto negli occhi mentre lo dicevo, con la massima fermezza e decisione, l’ho fissato ben oltre il perimetro delle mie mansioni, per questo non riuscivo a vedere se Michael fosse rimasto colpito da come stavo gestendo la situazione. Se lo era stato, non l’ha menzionato più tardi, quando abbiamo ripercorso l’accaduto per il registro delle segnalazioni.
“Va bene. Bethany dice di aver visto l’uomo entrare con il gatto già morto. Jakob sostiene che fosse vivo. In ogni caso, ho solo bisogno di sapere quanto tempo è rimasto qui dentro, se ha toccato qualcosa… in poche parole, cos’è successo?”
Ti ricordi il gatto di Schrödinger, no? Chiuso nella sua scatola con il martello, l’acido e una vaga sostanza radioattiva. Magari sai anche che Schrödinger era un premio Nobel/pedofilo, magari l’hai pure cercato su Google perché un cartoncino accanto a un libro su di lui in una libreria diceva “scopri di più sull’uomo dietro il gatto” con una grafia dai riccioli deliziosi. Oppure perché è stato citato in un racconto scritto da un uomo con cui eri più o meno/non esattamente coinvolta cui hai fatto un pompino in più di un’occasione, e allora l’hai cercato per assicurarti che i complimenti che facevi al suo lavoro fossero sufficientemente informati. Ma per Michael, in quanto responsabile della sede, con competenze sia sulla libreria sia sulla caffetteria, un gatto morto/vivo/entrambi/nessuno dei due non faceva alcuna differenza. Perciò non importava se fosse entrato già morto, se fosse stato ucciso all’interno del locale o se si fosse fatto beffe dell’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica. La vera domanda non era, come pensavano spioni come Jakob e Bethany, che cosa fosse successo, bensì che cosa sarebbe successo di conseguenza.
“Si spera che questo sia solo un bizzarro episodio isolato, ma se mai dovessi diventare manager della caffetteria potresti trovarti a dover affrontare…”
Ma io l’avevo affrontato. Avevo risolto Il Gatto di Schrödinger: Edizione Libreria. Ciò che distingue i filosofi dalle persone di successo è che i primi si cimentano in esperimenti mentali che sollevano domande, i secondi in scenari che forniscono risposte. Io l’avevo affrontato.
Ho ripensato al messaggio per Isaac e mi sono resa conto di doverlo riscrivere.
“Oggi qualcuno è entrato in libreria con un gatto morto :(
Posso chiamarti?”
(Pubblicato su Short Fiction)
Nota della traduttrice
Olivia Payne è una scrittrice e bibliotecaria londinese. Solving Schrödinger’s Cat, pubblicato nel settembre 2024 dalla rivista Short Fiction, racconta un ambiente osservato con grande precisione: quello di una libreria-caffè, con le sue procedure, i suoi ruoli, le sue regole non scritte e le piccole assurdità quotidiane. È un luogo familiare e insieme straniante, che l’autrice restituisce attraverso uno sguardo ironico, capace di coglierne contraddizioni e dettagli.
La protagonista conosce bene le regole, visibili e invisibili, di quell’ambiente: sa che le recensioni esposte in vetrina rispondono a logiche commerciali, che ogni possibile problema dovrebbe trovare soluzione in una procedura aziendale e che perfino il proprio spazio di lavoro è delimitato da confini precisi. Da questa posizione osserva clienti, colleghi e sé stessa con un’ironia precisa, spesso spietata, che dà ritmo e carattere all’intero racconto.
La sfida principale della traduzione è stata seguire una voce narrante estremamente riconoscibile, capace di passare dall’osservazione ironica alla vulnerabilità più improvvisa. Il testo alterna il linguaggio ordinato e impersonale delle procedure aziendali ai pensieri più disordinati della protagonista, fino ai messaggi per Isaac, scritti, cancellati e riscritti nel tentativo di trovare la formulazione giusta. Il racconto si si sviluppa proprio attraverso questa tensione: tra il desiderio di organizzare ogni cosa attraverso regole e definizioni e la difficoltà di affrontare ciò che sfugge al controllo.
Particolare attenzione ha richiesto proprio questo rapporto con la parola: ogni situazione sembra esigere una formulazione perfetta, eppure, davanti all’imprevisto, le parole diventano insufficienti. Tradurre questi passaggi ha significato trovare un equilibrio tra precisione e naturalezza, lasciando che la comicità scaturisse spontaneamente dal contrasto tra la serietà quasi maniacale con cui la protagonista affronta la vita e l’assurdità degli eventi che la travolgono.
È proprio in questo cortocircuito che il titolo trova il suo senso profondo. Come nel paradosso di Schrödinger, dove più stati coesistono prima dell’osservazione, anche la lingua trattiene più possibilità contemporaneamente. Scegliere una parola significa “aprire la scatola”: dare una forma a ciò che accade, anche quando sappiamo che la realtà è sempre più complessa della definizione che le diamo.
Maria Vittoria Biagini


