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E che cosa scrive?

E CHE COSA SCRIVE copertina

Mota

Illustrazione di Sofia Casavecchi


Fumando trash e stemperando ventuno grammi di noce moscata in acqua calda e sciroppo per la tosse. Anche stavolta andata. In compagnia degli Anarcoidi delle Nebbie, fino a un certo punto, certa ora, ora incerta; dopo, loro tornati alle solite faccende – che pure gli eversori ce ne hanno, di quelle solite. A questo modo si rimane lì, me stesso impropriamente se stesso, a tornirmi l’alba con gli occhi sulla punta della sigaretta. Nel giuramento che sia l’ultima, di qualsiasi compagnia; che non si ripeta. Con tonnellate di tonnellate – in gola – miliardi cubi. Mi diluviano – là dentro – prose a manrovesci, come sempre condottate in quel genere di modalità che avrebbe qualcosa di nuovo se soltanto non fosse. Se non diluviasse. Allora mi mangerei un kebab al chiosco dell’Imperatore Guercio, colandomi dappertutto sulle dita, prima di tornarmene anch’io alle solite: invece, da qualche milione di anni più trecentosette rime baciate, si vive in parete rocciosa. Che pare non sia parete perfettamente verticale, che pare perfino un tetto – perfino sicuro, il tetto, laddove abbia figliato un perimetro, divisori e protezioni, assi di legno a sandwich con quattro centimetri di coibente; comprato: un giaciglio jazz e panca per addominali caratteriali di rap East Coast fine XX secolo; attrezzato: uno studio Parerga e paralipomena, una cella frigorifera per la meditazione, doccia a doppio getto orizzontale; assemblato: un puntino alla volta il campo stellare dell’antiquato screen saver che rischiara a malapena questo residuo bastante di universo computazionale, e dorsi illeggibili dei volumi ammassati sugli scaffali. Ostensibilmente m’invecchio; tutto è vecchio, tutto di un’obsolescenza pianificata. La mia. «Dunque, lei scrive… e che cosa scrive?» Chiunque sia quello che domanda, ha la faccia aliena cipria. Guardi, sono appena rientrato, si fidi, lei non vorrebbe davvero saperlo. «Come no, come no…» E di botto mi si spettrofotometra questa demenza, del morto alla vita nella vita, con lo stile del più assoluto e puro dei ghosting – lo scrivere. Sparire perché non si vedeva più chiaro, sempre che si fosse mai visto. Addobbo di musica per le mie proprie orecchie: scrivo di guerriglia (a passo d’uomo) schivo la guerriglia. Ecco, voleva proprio saperlo? Che pace. Ma quando in maggiore giovinezza, era il contrario. Quando si riattenzioni la cosiddetta esacerbata ambiziosa iraconda infoscata e in larga parte insipiente età delle prime metonimie. Lotta armata – e relativi arnesi. Prendersi a maleducati fatti, in un trecentosessanta gradi qualunque, con i vari mestieranti delle lettere; pugni falsi e zampate molli dei quali, recite e ossequi dei quali, scorpori e abdicazioni dei quali, traspariva che servissero appena (o neanche) a guadagnare stipendio da sagome di cartone per il mio mirino laser circonfulgente d’hybridità. Che cristo, sa cosa scrivevo, come la scrivevo? All’incirca così: qua si affronta la materia, più che come scriventi, come pugili; dato che mi sento portato, indotto, costretto, a saltarti alla gola e a piantarci a fondo i picchetti della mia (che non sarebbe mai abbastanza abusiva) tenda di zingaro; forze impari, molto più compatto più potente di te, peso massimo contro, a occhio e croce, un’ombrina superwelter; vabbè, eccetera eccetera eccetera. Ora, d’accordo, mi peserebbe di vergogna. Tutto contuttociò. Se non mi fossi già (attraverso molteplici rimedi) pianificato obsolescente. Sgobbato a sufficienza – tre bottiglie vuote e un posacenere-eeny meeny miny moe, contento di non essermi ammazzato a ventiquattro anni, e di non essermi poi riammazzato a ventisette, contento di non aver mai vinto un concorso letterario, «Dunque, ha partecipato?», vabbè, eccetera – ma così sembra che non l’abbia poi mica smaltita, più di tanto, quella facinorosa scuffia bambinesca. Invece. Chetato retrocedendo sotto la grazia di albe direttissime. Ma ancora. Se mi provassi a indossare la compiaciuta espressione di circostanza, il fatto non è che non mi calzerebbe bene, giusta, a misura – canediddio, non mi calza affatto: si scolla, si spacca, come se una malta liquefatta non riuscisse in alcun modo a tenerla assieme, primariamente assieme a se stessa secondariamente assieme a me; tremenda essa, tremendamente piogena, la questione. Nell’anche atteggiamento manierato e pacioso, o consimile, perfino se desiderando lo conquistassi, mi si incuneerebbe comunque un ascesso al centro del sorriso. Occorrenza di specchio ai fini di incisione. Userei (chirurgicamente spilorcio) il paria tra i bisturi: dunque la mano, tremolante ma in fondo riguardosa, moralmente di una cazzo di inflessibilità che non se ne reggerebbe nemmeno la congettura, dunque la mano opererà; lo schizzo esordiale imbratta l’ipocrita incorniciato nel riflesso, raccapricciante crema pasticciera, dunque la lama scava un po’; dal turgore esploso, unghie d’avorio annerite di pacciamatura spremono fuori il bordello ematico, ci sarebbe già a sufficienza un lavandino-scena del crimine; ma quasi non bastasse, comprimendo i bordi dello squarcio, ecco che dopo il siero dopo lo scarlatto dopo la pasta infetta, fuoriesce anche la merda; la merda mi satura la bocca, incompatibilmente gengivale, tra i denti stortati, sulla lingua, e giù ai lati; è merda vera a pezzettoni veri, questi ultimi presto identificati come piccoli serpenti giovani; sgusciando tra le dita verso la conca della ceramica, pallidi e velocissimi, grazie al loro liquido d’accompagnamento, svuotando l’ascesso e privandomi della mia compiaciuta espressione – di circostanza, di una circostanza che fu. «Sì, eppure, si potrebbe obiettare che la sua ricerca dell’effettaccio a questo punto estremo e gratuito risulti, come dire?» Non lo so, lo dica lei. Intanto a me toccherà cauterizzare ’sto splatter apocalittico avveratomi in centro faccia – nitrato d’argento – immettendo, nel flusso delle baggianate perianali pseudorealistiche economicizzanti, certi spettacoli di rappresaglia. Anomale e disfunzionali particelle di tempo, disperse in uno spazio a dimensioni dilatazioni-pagina, bloccate in attesa di sincronizzazione. Di prima, molto prima che mi ci cacassi sopra da quella ferita alla bocca. E cosa facciano gli scrittori. Eeny meeny miny moe. «Ma scusi, lei si reputa o no, uno scrittore?» Pensare che le piante dappertutto dalle mie parti ora stanno a primavera, cosa gli rifilo a questo qui? Ah, ecco. Uno scrittore è solo la somma dei chili delle vostre carni enfiate quando abbandonano la lettura. Saporosa sintesi da dropout. Che ho finalmente capito, quale sorte mi si sarebbe conformata all’aspirazione se fossi stato… scrittore: avrei millantato quelle capacità che sempre non si possiedono se non in quantità molluscoidi (che tra il dire il mare il fare, c’è di mezzo, ecco cosa), inseguendo posizioni in saghe da impiegatucoli, un po’ fantasy magari, dando nomi alle mie e ad altrui patologie, inventandosele se necessario, eziologia fiscale dei nudi corpi, sopravvivendo solo grazie a un verbale segreto di frustrazioni al calor bianco. Ed eventualmente anche altro, ma non vi è nesso, perciò basta. Un giorno e pure quello dopo, mi capitò d’intralcio provvidenziale l’intelligenza di una cosa diversa: l’oblio. Uno svanimento immaturo anticipato, un disconoscere le premesse. Non producendo che benino o malacconciamente o di fortuna scritture da notti insonni, una maschera simil-Kafka con visiera paraschizzi che proteggesse dai frammenti ossei – troppe autopsie del cogitare. Quel traguardo risultò davvero il mio – ancora è – il mio sprone, il mio metodo. L’isolamento che ingigantisce a premio. «Non lo pensa veramente.» Oh, non ne dubiti, sarebbe molto peggio se mi riconosceste. Rifugiato nei sobborghi della neve. Taluni silenzi e sfarinamenti dai rami impercettibili e strida di bestie da intuire, e sempre nuovi silenzi; che, laddove appaia, la gente umana mi è di sciagura. Io l’ho già toccata tutta con queste belle mani, la letteratura, tutta possibile – le ho tolto le voglie. Sembrava a digiuno da parecchio. «Tranquilli, è solo uno che se la canta e se la suona.» Già, proprio così. E dove sareste voi, per ostacolare questo moto con cui si va contro, come se non si avesse più alcuna propensione elastica? La vorrei estinta, l’intera vostra faccenda, per quanto globale la mettiate giù. Se allargassi le braccia, cominciando lentamente a ruotare lungo il mio asse spinale, non sentirei niente. Nessuno. Nessuna resistenza. Dio, che bastardo mal di testa: bagno, armadietto, aspirina, okay. Abbonda (tra i tanti svantaggi dicibili) pur tuttavia il vino. Per la domenica tardi di bufera, per non trovare lungo. Tormenta che concede disattenzione ai nervi, polverizzata, boato sospeso nell’austerità di gennaio, luci ultra-terrestri, una microscopica scossa di paura soffiata via dai rami degli abeti, in un ulteriore tentativo di redimere dal tramutarsi in minaccia – lo sconfortante sentimento dell’altrove – che venga pure a picchierellarmi le finestre. Non tarderà il buio: aborto applicato, selettivamente, a ogni incubazione di ricordo o speranza. Ma scusi, sto frignando troppo, risolleviamoci l’umore. «Però, se ne avverte l’impellenza, si sfoghi, ci mancherebbe…» No, è per via delle emorroidi. Quello, che interloquisce autonomo oppure messo lì a posta fatta, sa poco controbattere. Perciò divago. Ha presente Wittgenstein? C’è questa specie di cristallina autoanalisi, che affiora a un certo punto nel Ludwig Wittgenstein (dalle Ricerche filosofiche): “[…] non appena tentavo di costringere i miei pensieri in una direzione facendo violenza alla loro naturale inclinazione, subito questi si deformavano. — E ciò dipendeva senza dubbio dalla natura della stessa ricerca, che ci costringe a percorrere una vasta regione di pensiero in lungo e in largo e in tutte le direzioni. — Le osservazioni filosofiche contenute in questo libro sono, per così dire, una raccolta di schizzi paesistici, nati da queste lunghe e complicate scorribande.” Cosa ne pensa? Niente – è scomparso. Allora per il fastidio mi appallottolo, come l’artropode dall’armatura segmentata sfericizzabile, l’onisco; immergendomi ritorto in un cocktail stracarico di taccuini dei vent’anni, dove si sfoglierebbe tra le cose anche questa: La riflessione, nel mio caso, si produce, prende forma (forme), sempre con la scrittura, attraverso la scrittura e simultaneamente alla scrittura (è raro che io riesca a elaborare completamente qualcosa prima di averlo saggiato con la scrittura; sembra proprio che il mio processo mentale non riesca a funzionare senza l’inchiostro, il segno, il check-up del foglio – l’evento nel quale si incrociano pericolosamente il logos e il suo contrario); a causa di questa affezione primigenia, l’opera avrà sempre l’aspetto di un discorso assai poco disciplinato, che virerà bruscamente o scintillerà o si raffredderà, formando nodi tematici di una consistenza eterogenea, da cui emergeranno sicuramente ripetizioni, deviazioni, riformulazioni. Queste cicatrici di bruciature – catalogatele, prezzatele. In un’unica caduta di fuoco, sfioramento epidermico di ferro incandescente, in un’unica sentenza, chiudiamo la nostra pelle dove non è mai stata aperta. Cauterizziamo solo l’eventualità, l’ipotesi dello strappo. Altrimenti. Concentrandosi, con lingua sparecchiata dal vento e alberi di Natale nella testa, neuroni sovreccitati, concentrandosi nell’implementazione di questa fabula high-tech in grado di crescere come uno scheletro calcareo, dopo i riti d’iniziazione, le parti determinano un’addizione che scuote il capo davanti alla somma delle sue parti – se parti alla riscoperta delle tue radici oltre le avversità e la rinuncia – oscilla l’aria, concentrandosi attorno al punto più caldo, centro di gravità, spins&glides, attorno ai millecinquecento gradi del linguaggio automatico, che fonde perfino l’acciaio. Così nel mio parlar voglio essere aspro… ma, nello scrivere, fui altresì dolce ed elusivo quanto una barbabietola da zucchero. Yogurt da bere: se non mi svegliavo collerico, speculavo sul fruttosio. Era solo che a furia di fraintendermi (da solo) mi ero acciocchito pazzo. Se ci si accatasta una legnaia fuori, è anche bene che si provi un gran freddo dentro – nevvero? Altrimenti. Oh, stasera mi sento proprio in vena, proprio dell’umore-Lester Young purché non vinca la sonnolenza, proprio mi imbrocca la voglia di riguardarmi questo film che ho già visto una dozzina di volte. Per cui collego i cavi del gruppo elettrogeno alle pale buio-dinamiche, stendo il telo bianco ottico dello schermo a parete, innesto la bobina cinematografica sul perno del decodificatore, e affondo in poltrona abbarbicato a un vetraccio di nebbiolo. Via – di nuovo mi somministro questo film che una volta vidi per la prima volta – che solo una volta te la puoi concedere, una prima volta, e non si tratta certamente di questa – che forse non sarebbe nemmeno importante deciderlo, se si sia trattato o meno della prima volta, né allora né poi. Era un film low-budget decisamente (come si dice) ben scritto oltre che ottimamente interpretato da attori in quel periodo impantanati in una fase di stallo della loro carriera, tra cui un attore belloccio ma non più giovanissimo che per ragioni di verosimiglianza era stato costretto a ingrassare e a imbruttirsi un tantino; ed era un film liberamente ispirato alla vita di uno scrittore del quale avevo, fin da adolescente, ammirato l’opera e del quale conoscevo in maniera particolareggiata la biografia, uno scrittore considerato una specie di creatura mitologica (nell’accezione di una mitologia per scrittori, ovvero anche un po’ stereotipata), un guitto per metà cinico e per l’altra metà tipologicamente alcolizzato il quale aveva svolto tutta una serie di lavori cosiddetti umili prima di diventare cosiddettamente famoso, lavori manuali sottopagati, quei lavori per cui è richiesta una scarsa o nulla qualificazione e che non necessitano di credenziali eccellenti, anzi che se non ci sono è meglio perché dovrai masticare un sacco di stronzi morali e sottomissione psicologica e mortificazioni assortite, tipo essere assunto come lavapiatti a novanta centesimi l’ora o robe così, ma poi il bastardaccio ce l’aveva fatta, insomma era diventato uno scrittore di professione, un autore di cosiddetto culto, osannato tanto dal pubblico quanto dalla critica con l’etichetta di leggendario cattivo ragazzo della letteratura, questo scrittore a prima vista abrasivo e bolso e poco lucido e attaccabrighe ce l’aveva fatta, senza mai accettare compromessi o semmai accettandone solo una quantità minimamente sindacale (nell’accezione di un sindacato degli scrittori), tipo tagliare via trenta o quaranta aggettivi di troppo da un racconto breve per vederselo pubblicare da una rivista e poter finalmente smettere di lavare piatti incrostati di menu turistici a novanta centesimi l’ora o robe così, che poi, avendo rappresentato alla perfezione il cliché dell’aspirante scrittore obbligato a sfangarsela attraverso una miriade di squallidi lavori del cristo prima di ottenere il meritato successo di sicuro faranno un film sulla tua vita; e io quel film l’avevo visto una volta che era stata la prima e mi era subito piaciuto sebbene non al massimo grado (però, abbastanza da non renderla l’unica volta), beh, cos’altro aggiungere, mi piacque in quella maniera che te lo fa guardare con una specie di sorriso ebete stampato in faccia per l’intera durata, a tal punto mi sentivo solidale con quell’attore ingrassato e nauseato e disilluso che interpretava lo scrittore, scrittore che malgrado non fosse il mio scrittore preferito indubbiamente rientrava tra i miei dieci scrittori preferiti; detto questo, c’era una scena strepitosa nel film, un dialogo di quelli cosiddetti indimenticabili, in breve lo scrittore stava nuovamente cercando lavoro dopo aver perso l’ultimo e sosteneva questo colloquio d’assunzione con il direttore del personale di un’azienda del settore alimentare o robe così; il film era ben fatto, le inquadrature rivelavano scelte scarne ma eloquenti da parte del regista, qualcosa di tragicomico e di vagamente surreale, il tono era azzeccato (o addirittura azzeccatissimo) se solamente ci si soffermava a considerare che razza di vicissitudini avesse affrontato quel povero guitto-scrittore prima di diventare famoso; e il summenzionato dialogo si svolgeva all’incirca in questo modo, se la memoria non mi tradisce (nel qual caso sto facendo proprio bene, a riguardarmi questo film, affinché la memoria non possa tradirmi mai, e per nessuna ragione che non sia una ragione più che seria). «Uno scrittore, eh?» diceva il direttore del personale, posando il curriculum del nostro affezionatissimo sulla scrivania e accendendosi distrattamente una sigaretta. «Sì» rispondeva lui. «È sicuro?» chiedeva il direttore del personale. «No, veramente no…» rispondeva lui. «Perché vuole lavorare in una fabbrica di sottaceti?» «Mi fa tornare alla mente mia nonna.» «Davvero?» «Sì. Lei mi offriva sempre dei sottaceti quando andavo a trovarla.» «E che cosa scrive?» «Perlopiù racconti… sono a metà strada con un romanzo.» «Di che cosa parla?» «Di qualunque cosa.» «Cioè, per esempio, parla pure di cancro?» «Sì.» «E di mia moglie, anche di lei?» E lo scrittore, senza battere ciglio: «C’è dentro anche lei, sì…» E a quel punto davvero rido, tanto, oltre le pianure, i valichi, quegli oceani scheggiati unicamente dalla luna; rido di quel tanto che un poco di scrivere si arrampicherà sulle facciate delle case, bucherà le finestre, vibrerà vicino, forse stanotte e forse abbastanza da giungere fino a te.