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Esperimenti

ESPERIMENTI copertina

Serena Barsottelli

Illustrazione di Raff Villani


 

La geometria del corpo mi ha sempre infastidito. L’asimmetria della parte destra rispetto alla sinistra. L’incapacità delle vene di seguire una traiettoria dritta; ecco, di tutte le imperfezioni, questa è la peggiore. Rovina il ricamo che con la lametta costruisco sull’avambraccio ogni volta che voglio ricordarmi del dolore fisico. Quel dolore in grado di coprire quella sensazione che mi fa portare una mano al petto, affannare il respiro. Quel dolore che mi ricorda che nonostante tutti i tentativi sono ancora vivo. Morire è difficile se gli altri si mettono in testa di salvarti a ogni costo, che la tua vita è preziosa. Preziosa per chi? Per te? Non conosci nemmeno il numero di scarpe che porto, né quanti capelli ho in testa.
«Sai, è una cosa che proprio non sopporto: la gente vuole dimostrare a tutti i costi che la vita è importante. A me non me ne frega un cazzo di vivere e quando morirò sarò contento. Uno stronzo in meno, ecco che cosa lascerò.»
«In fondo lasciare vuol dire sia abbandonare che donare» dice Aimone. Aimone è alto almeno quaranta centimetri (lui dice trentotto) più di me, ha la mia stessa età e frequenta la classe vicino alla mia. Ha gli occhi sempre troppo aperti, e ti guarda come se ti vedesse per la prima volta. Sembra un po’ scemo, e se glielo dici fa spallucce e non si offende. Allora capisci che è strano davvero.
«Che domanda hai oggi, genio?»
Aimone non capisce l’ironia. A volte sembra che non capisca un cazzo di quello che dico.
«Stavo pensando a quanta forza ha un sasso quando si stacca da una montagna.»
E invece sì che è un fottuto genio!
«Be’» rispondo, «possiamo calcolarlo. Ti trovo io il modo per fare l’esperimento. Tu pensa alle formule. Il resto è compito mio. Rilassati, amico.»
Amico: la parola magica per fargli fare tutto.
Inizia a bofonchiare di accelerazione e di massa, di gravità e di resistenza del suolo, muovendo le mani davanti a quegli occhi che continuano a brillare come davanti a una fica. Gli metto il casco, lo allaccio, le sue mani continuano a muoversi. Andiamo.
Oggi sarà una bella giornata perché uccideremo qualcuno.

*

Il cavalcavia pedonale è in metallo mangiato dalla ruggine. Un tempo, forse, il suo bagliore alla luce del giorno deve essere stato accecante. Un tempo, non oggi. È una sera illune, e il mostro rossastro sovrasta l’autostrada come una montagna di granito. Seguire la lezione di scienze della terra, in fondo, mi è servito. Mi sento un poeta, adesso. Aimone è il mio pennino.
«Vieni, sbrigati.»
Rischia di inciampare, si agguanta al corrimano. Immagino una scheggia di metallo infilzare la pelle, alzarne il primo strato. Il sangue colare sulla punta delle sue scarpe chiare.
«Domani dovrai pulirle» dico.
Quello si guarda le mani.
«Le scarpe. Hai portato quello che ti ho chiesto?»
Estrae un blocco di fogli bianchi, un lapis 2H, gomma e temperino.
Siamo intorno ai cinque metri di altezza. Sotto di noi le macchine.
«Aimone, qual è la tua macchina preferita?»
«La Punto. Come quella di mamma.»
Sorrido. «Va bene, hai scelto tu. Un sasso che si stacca da una montagna, eh? Dunque, dunque…»
Dalla tasca estraggo un masso grosso come il mio pugno.
«Prendilo.»
Aimone guarda il suo materiale, il masso, poi le sue mani.
«Puoi appoggiare un attimo il resto. È un chilo e settecentocinquantadue, l’ho pesato prima di uscire. Ricordatelo: sarà utile per le tue… ricerche.»
«Ok. E ora?»
Aspettavo questa domanda.
«Be’, è un po’ come quel gioco del luna park. Aspetta una Punto, poi prova a colpirla. Calcoliamo la forza.»
All’inizio dall’alto le automobili sembrano tutte uguali, poi ci abituiamo a distinguerle tra loro. Ci vuole più del previsto perché, diciamolo, chi cazzo si compra una Punto oggi? Stupido, stupido Aimone.
«La Punto!» grida e anche io mi illumino.
«Vai! Ora.»
Afferra il masso, prende la mira e lo lascia cadere giù.
Il rumore del parabrezza che si infrange arriva fino alle nostre orecchie. Poi i fischi dei freni, le sonore sgommate delle altre auto che cercano di evitare la macchina ferma al centro della carreggiata. Il boato di qualcosa che colpisce un’altra cosa.
Quello prende il blocco, inizia ad annotare: la massa del masso, la velocità di accelerazione, la forza della gravità.
«Ci vorrebbe anche la resistenza del vetro» dice. «Del vetro del parabrezza di quella Punto.»
«Sìsì, fai pure, ma vai, corri.»
Lascia cadere a terra tutto, si china a raccogliere il foglio.
Dalla strada arrivano grida. «Un’ambulanza!» «È morta?» «È morta!» «Che cosa è stato?» «Chi è stato?»
Ascolto la sinfonia confusa delle loro voci che si alternano e sovrappongono come un coro mal diretto. E poi immagino il parabrezza che si infrange. Il masso che colpisce il capo del guidatore. Non so perché, ma credo fosse una donna – la Punto è una macchina da donna, no? Un secondo prima si era sistemata la frangetta, poi nell’impatto avrà perso una striscia di pelle e insieme la radice dei capelli. Il sangue, le ossa del cranio. Il cervello spappolato. Le mani ancorate a un volante e il piede destro sul freno. Poi niente.

*

«Sei riuscito a trovare la soluzione, poi?»
Non mi interessa davvero. È che ho fame, fame di cose che non si possono mangiare. No, sarebbe disdicevole e alquanto difficile cibarsi della paura degli altri.
Scuote la testa dopo aver scarabocchiato sul foglio.
«Hai bisogno di un nuovo problema.»
«Quella macchina…»
«Silenzio, amico, non interrompermi proprio ora che sto enunciando la questione. Secondo te quanto ci mette un uomo prima di perdere i sensi e svenire? Dopo essere stato pest… colpito al centro del petto?»
Aimone si gratta la testa con l’indice destro. Borbotta di peso dello strumento, della forza che vi viene impressa, della resistenza del corpo («È nudo?» chiede, e io rispondo: «Se fa la differenza dovremmo prima spogliarlo.)
«Cosa?»
«Stavo solo ragionando ad alta voce. Ora, però, andiamo.»

*

Ci facciamo seguire fino alla piazza del mercato, nella zona delle logge. Di notte, non c’è nessuno lì, nessuno che valga la pena incontrare. Se ne tengono tutti alla larga, anche gli sbirri, perché la povertà è pericolosa se non hai più niente da perdere e bisogno di ogni cosa.
«Hai assunto droga?»
Aimone lo interroga come se fosse importante, poi sussurra solo due parole: «Infarto respiratorio.» Vuole essere sicuro che nessuna sostanza alteri i risultati dell’esperimento.
Il vecchio ci guarda e ci chiede che cosa vogliamo da lui. Soldi non ne ha, il suo culo è quadrato e sporco. Non ha niente da offrirci e di certo non desidera la nostra compagnia.
«Allora perché hai accettato il nostro invito, mostro?»
Fa spallucce, poi striscia la prima falange del pollice con quelle dell’indice e del medio.
«I soldi» rantola.
«Non ne abbiamo» sussurra Aimone.
«Tutti quelli come voi ne hanno.»
Dal vicolo pedonale che attraversa il loggiato arriva pungente una vampata di urina. Altri rumori la seguono, poi il puzzo di feci.
«Amici tuoi?»
«Io non ho amici» sentenzia il vecchio. Ciò che volevo sentire.
«Colpiscilo» ordino ad Aimone, che mi guarda, poi chiude i pugni, poi torna a fissarmi.
«Colpiscilo. Inizia con uno, poi il resto verrà da sé.»
«Ma io» prova a reagire quello, e allora sono io a sferrare il primo, al centro del petto. Sento scricchiolare, il corpo ossuto non oppone resistenza. Un colpo di tosse e poi uno scaracchio.
«Puzzi di alcol» dico.
«E tu di merda.»
«Che aspetti, Aimone? Aiutami!»
«Uno» dice. E poi pronuncia il due e colpisce. Ci alterniamo finché l’uomo cade a terra. Sferro il primo calcio tra le gambe, poi uno alla caviglia.
«Luca…»
«Zitto, tu! Non ti ho detto che puoi chiamarmi per nome!»
«Ma siamo amici, no?»
«Taci e conta!»
«Luca, il vecchio se l’è fatta addosso.»
Non si muove più. Sui pantaloni sporchi c’è una macchia scura che disegna una strana mutanda.
«Luca.»
«Eh?»
«Ho perso il conto. Tu l’hai tenuto?»

*

«Questa è la nostra notte, amico! Anzi, no: è la notte delle risposte. Sei soddisfatto, eh? Sai quanti anni di ricerche avresti dovuto perdere, se non avessi pensato io a darti una mano? Eh, Aimone? Rispondimi, cazzo, ti sto parlando.»
Aimone fissa il semaforo ora arancione, ora spento.
«Sì è dimenticato il verde e il rosso» dice.
«Ma no, non ha memoria. Non essere sciocco.»
«Stavo scherzando, Lu…»
«Che battuta.»
Muovo tre passi sulla strada, accorgendomi tardi di non aver controllato che nessuno passasse. È andata bene, mi tranquillizzo, sono vivo. Forse ci cercano ma non sanno chi siamo. Sono vivo. Io sono vivo. Chissà se lo è anche quella della Punto. Se fosse la mamma di Aimone, be’, l’avremmo fatta proprio grossa.
«Che fai?» chiedo allargando le braccia. La carreggiata è mia, la notte è mia. Aimone non ha niente e perde tempo. Non ne rimane mica molto.
«Conto quanti secondi passano tra il buio e la luce. È sempre lo stesso numero, sai? Ma voglio essere certo che non si sbagli.»
«Ci mancava questa.»
La pioggia inizia a battere sull’asfalto. Da grigio scuro diventa catrame e, se anche ci fossero delle gomme da masticare impresse nel terreno, se ci fossero delle tracce – macchie di sangue, di urina di topo, di spruzzi di cane o di detersivi usati per pulire lo scempio – io non potrei notarle.
«È una notte perfetta» declamo, accennando una piroetta. Non passa nessuno. E chi dovrebbe passare in questa notte infernale? È appena arrivato l’autunno, la pioggia gelida da nubi lente. Le stelle non esistono sopra. Le stelle qui non sono mai esistite.
«E tu?»
«Io che?»
«A che pensi, Luca?»
«Al fatto che è una notte troppo bella per farla finire così presto.»
Aimone abbassa gli occhi e anche il mio sguardo rincorre il suo. I suoi bei mocassini non sono più chiari, ma chiazzati di scuro. Una pozzanghera, sussurro, ma le pozzanghere non hanno il colore del sangue.
«Penso che siamo morti, Aimone.»
«Allora perché respiriamo?»

*

Avrei dovuto fargli tendere un filo da semaforo a semaforo. Avrebbe tagliato la gola a qualche motociclista. La testa sarebbe saltata in aria con un triplo carpiato schizzando sangue, disegnando orride tracce del suo maldestro passaggio.
Era troppo? Sarebbero bastati dei blocchi di cemento oppure delle transenne. La strada bloccata nella notte. L’ultimo grido del disperato un attimo prima del boom. Il corpo che si riversa sull’asfalto con un sussulto repentino, poi si ferma.
Invece siamo saliti da me.
Gli ho chiesto se volesse qualcosa, e lui ha detto «Devo fare pipì.» «Se ti scappava da pisciare potevi approfittare del vicolo al mercato» ho replicato.
«Tua mamma non c’è?»
«Mia madre non c’è mai. Quella puttana preferisce stare il più possibile lontano da qui.»
I piatti incrostati sono impilati nel lavandino. La spia della lavastoviglie lampeggia da giorni; nessuno ha chiamato un tecnico.
Gli mostro il bagno, gli volto le spalle. Lo lascio fare quello che deve.
«Senti, Aimone, ci sarebbe un altro dilemma che potremmo risolvere.»
«Sì?»
La zip scatta, io mi volto.
«Quanto ci mette un corpo a perdere tutto il sangue che ha?»
«Be’» inizia, «credo che sia indispensabile conoscere la quantità di sangue presente, in chili. La velocità con cui fuoriesce (potrebbe legarsi all’ampiezza della ferita?). Poi: la capacità di coagulazione, la temperatura dell’ambiente, la deadline del rigor mortis.»
«Dove le hai imparate tutte queste cose?»
Aimone alza le spalle, poi si porta gli indici alle tempie.
Immagino sia nato così. È un dono naturale. Sorride, Aimone, e per un attimo scorgo nei suoi lineamenti una traccia che mi fa rabbrividire.
«Spogliati» gli dico, ma un attimo dopo sono io quello che si sta togliendo i vestiti.
«Spogliati» ripete, e la sua voce è senza vibrazioni, come uscita da un mangianastri.
«Quanto pesi, Luca?»
«Ottantadue chili.»
«Il tuo sangue dovrebbe essere circa il 7,7%. Dunque 6,314 chili. Hai assunto droghe, Luca?»
«Perché me lo…»
«Coagulazione. Entra nella vasca, Luca. Non vorrai mica sporcare. Non credo che a tua mamma farebbe piacere strofinare tutto quel sangue dalle mattonelle.»
Il marmo è vuoto, freddo.
«Allunga il braccio.»
Eseguo.
«La lametta.»
La passo.
«Che strane le traiettorie delle vene. Alcuni le potrebbero trovare disturbanti.»
Annuisco.
«Ora chiudi gli occhi, amico.»
«Aimone, quando sei diventato come me?»
Mi passa una mano sul viso, poi la ritrae arricciando il naso.
«Lo sono sempre stato.»