Camilla Corsellini
Illustrazione di Maria Lucia Carbone
Fuoco
La scintilla accende la notte di gocce di luce effimera. I corpi si incontrano in un’illusione umida e invitante. Nella casa, le persiane chiuse a schermare il giorno, inseguono i propri sensi. Stanno creando un pianeta. Danno i nomi alle cose. Perché è sempre questo l’inizio. Ogni scintilla genera nuovi nomi e si espande fino a quando l’intero edificio brucia.
Intorno a questo fuoco si celebrano riti. Ogni notte il padre appoggia alla pancia il metronomo che sta sul pianoforte. La madre, una pietra d’agata per sconfiggere la malinconia.
Per giorni cercano il suo nome come se dovessero mettere una porta a una parete troppo grande. E infine la chiamano Lena.
La figlia dell’incendio nasce protetta perché i figli dei sentimenti giovani sono forgiati nel bronzo. Sono arroganti, vivi e mantengono la loro incandescenza.
Il padre e la madre la alimentano perché cosa altro sono quegli sguardi, quelle carezze piene appoggiate sul corpo, quelle attese nella stanza buia per sorvegliare il suo respiro, se non combustibile puro. E Lena splende. I suoi capelli irradiano luce e anche il suo viso sembra sul punto di spaccarsi per rivelare un corpo siderale.
È una bambina che ride spesso. Costruisce case per gli insetti. Forse desidera che tutti possano condividere la sua fortuna.
Ma non resta, non resta. Gli insetti soffocano nei vasi di vetro. Le foglie appassiscono negli erbari di cartone. Le lucciole si spengono se rubate alla notte. Le tele di ragno sono strappate dal vento.
Nessun essere è al sicuro da questo movimento: impossibile sottrarsi, nascondersi.
Loro ancora si inseguono per le stanze. Occupano lo spazio come se il tempo non esistesse. Comprano un tavolo da pranzo più grande.
È così che accade. L’era del fuoco si spegne senza segnali apparenti. Non cadono comete, non si creano crateri immensi, non si generano campi elettromagnetici, ma qualcosa di molto simile accade. Nel sangue, nei corpi.
Ghiaccio
L’era del fuoco fiorisce in un ghiacciaio bellissimo. Ha l’aspetto di una cattedrale. A guardarlo abbaglia la vista. Le sue altezze sono modellate dal vento. Loro stanno dentro a questo sogno. Le pareti della casa si fanno trasparenti. Fragili. Mentre il corpo della madre si espande. È così che nasce Olga. Il suo corpo matura nell’ombra. Non ci sono rituali questa volta. Un viaggiatore che attraversasse questi territori non li riconoscerebbe. Succede che la natura renda un posto irriconoscibile negli anni. Lena e Olga si fronteggiano divise da un sottile strato di ghiaccio. Da una parte scorre la vita. Lena ha imparato a disegnare e ora riempie gli album di donnine minuscole che si tengono per mano in un girotondo infinito. Forse in quel momento la sua identità si frammenta, ma sua madre dice che ha scoperto il movimento. Quelle figure moltiplicate non sono altro che Lena che danza, corre, salta esaurendo ogni angolo di bianco. La madre raccoglie i disegni. Un giorno glieli mostrerà.
In uno di questi un ragno enorme giace: dal suo ventre spuntano uova vermiglie, alcune già cominciano a schiudersi. Lena cerca di capire la nascita interrogando gli insetti. Sua madre la disegna come una formica con il ventre rotondo e spezzato come un chicco di grano. Perché è impossibile immaginare la vita senza renderla simile a quello che c’è già.
Olga può sentire solo suoni, vedere solo ombre. Per lei il mondo è una vibrazione remota. Un chiarore caldo che a tratti si spegne. A volte il chiarore viene interrotto da un’ombra, dal contatto di un corpo. Una di queste ha testa e due mani. «Olli» sussurra.
Più tardi quando dice di ricordarselo la madre la studia sconvolta. Se fosse vero, se ci fosse una vita prima della vita, ci sarebbe un tempo che ci è rubato. E Olga lo possiede. Sa descriverlo in modo vago, ma qualche errore ha fatto sì che lei ricordi. E lei ricorda, sola al mondo, i giorni prima della luce. La voce di sua sorella che cantilenando la inseguiva nei sogni. Una musica o forse il rumore della pioggia sui vetri della cucina.
Nel ventre della madre Olga rabbrividisce. Il padre la tocca di rado. E non è più incanto il suo, ma timore. Olga è lo strato di ghiaccio che bisogna attraversare per diventare definitivi. E a questo passo il padre si sottrae. C’è qualcosa di terribile nei secondi figli. E nella madre qualcosa cresce. La noia di un tempo già vissuto. Una minaccia.
Olga è la figlia di questo. Per sempre la sua sensibilità terribile, per sempre le occhiaie profonde. Il sonno disturbato e inquieto. Una spalla tenuta più alta dell’altra per proteggersi.
Al mattino la madre resta a letto fino a quando non sente il marito chiudersi la porta alle spalle. Allora si mette seduta, scopre la pancia per sentire se tutto va come deve, tasta l’ombelico e arriva fino ai peli del pube. Esplora quel corpo ora sconosciuto. Poi prende il sonnifero, lo spezza sul palmo della mano e lo ingoia spingendo indietro la testa. Cerca la forma che ha abbandonato nelle lenzuola e ascolta. Ascolta come la pastiglia sciolga a una a una le sue difese spingendole la testa sul cuscino, inumidendole le ciglia. E poi ammorbidendo tutto il resto fino ad arrivare a Olga che si muove a scatti sempre più deboli. La pastiglia prende anche lei, la intrappola in un sonno che allinea i loro battiti, che si anima di sogni. Sono alberi che muovendosi al vento la fanno gridare, ma senza voce. Lena in cucina rovescia un bicchiere che va in pezzi seguito dal suo pianto, un lamento alto, lunghissimo che raggiunge appena la madre.
L’era del ghiaccio è l’era del sonnifero. Dei segreti nascosti nelle mattine solitarie. E poi, al rientro del padre la sera, c’è una distanza che i due scambiano per stanchezza. Olga fluttua nel calore protetto di sua madre. Lena impara a camminare appoggiandosi solo sulle punte, un’abitudine che le resterà. E ora incide i fogli con rabbioso desiderio perché qualcosa sta accadendo e i suoi disegni non meritano più un posto in cucina, ma scivolano dimenticati tra vecchie riviste e posta mai aperta. Sono segni neri che sembrano matasse confuse, ma che in realtà sono ragni arrotolati, aperti, distesi, moltiplicati, a centinaia su ragnatele tracciate a matita. E se chiedono a Lena: perché solo nero? Lei scuote la testa e traccia una linea rossa, poi strappa il foglio e rimanda la domanda indietro.
Olga uscirà al mondo di notte. Lena la sentirà piangere, a distanza. Vedendola per la prima volta lascerà un morso sul suo braccio destro. Quella sorella sarà per lei carne fin dall’inizio. Lena la conoscerà con la bocca, a baci, a morsi stretti.
La madre giace sul letto, la testa reclinata all’indietro. Nel bianco di mura e lenzuola spicca la testa nera di Olga. Come un ritratto scolpito nel ghiaccio. Quel giorno la madre prende congedo dalle figlie. È un saluto invisibile che solo Olga avverte.
Pietra
La musica dei Rolling Stones nella stanza immersa nel fumo, nell’incenso, nel patchouli. I bracciali di Olga scivolano sulle braccia nude. Lena è sdraiata e soffia cerchi di fumo. Sono chiuse a chiave da ore nella stanza. La madre ha bussato qualche volta poi ha smesso. Si limita a chiamarle debolmente per i pasti. Non sempre si presentano. Ore dopo trovano i piatti coperti sulla tavola che resta sempre apparecchiata. La madre si limita a spazzare le briciole, a sgombrare le stoviglie sporche. Danno un morso a una mela. Mangiano furtive come animali per poi fuggire a chiudersi nella stanza.
Ogni giovedì il padre passa a prenderle. Ha un’automobile rossa sportiva. La madre gli prepara un caffè che lui finisce sempre per non bere. Perché dopo il rito dei saluti, ogni parola che segue li spinge uno contro l’altra. E si ritrovano ai lati opposti della stanza. E le ragazze abbassano la musica per ascoltare. Ma non ci sono mai voci nella cucina. C’è un silenzio che racchiude i mobili della cucina, istantanee di viaggio e un vestito che la madre non porterà mai più. Queste cose irripetibili hanno un potere immenso. Queste cose irripetibili ci tengono legati alle persone.
L’era del ghiaccio è diventata pietra. Un luogo di desolazione e di tormento. È possibile osservare le memorie della vita precedente nella forma di cristalli perfetti. Custodiscono quello che è passato in una maledizione che non finisce. Le ragazze invece sono veloci e si muovono per uscire dal giardino di pietra. Olga con la premonizione che le è cresciuta dentro è la più vorace. Si spalanca sugli altri mentre Lena scava tane ovunque. E infine è sempre al disegno che ritorna. Anche se ora il colore si stempera nell’acqua, si forma dalle polveri ocra, ruggine, malto che miscela cercando un colore irraggiungibile. Nel sentore di acquaragia della stanza invasa di stracci e fiori secchi, in questo spazio matura la sua natura. Mentre Olga si incendia per ogni passante e si scopre bella nelle fotografie. E comincia a credere che la bellezza sia un destino. Che è la cosa più facile da credere, la più pericolosa. Affidarsi a un muro fatto di carta che chiunque può bruciare è molto semplice.
Peter arriva inevitabile con la macchina fotografica al collo, con le riviste di cinema aperte sulle ginocchia, fuma sigarette senza filtro, la porta in una casa con i teli indiani alle finestre. Fanno l’amore su un materasso che lui ha steso in cucina e che chiama “la mia alcova orientale”. Olga si muove su di lui sciogliendo sul suo viso i capelli come una carezza. Crede di possederlo perché è l’illusione di tutte le prime volte. Peter la corteggia con la macchina fotografica. La esaurisce in centinaia di scatti che rubano la sua giovinezza. Un giorno, molto tempo dopo, penserà anche questo. Che ci sia stato un colpevole e lo troverà in lui. Una sera da amici Olga prova dei piccoli cristalli che messi sotto la lingua si sciolgono in un sapore acido. Poi sogna di essere sospesa sul terrazzo, di sporgersi verso il vuoto e di volare sui tetti. Di quella sera non ha alcun ricordo. Si risveglia nuda con due sconosciuti sul letto orientale. Peter è sul divano, senza vestiti, le braccia di una donna lo cingono abbandonate. A Olga fanno pensare a due serpenti intrecciati.
L’era della pietra è questo svegliarsi. Non ci sono posti dove nascondersi, ma solo territori dove avanzare. Peter compra una macchina fotografica nuova, cambia appartamento, non risponde alle sue telefonate. Olga e i cristalli diventano inseparabili. Una sera si sporge davvero da una finestra e sente delle braccia che la tengono appena in tempo per non cadere.
Bruno è il secondo uomo, la possibilità di essere differenti, ma non accade. Olga è una sposa distratta. Sorride nelle fotografie, ma sente freddo. È una mattina d’estate. I fiori appassiscono per il calore e lei si stringe nello scialle per scaldarsi. Tutto quello che vede sembra diviso da lei da una parete di vetro. Per quanto si sforzi non riesce ad attraversarla. Le braccia di Bruno non possono salvarla.
Lena è a Londra. Ha sempre molte persone intorno, per lei solo ombre. Divide l’appartamento con un ragazzo che lavora al museo. Qualche volta fanno l’amore per distrarsi. Ma Lena sente che non è quello il suo destino. Incontrarsi in un altro non le accadrà mai. C’è dall’inizio una mancanza che richiede intera la sua devozione. Nella sua prima mostra le madri-ragno sono disegnate a carboncino, forgiate nel ferro, graffiate su lastre di rame. Le loro uova di vetro vermiglio trattengono la luce. Ragnatele di nylon attraversano le pareti in un intrico fittissimo. All’inaugurazione Lena si aggira nelle stanze, con la sensazione di avere mostrato a tutti le viscere. Sa che tutti stanno camminando in un posto che andrebbe tenuto nascosto. C’è un solo quadro. Due esseri separati da uno strato di ghiaccio. Uno va verso la luce, l’altro si arrotola per non uscire dal ventre che lo nutre. C’è solo un quadro.
Il telefono suona nella stanza vuota. Olga sa che dall’altra parte c’è Lena. È il suo compleanno e il rito prevede da anni che loro si sentano alle otto precise, altrimenti quel giorno non è niente, altro tempo che scivola inerte. Ma Olga non vuole festeggiare. Ha capito che il tempo l’ha tradita. Cresce con lei la sensazione di aver perduto per sempre qualcosa. Cresce e si fortifica. Nella terra di oggi ci sono piccole pozze insidiose color mercurio che bisogna stare attenti a non calpestare e rocce acuminate che tagliano appena le sfiori. Olga ha il corpo pieno di cicatrici. La sua pelle lunare non era pronta a questo. Si infrange al contatto con la realtà.
Un’orchidea bianca. Un vestito scollato e scivoloso color inchiostro. Un anello d’oro con un rubino antico. Bruno torna a casa portando sempre doni come se dovesse farsi perdonare. Poi si muove colpevole ai piedi del letto, aspettando un suo cenno per risalire il suo corpo, infilarsi tra le sue gambe. Senza mai guardarla negli occhi.
Lena entra nella stanza quando l’infermiera sta uscendo. La donna ha in mano un mazzo di fiori secchi e una rivista. Si muove facendo scivolare i sandali di plastica sul pavimento come se tutto le fosse indifferente. Non si salutano più. Hanno smesso di recitare il piacere di incontrarsi. Smesso di fingere che quello sia un posto qualsiasi e anche che ci sia un modo per renderlo migliore. I fiori che continuano a seccarsi nei vasi. Le riviste che sua sorella si rifiuta di toccare. I cosmetici che ogni tanto Olga si decide a usare come fossero matite colorate segnando sul suo viso linee scarlatte e turchesi per poi interrogare lo specchio per sfidarlo. Lena già prima di entrare ha paura. Di una novità qualsiasi, del profumo americano, delle rose che sfioriscono nei vasi. Quel profumo americano che sua sorella si ostina a portare, lo stesso della madre. Un profumo di garofani, sensuale, forte. Come un messaggero del passato. Lena si siede sempre nella sedia più lontana dal letto come se avesse bisogno di spazio prima di arrendersi. Olga si sporge di continuo verso la finestra come se qualcuno la chiamasse da fuori. Ma non c’è nessuno. E il giardino è solo un prato poco curato con ampie macchie di erba bruciata. Un albero curvo che si piega a toccare due brutte sedie di plastica bianca.
Olga ora abita nel giardino di pietra. Cespugli di malachite. Gemme di quarzi appuntiti. È ritornata al posto muto dove non arrivava il rumore del mondo. Quando la vita era solo un chiarore e in quello c’era Lena, la sua voce, una musica. Il rumore della pioggia sui vetri della cucina.


