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Fegati

FEGATI copertina

Giorgia Distefano

Illustrazione di Raff Villani


 

Erano mesi viscidi, le estati. Il torpore, la violenza. Le ossa al sole diluivano il sangue, un marciare sordo e liquido dentro le vene, poi la pressione e le palpebre basse, sdraiate, nel vuoto.
Lo schermo freddo del computer proiettava le stesse immagini da settimane, minute donne coreane che ingurgitavano quantità inaudite di cibo glassato ed elastico. Erano i miei preferiti, i mukbang con le frattaglie. Loro utilizzavano bacchette di legno solide come gambe, guanti neri e plasticosi, pinze con le estremità dalla forma di zampette di gattini.
Raccoglievano cubi morbidi e salivanti grasso, per poi risucchiarli tra le labbra dipinte con rossetti tenui. Erano intestini violacei di vacche, o di pesci piatti come razze e seppie. Quelli dei pesci potevano essere gialli, quasi ocra, o tinti di rosa slavato. Presentavano questi organi grossi quanto le loro teste, facendoli penzolare di fronte alla telecamera. Bagnavano ogni boccone in ciotole di vetro piene di olio di sesamo, che colava viscoso, e cadeva ancora nella scodellina, infuso col ferro vermiglio della carne sanguinolenta. Una volta unto, ricoperto da quello strato spesso e ingiallito, il frammento molle andava poggiato in un’altra piccola tazza piena di sale in grani grossi. I cristalli erano colorati, rossi o rosa, mai solo bianchi.
Le grezze traduzioni in inglese nei sottotitoli ripetevano la stessa solfa ogni volta: sapore di grasso, uno strato sottile all’esterno, cremoso all’interno, sapore ricco, ferroso, morbido e gommoso. La mia esperienza arrivava alla cotenna di maiale, non avevo conosciuto la spina dorsale della mucca, né i budelli crudi. A volte i piatti erano così bizzarri da non avere traduzioni dal coreano: fogli di carne grigi e bitorzoluti, sottili come tovaglioli di carta.
Mentre rimbombava quel masticare e deglutire, il mio stomaco sembrava ricevere il cibo. Amavo pensare che non fosse la fame, ma la digestione, a urlare dal fondo delle mie viscere. Le labbra di quelle ragazze si sporcavano e stillavano olio accidentalmente, io leccavo gli angoli della mia bocca vuota.
Annaspavo sul terrazzo, col ventilatore incollato al viso. La mia schiena era un vetro appannato e frastagliato, pioveva sudore fino ai fianchi. I capelli che vi poggiavano sopra si erano inumiditi e asciugati all’afa una decina di volte, in un ciclo eterno. Era profonda estate, l’epistassi. Un rivolo bollente fino alla bocca, poi sui polpastrelli. Sovvenivano fotografie, volteggiavano ai venti freschi artificiali, pregne di animalità; sotto quel sole in lingue spiraliformi i ricordi accorrevano saltandosi addosso, pestandosi le teste confuse a vicenda senza curarsi delle contusioni.
“Ogni percentuale d’amore sarà goccia di sangue che mai tornerà” e altre sofferenze scritte sul fondo dei manuali per l’università, pregando di cedere ai sentimenti per smettere di pensare a un’elettricità schizoide, a una macchina che parte a strappo. Barattando tutte le contorsioni di rame per condurre un affetto meccanico alla lingua, ai polsi, allo stomaco. Era elettronica, la mia vita sotto l’epidermide, sentivo i cavi riposizionarsi in certi terminali, incastri intrappolati, sporgenze acide di batterie esplose. Eppure il respiro caldo, da animale torbido, spingeva giù la goccia di sangue vivo.
Pensavo ardentemente alle trasfusioni, una passione sconsiderata, dall’involucro di peccato, un lungo privarsi di vita ed energia. Un atto meraviglioso, umano, ma io vedevo solo pietà, con la mia bocca piena di benzina. Se il sangue non rispettava le affilate regole disposte, non si poteva donare. L’atto di carità si rammolliva a una rancida resa, si schiudeva in crimine.

Avevo fatto un casino, ma lui sembrava l’unico a capire cosa significasse morire di fame.
Non sapevo se il sangue abbrutito dalla fame fosse più pallido delle luci dei semafori, o più fangoso della cenere affogata nella pioggia.
Avevo iniziato a rifletterci mesi dopo al mio plasma marcio nelle sue vene, in ogni gesto d’amore. All’inizio, senza spiegarci troppo, ci capivamo nei nostri stomaci stropicciati, ecchimosi e braccia scorticate. L’unica gentilezza che riuscivamo a concederci era non dirci il nostro peso. Ma era l’ottava volta che saliva sulla bilancia, ed erano le tre del pomeriggio.
Sotto i palmi del digiuno si poteva stringere ogni cosa, premerla al suolo, disintegrarla, raccoglierla e salvarla. Potevamo dominare numeri, pratiche, torsioni. I pugni allo stomaco sembravano funzionare, pizzicarsi meno. Io riuscivo a mangiare il ghiaccio con sopra il sale, lui no.

«Se non riesci a non mangiare, allora forse dovresti smetterla. È disperazione, bere acqua salata.»
Eravamo finiti a urlarci addosso, non era raro. Provando a raccoglierci, le nostre astinenze incrociavano le loro dita, si stritolavano per sentirsi le ossa a vicenda. Così, speculari avidità si correvano dietro, in una danza senza fine, i bordi distorti, piangendoci sulle spalle vicendevolmente.

«Non ce la faccio più, io mi ammazzo. Mi avevano detto che sarei scomparso senza sforzi, di questo passo. Ma questo è uno sforzo, è uno sforzo da bestie.»

Si era messo a testa in giù, masticava due gomme alla menta, ripeteva, interrompendosi solo per annunciare il suo imminente suicidio: «Buddha Amida, salvami.» Non era religione, era il vizio delle preghiere. L’unico credo, poteva dettarlo lo schermo sfarfallante della bilancia, ma era difficile caricarsi del peso delle proprie responsabilità quando non ci si reggeva nemmeno sulle proprie gambe.
A differenza sua, io non riuscivo a commentare con asprezza le sue lagne, che erano anche le mie. Dopo il funerale di suo nonno, mi raccontava di volere essere magro quanto Cristo appeso alla croce. Poiché era il suo modello, ma non la sua guida, non lo pregava. Lo guardava e basta. Lo avevo sognato crocifisso qualche volta, troppo abbronzato per essere lui. Se avesse mangiato, forse, avrebbe preso quell’abbronzatura mediterranea.
Un giorno di febbraio si era svegliato, mi aveva chiamata, aveva detto: «Io non ho niente sotto controllo.» Ero in piedi da un paio d’ore, avevo già corso per trentacinque minuti sulla cyclette per bruciare le calorie del latte e dello zucchero che avevo mischiato nel caffè.
Lui aveva scoperto che erano i palmi del digiuno a coprirci, ma erano così lucidi e trasparenti, che sembravano i nostri. E in uno spazio così chiaro, si poteva proiettare qualsiasi cosa. Godevamo i nostri film cerulei, quelle fantasie di altri mondi. Sotto la regia dolce e crudele delle nostre privazioni, le ossa sembravano perle. Ma le nostre erano ingiallite e piene di storture, rami imbrattati di resina. Solo quello sapevamo fare, litigare e immaginare.
Ero letargica, e mi sforzavo di continuare ad ascoltare la sua voce roca mentre il mio polso cedeva al peso del telefono. Sapevo che avrei dormito almeno altre tre ore, e poi ancora il pomeriggio. Dentro, il cranio era leggero come fosse pieno foschia. Per contro, la testa pesava così tanto che non riuscivo a tenerla dritta sul collo. Ma stavamo ancora bene, non ci eravamo ancora mangiati il cervello, potevamo guardarci negli occhi e tenerci per mano, andare a leggere insieme, all’unica condizione di consumare il solo pasto del giorno poco prima di vederci.

Sapevamo che il primo a morire avrebbe mangiato l’altro. Avevamo letto che la carne umana provocava indigestione, essendo eccessivamente grassa e inutilmente calorica. Quella sarebbe stata la nostra portata d’eccezione, potevamo mangiarci da morti, dolcissimi e colorati di ittero.
Verso aprile, dormivamo così tanto da non riuscire a incontrarci più. Lo sognavo ancora crocifisso, da sveglia lo dimenticavo. Non c’era più bellezza nel cielo nero, nel vuoto che ringhiava. In quel mondo incavato alle catene di ossa, nei nostri soporiferi battiti, vi eravamo solo noi; non lo abitava nessun altro.
Lontano dai nostri palmi di privazione, c’erano tutti, c’erano i dolci alla crema e ogni verdura annegava nell’olio. La frutta si mangiava matura, le ciliegie macchiavano i denti e tutta la bocca, le arance avevano così tanto succo che ti colava per i polsi. Non c’erano numeri, solo saliva sotto la lingua. Le immagini del cibo, solo quelle venivano proiettate al nostro risveglio, dai nostri cervelli teatrali. Opere di grassi, di carboidrati, spettacoli pirotecnici in calorie, per scaldare i nostri arti gelidi. La catarsi però, non arrivava mai. Neanche all’immagine della mia bocca imbrattata di sangue, dopo avere tirato un morso alla pancia del mio cane, che guaiva terrorizzato. Allargando le palpebre e sussultando rumorosamente, avevo allungato una mano al pavimento per sentire il barboncino, ancora vivo, leccarmi le dita con gioia innocente. Il petto si era rivolto al soffitto quasi spezzandomi la schiena, finalmente tornava al materasso; il mio cuore aveva raggiunto il tetto ed era sprofondato ancora in terra in una manciata di secondi.
Più che al cibo, io somigliavo al suo digiuno. Un piacevole dolore che lo portava a pregare divinità lontane, e come la pace gli si era presentata, io ero scomparsa. Non aveva più fame, perché voleva mangiare, e aveva scoperto di poterlo fare. Nessuno lo avrebbe ucciso se avesse mangiato un piatto di pasta intero, senza masticarlo in poltiglia. Lo aveva scoperto mentre io dormivo, e pensavo fosse immobile, inchiodato alla croce. Invece era sceso, a mia insaputa, e io ero rimasta indietro e non potevo più raggiungerlo.

Asciugavo il sudore dall’interno dei gomiti, le pale azzurre del ventilatore mi avevano portata nei loro vortici di plastica nuova che odoravano di bruciato. Non eravamo morti, dovevamo soltanto allontanarci.
Lo avevo visto a febbraio, quello dell’anno nuovo, sembrava un altro. Vivo, senza gomme da masticare in bocca. Gessato e stanco dal lavoro.
Non volevo fissarlo, ma non potevo farne a meno. Non stavo guardando il grasso sulle sue guance, le braccia, l’addome, le gambe. A superarlo in malinconia non ne godevo più. Sapevo però che nelle sue viscere non vibrava più nulla. Si portava avanti a spinte sfinite, annaspando, nel traffico e nei movimenti spasmodici del mondo degli altri.
A ricordarmi di lui era rimasto lo stomaco vuoto. Continuavo a sperare di riuscire a mangiarlo.