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Il cordoglio

Letizia Simioni

Illustrazione di Monica Alletto


Spesso ci sentiamo fili inestricabili, per quanto ci potremmo sovrapporre. È un peccato allora che tu mi abbia lasciata appesa, in modo tale da farmi divenire subito sottile, lineare, svuotata schiuma del mare senza più modo di esistere, se non prostrandomi in orrori disumani.

Me lo ricordo bene quando ti ho conosciuto, nel cuore del lago Tanganica. Mi accorgevo delle alghe nodose quando mi solleticavano le branchie; allora cauta le spezzavo tra i denti. Si discioglievano in bocca, piano piano, amare il giusto, tanto quanto bastava a rendermi giocosa e a spezzare l’indole malinconica che sempre mi aveva pervasa. Ne andavo ghiotta. Eppure non potevo farmi prendere troppo dall’entusiasmo, perché in quel periodo avevo le labbra tutte rigonfie, sporgenti all’infuori, come il gargarozzo ben esposto. Tutto questo era dovuto al fatto che dovevo far attenzione a non deglutire le uova che portavo in bocca; i miei cuccioli erano tutti disposti in fila indiana sulle mie papille gustative, ancora in attesa della schiusa. E io mi ero convinta (egoisticamente, ammetto) che quelle creature già sembrassero un po’ me in miniatura. Allora immaginavo dei bambini dal pallore opalescente, con lo sguardo ambrato e fisso e i coaguli bruniti sulle squame della coda. Li vedevo giocare ad acchiapparella tra piante fatte come gli anemoni del mare, dal colore del quarzo citrino, e a confondersi increspati tra le rocce prima di rivelare, nel blu profondo dell’acqua, il proprio caratteristico colore rosa. Il rosa pallido era infatti la sfumatura di generazioni e generazioni della nostra specie di ciclidi. Ma tu sei nato marrone.

Navigavo tra le fronde e le foglie, quando ho sentito un rumore. Un cigolio. Chi è, chi è? Mi sono voltata, in preda al terrore, e ho creduto che qualcuno mi cacciasse, che mi pungesse da dietro alla pinna dorsale con un amo o un filo di ferro arruffato. Invece quello scricchiolare non si fermava e si amplificava quando boccheggiavo forsennatamente. Lo sentii ancora: mi misi quindi davanti a una pietra che conoscevo perché era tanto levigata da essere riflettente. Fu così che per la prima volta, aprendo piano le fauci, ti vidi. Parevi indifeso, sconosciuto al mondo, e tutto giallo puntinato scivolavi ancora nella carcassa del guscio. Io, che avevo sempre rifuggito l’alieno, lo strano, mi ritrovavo forse costretta ad avere un figlio diverso? L’unico nato precoce. Forse era colpa mia, allora. Ma sì, certo. Le macchie della tua coltre chissà cosa potevano essere. Sono solo un pesce, mica mi intendo di diagnosi. Oddio, in realtà, a pensarci bene i punti bruniti li hanno tutti i bambini della mia specie. Tu pure li avevi, solo che erano in eccedenza. Però allora poteva essere mi fossi scossa troppo, che l’uovo si fosse rotto in anticipo per quelle giravolte che facevo. E magari era per quello che eri tanto strano, all’apparenza, e che occupavi a malapena lo spazio a te preposto sulla mia lingua.

Mi promisi che ti avrei protetto. Nella nostra cultura, i figli sono sempre stati tenuti al riparo, al sicuro, lontani da occhi indiscreti, racchiusi dentro a uova a loro volta nascoste dalle bocche delle madri, per impedire che subiscano una qualsiasi forma di sofferenza. Rivolgendoti uno sguardo attento, vedevo che non stavi male, sebbene fossi venuto al mondo tanto presto. Anzi, ti scuotevi con singolare mobilità, come chi pensa che ciò che ha attorno già gli appartenga. Io mi convinsi di tutto questo infatti. Poteva essere che fosse il tuo momento, dopotutto. Per ciascuno c’è un momento in cui è destino che venga alla luce. Ancora girino, imparavi da me a giocare: ci rincorrevamo nei varchi aperti, in mezzo ai muschi acquosi, ma il tuo color castagna rendeva più difficile riconoscerti rispetto all’inconfondibile manto rosato a cui ero avvezza. Pensavo che saresti stato bravissimo a nasconderti dai predatori e ti insegnavo come fuggirli. C’è nitido in me il ricordo di come ti tuffavi nel limo o nello strato superficiale della sabbia, imparando ad appiattirti e plasmarti secondo le increspature del terreno, per scappare dai coccodrilli e dai giganteschi cobra d’acqua. Quelle tue striature gialle si mimetizzavano perfettamente con lo strato di granuli biondi, ma notai che una cosa molto strana ne emergeva: delle lunghe vibrisse bianche, carnose, si erano fatte spazio sul tuo muso.

Ora quei baffi cosa significavano? Non potevo più fare finta di nulla: tutto si stava rivelando decisamente troppo assurdo per continuare a rimanere indifferente. Intanto vagavo affidandomi all’istinto, a naso. Perché non capivo niente, o forse dentro di me sapevo già ogni cosa, eppure la voglia distarti accanto rimaneva più forte di tutto. Ero come chi trova un segreto e a quel punto sceglie di cullarlo solo per sé. Di mantenerlo e dargli cure. Io un bambino d’altronde l’avevo sempre desiderato, a livello viscerale, e non potevo permettermi di perdere l’occasione di crescerti. Cominciavo a credere che potessi non essere mio, ma sono i padri di solito a dubitare di essere i veri genitori, mica le madri. Come potevi essere di qualcun altro, quando io stessa avevo raccolto il tuo uovo, quando ti comportavi a mia immagine e somiglianza? Oppure, chi diceva che non sarei stata capace di crescere il bambino di qualcun altro, se ormai mi era divenuto tanto simile? Perché noi ci eravamo abituati a nuotare intrecciando le code e a soffiare sulle corolle di fiori marini le brezze di un’armonia. Tuttavia, non tutti i suoni sono davvero dolci soltanto perché appaiono tali: possono comunque veicolare messaggi gravi, così come rumori stridenti possono celare qualcosa di astrattamente meraviglioso.

Era notte fonda e sentii di nuovo uno strano scricchiolio. Era forte, molto di più di quando tu eri uscito dal guscio. E i conti tornavano: ma sì, certo, dovevano essere i bambini! I miei avannotti, gli altri! Il cigolio si faceva forte e insostenibile, mi prendeva le tempie e le faceva pulsare, mentre il fiato mi si stringeva e appesantiva. Il motivo di un respiro così pesante era che avevo l’esigenza di far arrivare a quei figli l’ossigeno (anche se, col senno di poi, so bene che si trattava di un effetto placebo). Più passava il tempo e più li volevo vedere, a tutti i costi. Così, travolta dalla irrazionale necessità, mi tuffai verso lo specchio di roccia levigata. Corsi, corsi, sentendo addosso la pressione fortissima delle acque sotterranee, schivando le foglie e le pareti montuose, schiacciata da pensieri autodistruttivi. Se mi capita qualcosa proprio ora, cosa faccio? Se arriva uno squalo, li lascio andare? Me ne vado con loro? Come faranno, da soli? A volte quelle assurde riflessioni inconsce che facciamo terrorizzano perché diventano premonitrici sinopie di quanto poi si concretizza. Schiusi la bocca: brandelli di guscio d’uovo si sparpagliavano per il palato e poi uscivano allo scoperto, dentro all’acqua dolce, sopra la sabbia e il limo. Dei bambini che avevo curato con ossessione, per ormai lungo tempo in proporzione alla mia brevissima esistenza, non solo non c’era traccia, ma nemmeno possibilità di commemorazione o di ricordo. Tu, rimasto solo, vagante, in una bocca stracolma, troppo ampia per contenere un unico pargolo, anche se così grande, mi rivolgevi uno sguardo non diverso da quello degli alligatori o degli squali. In quello spazio che ti vedeva solo, come i grandi predatori marini, che dominano l’immensità con la loro possenza, non mi avevi lasciato nemmeno un angolo per rifugiarmi nel cordoglio. Ecco, alla faccia delle speculazioni: mi ero trascinata dietro uno come gli altri, un pesce gatto diabolico, che aveva scelto di usurpare la mia casa, i miei sogni, i miei desideri, approfittando di un fraintendimento, un equivoco.

Spesso ci sentiamo fili inestricabili, per quanto ci potremmo sovrapporre. È un peccato allora che tu mi abbia lasciata appesa, in modo tale da farmi divenire subito sottile, lineare, svuotata schiuma del mare senza più modo di esistere, se non prostrandomi in orrori disumani.