Angela De Angelis
Illustrazione di Nikname
Il suo ultimo anno alle scuole medie Elisa lo aveva passato a piangere perché l’ultimo dente da latte che le era caduto non voleva crescere più. Quei maschi muccusielli della sua classe dicevano che i denti le cadevano e non le uscivano più proprio come alle vecchie. Le altre femmine della classe, e pure i maschi, avevano perso i denti da crìaturi e già li avevano di nuovo tutti, ma i maschi rimanevano muccusielli pure coi denti da grandi. L’incisivo laterale destro di Elisa se n’era caduto una notte a inizio giugno quando il secondo anno di scuola media stava per finire. Aveva pure rischiato di ingoiarselo mentre dormiva, perché lo aveva lasciato dondolare appeso alla gengiva fino all’ultimo, per rimandare il più possibile la visione di quel buco in mezzo alla bocca. Invece quell’ultimo dente era caduto proprio una settimana prima della chiusura estiva della scuola così, quando a settembre era ritornata in classe, non aveva nemmeno potuto dire una bugia a quei muccusielli, tipo che il dente da crìatura se n’era caduto proprio la sera prima dell’inizio del terzo anno. Era arrivato dicembre e il dente nuovo non iniziava a spuntare di un millimetro. Un amico dentista del padre diceva: «Ci vuole chiù tiempo, la crìatura lo beve il latte?» «La crìatura di latte ne beve pure troppo» rispondeva sua madre; effettivamente era vero, Elisa beveva latte la mattina e latte la sera, certe volte pure il pomeriggio. In alcuni giorni, quando i genitori lavoravano fino a tardi, l’autista dell’autobus della scuola la fermava sotto casa di nonna Cuncetta e quando quella vedeva la crìatura che entrava a casa con gli occhi bagnati, girava la faccia e andava a mettere le patate sotto alla cenere del camino: quando erano pronte le toglieva dalla cenere con le mani, mentre bestemmiava il Pataterno a cui poi chiedeva subito scusa; poi tagliava le patate a metà e ci metteva il sale, ché a Elisa facevano arrecrìare quei granelli cristallini che pizzicavano sulla lingua mentre si squagliavano: «Mangia ccà e nu penzà a nisciuno.» La crìatura chiagnulenta si spolpava bene bene le patate affondandoci il cucchiaino, seduta sul marmo caldo del camino di fronte alla nonna che dondolava sopra una sedia tutta scassata fino a quando i genitori non tornavano a prendere la crìatura. Tra le dita di Elisa, quando aveva finito di spolpare le patate, rimaneva solo la buccia tiepida e grigia di cenere, anche se si metteva scuorno di lasciarla, perché sua nonna si mangiava pure quella. Ma lei proprio non ci riusciva e la vecchia allora la sfotteva: «M’ero scordata, mo tenete lo stommaco delicato» e strappava la scorza sporca con un morso, acchiappandola proprio dove teneva l’ultimo dente di sopra. Ogni volta che vedeva sua nonna azzannare tutte quelle scorze di patate, di pane e di formaggio, Elisa pensava “Ecco qua, ora cade pure quello e rimane solo coi denti di sotto, diventerà ancora più brutta e mangerà solamente il brodo.” Ma il dente di sopra di nonna Cuncetta non cadeva mai, poteva azzannare pure le scorze di pane vecchie di una settimana. Il Natale di quell’anno, tutti intorno alla tavola di nonna Cuncetta, la vecchia aveva provato addirittura ad aprire una noce coi denti e all’improvviso si erano messi tutti ad alluccare come i pazzi, sua mamma, suo zio e la cugina di nonna Cuncetta, più vecchia di lei di un anno ma che aveva ancora tutti i denti in bocca: «Ti scassi i denti! Ma si’ pazza?» Poi si sentì come un rumore di rotto ed era la noce che nonna Cuncetta teneva tra il dente di sopra e la fila di denti di sotto. Il guscio si era scassato e la vecchia teneva un sorriso bugiardo sulla bocca, per far vedere il dente intatto a quei pazzi che alluccavano: «Se si scassa questo dente, moro ’e fame. Non si può scassare. Vuje tenete i denti infràcetati in bocca.» Ma quello che fece piangere Elisa più dei maschi muccusielli di classe sua, fu quello che disse zio Franco ubriaco, mentre tutti quanti intorno alla tavola ridevano. Che il dente da vecchia di nonna Cuncetta era così resistente perché aveva rubato quello nuovo dalla bocca di Elisa: «Elì, a zio, sorridi un momento…» e la crìatura obbedì e poi zio Franco aggiunse: «Guarda là, si completano la dentiera a vicenda.» Elisa serrò subito la bocca e guardò il sorriso sdentato della nonna. Se ne accorse solo in quel momento: l’unico dente di sopra che resisteva ancora nella bocca di nonna Cuncetta era l’incisivo destro che non cresceva più nella sua bocca. Fece finta di ridere pure lei, perché non voleva mettersi a piangere di fronte a sua cugina, la figlia di zio Franco, che non solo già teneva in bocca tutti i denti nuovi, ma il dentista le aveva messo pure le stelline argentate. E poi, nonna Cuncetta diceva che ci voleva un attimo a passare da chiagnulenta a chiagnazzara e Elisa, che già soffriva di essere chiagnulenta, quel confine non lo voleva attraversare. La risata della crìatura però durò un attimo, perché si metteva scuorno di tenere ancora in bella vista quel buco in mezzo ai denti, che ora vicino a nonna Cuncetta che continuava ad aprire le noci col dente rubato, sembrava ancora più evidente. La vecchia forse si accorse che la nipote, piccirella e fragile com’era, s’era pigliata collera per quel paragone che aveva fatto lo zio, perché a un certo punto smise di rompere le noci con i denti e si mise a martellare il guscio sul tavolo con un bicchiere: «Mangia ccà e nu penzà a nisciuno» aveva detto mentre le metteva la noce proprio davanti alla bocca, ma Elisa la prese tra le mani e la andò a mangiare davanti al camino, dove nessuno la vedeva piangere, ma soprattutto nessuno poteva guardarle in mezzo ai denti. Elisa iniziò a pensare che zio Franco, pure se ormai teneva più di cinquant’anni, fosse ancora un po’ muccusiello, perché si metteva a sfottere una crìatura sulla disgrazia che le era capitata e quella sera di Natale sottovoce gli augurò che gli cadessero pure quegli altri quattro peli che gli erano rimasti in testa. Comunque, Elisa non credeva affatto che nonna Cuncetta avesse rubato il suo dente nuovo: pure se era una vecchia scorbutica cucinava sempre per lei, soprattutto le patate sotto alla cenere, non le avrebbe mai dato una simile sofferenza. Ma che i suoi denti di sopra con quello rimasto della nonna funzionassero come un puzzle e che, come aveva detto quel muccusiello di zio Franco, le loro dentiere superiori si completassero a vicenda, quello era vero. Così Elisa iniziò a credere che forse, per uno strano motivo, lei e la nonna fossero legate da qualcosa in più che dal sangue e che tutti gli altri denti di sopra le fossero cresciuti solo perché a nonna Cuncetta quelli erano già caduti. “E perché quelli di sotto allora mi sono cresciuti?” pensava poi e il discorso già non aveva più senso. Una sera però, che tutti, tranne Elisa, parevano aver già scordato la storia del dente rubato da nonna Cuncetta, la crìatura rimase a dormire a casa della vecchia e scoprì che sua nonna i denti di sotto se li levava prima di andare a dormire, li conservava sotto al cuscino in un tovagliolo di stoffa verde e bianca e se li rimetteva in bocca la mattina e che senza quella dentiera rimaneva con quell’unico dente di sopra. Nonna Cuncetta si tolse i denti davanti a lei senza battere ciglio; questo fece capire alla crìatura che per la vecchia quello non voleva essere un segreto e che sicuramente quel dente che le rimaneva in bocca era suo, non l’aveva rubato alla crìatura. Ma Elisa scoppiò comunque a piangere: la nonna forse non le aveva rubato il dente, ma lei aveva avuto ragione a pensare che i suoi denti crescevano solo quando cadevano quelli di nonna Cuncetta, che non capiva perché la crìatura piangeva. Elisa non aveva il coraggio di confessare quella cosa alla vecchia scorbutica di sua nonna, che se avesse saputo quello che la piccirella stava pensando, le avrebbe sicuramente detto che era ancora una crìatura chiagnulenta e che era pure fessa, a credere alle cose che diceva zio Franco quando era ubriaco. Elisa pensò anche a quello che nonna Cuncetta aveva detto la sera di Natale, cioè che senza quel dente sarebbe morta di fame e ora proprio non capiva perché non si staccava pure quello e si metteva i denti finti anche sopra, che con tutti i denti in bocca non solo sarebbero diventate più belle tutte e due, ma nonna Cuncetta sicuramente avrebbe iniziato a masticare meglio. Elisa si asciugò le lacrime e disse «Voglio dormire, tengo sonno.» Ma quella notte non riuscì a chiudere occhio: pensava continuamente al dente di nonna Cuncetta mentre, come ogni sera da quando aveva perso il dente da latte, si spingeva con un dito la gengiva per vedere se qualcosa stava spuntando, dove sarebbe dovuto crescere l’incisivo nuovo. Ma niente. Era passato quasi un anno, tra un mese sarebbe finita la scuola e iniziata l’estate, a settembre avrebbe iniziato il liceo senza un dente. Quella notte, mentre guardava nonna Cuncetta dormire con la bocca mezza spalancata da cui si intravedeva il dente, nel lato del letto dove una volta dormiva nonno Carminuccio, la crìatura restava immobile per non svegliare la vecchia e si chiedeva se nella nuova scuola i maschi sarebbero stati perfidi muccusielli come alle medie, se lei sarebbe rimasta una crìatura chiagnulenta e se i suoi genitori avrebbero iniziato a portarla da un dentista buono. O forse il dente della nonna sarebbe caduto presto, in tempo per far crescere quello di Elisa per l’inizio della scuola. La crìatura pregò il Pataterno con tutte le sue forze perché accadesse, gli chiese scusa perché per nonna Cuncetta perdere il dente poteva essere un dispiacere, ma lei faceva quella preghiera pure per il bene di quella vecchia. “Così si convince a mettere la dentiera pure sopra, mastica meglio, diventa più bella” si giustificava con il Pataterno per desiderare quella cosa assai brutta. Il Pataterno l’ascoltò, forse credette alle sue buone intenzioni di crìatura, perché un pomeriggio di inizio giugno che era andata a pranzare da nonna Cuncetta dopo la scuola, la trovò senza il dente. «Come è caruto, nonna?» chiese la crìatura e nonna Cuncetta le disse che era da Natale che quei pazzi che alluccavano l’avevano presa a occhio, che il dente si muoveva e non la faceva mangiare più in graziadiddio: «Si è scassato l’unico buono che tenevo. Non so manco dove è andato a finire, se n’è caruto e non me ne sono manco accorta» sputacchiava. Nell’estate che venne, seppure felice perché sperava che il suo dente ora sarebbe ricresciuto, Elisa si sentì un po’ triste per nonna Cuncetta, che senza quella sua zanna forte e sporgente non sembrava più lei. Il volto se n’era sceso ancora di più, mangiava brodo e verdure cotte pure con trentacinque gradi e pensava che non avrebbe più potuto guardarla mentre prendeva a morsi le scorze di patate a suo modo; in più, vecchia, testarda e scorbutica, con la scusa che non la sopportava si rifiutava di mettere la dentiera pure sopra e quindi era rimasta solo coi denti di sotto. Alla fine di agosto nonna Cuncetta morì veramente di fame come aveva predetto che sarebbe accaduto se avesse perso il dente: al funerale, Elisa cercò di non piangere, perché lo sapeva che la nonna non sopportava che facesse la crìatura chiagnulenta, ma l’idea che nonna Cuncetta avesse perso il dente per colpa delle sue preghiere, la fece piangere come non l’avevano fatta piangere nemmeno zio Franco e i maschi muccusielli delle medie. Non aveva pianto così nemmeno quando aveva scoperto che i denti di sotto di nonna erano finti e che il destino dei suoi denti di crìatura forse era veramente legato al destino dei denti di nonna Cuncetta. Venne settembre, iniziò il liceo, ma del suo incisivo nuovo nessuna traccia; certe volte questa cosa sembrava una consolazione per i suoi sensi di colpa: “Forse non era vero niente, non c’azzeccava niente nonna Cuncetta con il mio dente”; altre volte pensava “Non solo nonna Cuncetta ha perso il dente ed è morta di fame, ma il mio dente non cresce ed è stato tutto inutile. Forse” pensava “è la punizione del Pataterno per aver desiderato una cosa assai brutta, ma è colpa del Pataterno che non ha capito le mie buone intenzioni di crìatura: mica volevo far morire di fame nonna Cuncetta, volevo solo il mio dente.” Ci rinunciò, non si toccò la gengiva per molto tempo, sorrideva il meno possibile, d’altronde per non sorridere non si doveva nemmeno sforzare troppo. Poi successe una cosa che la turbò ancora di più: un pomeriggio che aiutava sua mamma a pulire e svuotare la casa di nonna Cuncetta, nella camera da letto della vecchia trovò il dente nel cassetto delle mutande; lo prese tra due dita, era ingiallito: se lo ricordava più grande quando stava in bocca a nonna Cuncetta. Poi, senza sapere nemmeno il perché, si mise davanti allo specchio del bagno e posizionò il dente giallo proprio dove doveva stare il suo incisivo mancante: il dente di nonna Cuncetta entrava perfettamente nello spazio tra il suo canino e l’altro incisivo e per quelli che le sembrarono dieci secondi, si mantenne bene allineato nella sua bocca, mentre lei sorrideva bugiarda allo specchio. Il colore troppo giallastro rispetto agli altri suoi denti le dava l’impressione che il dente di nonna Cuncetta fosse quasi dorato. Poi quella perla gialla si staccò: la crìatura provò ad acchiapparla, ma rotolò dritta nel buco in mezzo al lavandino. Il dente di nonna Cuncetta – e forse pure quello di Elisa – si perse per sempre.


