Lorenzo Del Corso
Illustrazione di Chiara Arcadi
«Devo dire che ho letto il tuo curriculum, e sono molto soddisfatto.»
Ancora non mi sono seduta e il dottor Staini tira in ballo il curriculum.
«La ringrazio.»
«Non essere imbarazzata, diamoci del tu.»
«Va bene, allora, grazie.»
Mi guarda soddisfatto, i gomiti appoggiati alla scrivania. È una situazione a cui sono abituata: quando arrivavo all’orale i professori erano già pronti a confermare il trenta. Il colloquio d’esame serviva solo per decidere tra lode sì o lode no. Ora invece dell’esame scritto, c’è il curriculum. C’è sempre un foglio che viene prima di me, che mi introduce, che mi apre le porte di ogni cosa. Tutti i miei voti, tutte le mie competenze, le esperienze, le soft skills… tutta quella parte di me che è importante per gli altri giace su quel foglio.
Staini ha già letto la mia lapide, e sa già come andrà a finire: assunta.
«Avanti Rebecca, parlami un po’ di te.»
«Di me?»
«Sì.»
«Cosa vuole sapere esattamente?»
«Il tu» mi ricorda gentilmente.
«Sì, insomma, cosa vuoi sapere?»
Si stende sulla poltrona: «Niente in particolare. Apriti, parliamo. Insomma, hai letto il tuo curriculum» ammicca. «Noi qui abbiamo voglia di assumerti. Però abbiamo anche una visione di impresa diversa, moderna, noi» cerca le parole giuste «vogliamo che fra i colleghi ci sia sinergia, perché ci siamo accorti che non basta fare le cose bene ed essere bravi nel farle. È importante che si facciano con le persone giuste, non trovi?» Mi sento sciogliere sulla sedia.
Le persone giuste, le cose giuste, il momento giusto. Giustizia era la parola di mio padre. E ora eccolo qui che mi chiede se sono la persona giusta per questo lavoro. Me lo chiede con la sua faccia interrogativa, da bravo avvocato, sempre pronto alle domande tendenziose, domande che contengono già la risposta.
«Non sono la persona giusta.»
«Come?»
Hai capito papà?
Non sei la persona giusta?
No, non lo sono.
E come mai?
Perché questo lavoro non lo volevo, non volevo studiare legge e non volevo farti contento. Non rispondi? Sei ferito? Sei tu che mi ferisci. Tu mi hai sempre ferito facendomi sentire in colpa, abbattendo ogni mio slancio…
«Rebecca?»
Ha lo stesso sguardo di mio padre. La stessa espressione come se stesse cadendo dalle nuvole, perché non si aspetta questa risposta, perché non si aspetta che io dica qualcosa di diverso da quello per cui sono stata programmata.
«Intendo dire, che non so se sono la persona giusta.»
Si slancia in avanti, come per sentirmi meglio: «Rebecca, io ho letto il tuo curriculum. Vedi, io penso… mi è sembrato che tutta la tua vita fosse proiettata verso questo lavoro, verso questo colloquio.»
«Sì.»
«È questo quello che vuoi?»
«No.»
Ritorna indietro sulla sedia: «Ma come!»
«Questo è quello che vuoi tu.»
«Io?»
«Non fare finta di niente. Smettila di trattarmi come una stupida, cazzo! Era il tuo sogno che io continuassi a fare il tuo lavoro, come tuo padre prima di te. Sarebbe stato perfetto se fossi stato un maschio… pazienza, avrai pensato, basta che faccia l’avvocato, che mi renda fiero, che faccia quello che voglio io.»
«R-Rebecca… stiamo parlando della stessa cosa?»
Mi accorgo solo ora che non è mio padre, ma il dottor Staini. Sono imbarazzata? No. Mi tremano le gambe, ma non per l’imbarazzo o la vergogna. Mi tremano perché sono troppo forte: finalmente ho la possibilità di dirgli tutto, di vomitargli in faccia, anzi, sulla scrivania ordinata e ben amministrata, tutto lo schifo che mi ha ficcato dentro per venticinque anni. Non è mio padre, devo smetterla. E allora perché si comporta come lui? Non lo so, ormai è troppo tardi. La segretaria che mi ha fatto entrare non sta più scrivendo al computer fuori dall’ufficio: ora è mamma che affetta le verdure, in silenzio. Mentre lui mi opprime seduto alla scrivania, lei sta in cucina e taglia le verdure a rondelle, come tante monete, soldi che dobbiamo guadagnare per preservare questa vita falsa a cui siamo così affezionati. Lui è mio padre, mio padre che mi mostra le sigarette che ha trovato nel cassetto, che mi guarda con in mano la pagella dove spunta un vergognoso 5 in storia, sempre con quell’espressione debolmente delusa, mai incazzato fino in fondo, perché sa che io non sono come mi comporto, io sono come lui mi pensa, come lui mi immagina, come lui mi sogna. E io non so più cosa sono, se sono la ribelle che vuole vedere la faccia di papà appiccicata al pavimento, o la brava giovane rampante avvocata in carriera che fa tanto onore alla sua famiglia; e non so più se davanti a me c’è un avvocato qualsiasi, oppure mio padre; e non so se mi trovo al tavolo della cucina, o all’altro capo di una scrivania di cedro su cui è deposta la lapide del mio curriculum.
La segretaria mi porge un bicchiere d’acqua. Staini è uscito con una scusa qualsiasi, forse aspetta che mi calmi. La segretaria si avvicina: «Non ti preoccupare.»
«Come?»
«Qui siamo abituati alle crisi di nervi, e lui lo sa.»
«Non… non ho avuto una crisi di nervi.»
Mi fissa per qualche secondo senza cambiare espressione. Poi annuisce e torna cheta alla sua scrivania.
Passano altri cinque minuti prima che Staini torni con il suo sorriso. Ha con sé una serie di cartelle e documenti. Li sfoglia, poi comincia a mostrarmeli: contratti, cause, cessioni, denunce… tutte cose che conosco a memoria, tutte informazioni che so elaborare, come una macchina in attesa di ordini.
Parliamo per diversi minuti. Ogni tanto mi chiede se ho capito, se conosco la procedura e io annuisco.
Terminati i documenti me li mette in mano, poi conclude: «Non ti preoccupare per la scenata di prima.»
«Davvero?» non so perché, ma ora, in qualche modo, sento il bisogno di rimediare a quello che ho fatto.
«Qui purtroppo siamo abituati a situazioni del genere.»
«Quindi… come se non fosse successo.»
«Oh, ma certo. Sei perdonata!» dice scherzoso, sistemando il nodo alla cravatta.
«Come mai?» ma mentre lo chiedo mi risale una nausea, una malinconia, e la faccia di Staini si scioglie, si mescola come se mamma stesse girando il suo volto con il mestolo, e un gorgoglio mi dice con una voce fin troppo familiare che sa che io non sono così.


