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Il dentista empatico

IL DENTISTA EMPATICO copertina

Un paradosso

Riccardo Di Vanna

Illustrazione di Maria Lucia Carbone


Tre giorni fa, dopo avermi tolto i punti dalla bocca e rammentato i miei doveri di paziente odontoiatrico – vale a dire, banalmente, passare lo spazzolino tre volte al giorno, usare il filo interdentale e, cosa importante al massimo grado, non mancare per nessuna ragione al mondo agli appuntamenti trimestrali per la rimozione del tartaro – il mio dentista mi ha abbracciato.
Da quando lo frequento – cioè da quando entro ed esco dal suo studio al ritmo tremendo che la mia disgraziata bocca è costretta a tollerare tra interventi di ortoplastica, levigature, estrazioni, tagli e suture; ovvero da un paio d’anni a questa parte, più o meno, dunque, da quando mi è capitato di perdere il lavoro e i primi denti – nulla di simile era mai accaduto. Il fattaccio – così, affettuosamente, mi piace qualificare l’episodio – s’è verificato d’un colpo, diciamo pure secondo quell’umana, insalubre maniera che taluni estroversi, i più originali, sogliono adottare al cospetto di chicchessia, sconosciuti compresi. M’ero appena tirato in piedi dalla poltrona, pronto a salutare con la solita stretta di mano, quando quello, lo stomatologo di chiara fama, il chirurgo che soltanto una settimana prima, cavandomi un molare, m’aveva negato il conforto d’un sovrappiù di anestetico – «Perché non serve» s’era affrettato a rispondermi certo del fatto suo – proprio lui, lo stimato professionista, prende e, come fosse la cosa più ovvia da farsi in quel frangente, mi butta le braccia al collo.
Quest’uomo sta morendo! ho pensato inorridito, oppure è ammalato, o chissà che non abbia battuto la testa mentre ero distratto.
Sia come sia, mi sono detto, se mi sfilo, se indietreggio anche solo d’un passo, usando pure la cortesia che si conviene, c’è il caso che costui, mal in arnese, vada giù come un cencio e che si rompa un osso. E allora, ho considerato, molto meglio mantenere la posizione, incassare, restarsene piantati come un palo. D’altronde, ho pensato, non è da escludere che si tratti di un semplice accesso di compassione, di un attacco transitorio di una patologia priva di effetti decisivi, come una specie di spasmo muscolare o un tic nervoso.
Il dottore, così ho immaginato in preda al panico, a un certo punto della sua vita – probabilmente da ragazzo, quando certamente lavorava in una struttura militare – deve essere stato morso da una protesi dentaria radioattiva, che gli ha trasmesso il superpotere dell’empatia. Così, da allora, dal nefasto giorno della dentiera mutante, il pover’uomo, non potendo fare a meno di avvertire il dolore altrui come fosse il proprio, per evitare di impazzire, si cimenta, alla bisogna, nella pratica dell’abbraccio terapeutico: un tentativo di alleviare i patimenti degli altri e con essi, di riflesso, i suoi.
«È andata» s’è espresso guardandomi negli occhi con aria severa e un tantino commossa, un istante prima di mollare la presa «abbiamo finito.»
«Finito? Finito in che senso?» ho domandato, suppongo col piglio di uno appena caduto dal pero.
«Finito nel senso che il piano di cura è terminato: basta così, salvo complicazioni, s’intende.»
«Il settimo inferiore!» ho esclamato saltando su come chi si dispone anima e corpo a rintuzzare un’offesa grave, le quattro dita aperte sulla mascella «s’era deciso di levarlo…»
«Nient’affatto» s’è affrettato a tagliar corto lui crollando il capo da una clavicola all’altra «per ora siamo a posto.»
«Lei» ha aggiunto passando con incredibile disinvoltura dall’intimità dell’abbraccio alla consueta distanza della terza persona «lei è curato, e badi bene, faccia attenzione adesso, mi segua: lei non è guarito, tutt’altro; per quello che ha, per il suo problema, ormai dovrebbe saperlo, non c’è possibilità di guarigione, no. Del resto, mi pare, si sente meglio già da un po’ e faccia conto che tanto le deve bastare.»
«Ma, veramente… s’era detto il settimo…» ho provato a insistere, in preda a una specie d’isteria «sa, a lasciarlo lì… ho letto che i batteri, col tempo, sono capaci di scavare fino al cervello e provocare la demenza…»
«Sciocchezze!» ha tuonato il dentista facendosi rigido «Allora lei è di quelli che prendono sul serio qualunque imbecillità, è così? Non dia retta, diffidi! Diffidi da quello che legge in giro su quei sitacci pornografici, stia a sentire me: si impazzisce mica per ’ste cose qui; per il dolore forse sì, può succedere di ammattire, un tantino, se i denti fanno male sul serio, ma per lo più è un modo di dire, un’espressione, e comunque non è il caso, il suo. Semmai» ha aggiunto ammiccando «fossi in lei, mi preoccuperei delle mani: in fondo, se non fosse per quelle, non avrebbe di che masticare.»
«È che s’era detto di toglierlo, il settimo» mi sono difeso senza dar peso alla faccenda delle mani «e poi in effetti ho l’impressione che verrà a darmi noia, prima o poi.»
«Oh, s’era detto e s’era detto! Allora sarà mica di quelli col pallino del bisturi? Le dà gusto soffrire ancora, per caso? No perché io questa passione non ce l’ho proprio, insomma… non ce l’avrei al posto suo!»
Ah, ecco che finalmente s’è tradito! ho pensato, eccitato come chi ha appena smascherato un impostore e sta per dirgliene quattro. È proprio come sospettavo, l’ha precisato lui stesso!
Poco conta che si sia subito corretto, che sia corso ai ripari con quel ridicolo condizionale appiccicato alla bell’e meglio, con quel «al posto suo» posticcio e d’accatto. La verità è che costui ne ha le tasche piene di patire, e di afflizioni non vuol più sentirne parlare! E questo perché, ormai è sicuro, ogni volta che mi caccia le mani in bocca e tagliuzza e disarticola e tira via qualcosa; ogni volta, in buona sostanza, che allo scopo di curarmi mi provoca un dolore, sia pure il più impercettibile dei fastidi, mettiamo anche una pungicatina da niente, l’infelice ne soffre come e quanto il sottoscritto: è un fatto. E questa roba, questa sciagura inestinguibile, gli viene dalla dentiera radioattiva, dalla morsicata che s’è preso a suo tempo, ci scommetto la casa. A costui, al mio parodontologo di fiducia, capita ogni santo giorno di sentir penare la gente e davvero non gli riesce più di tollerarlo; di sicuro, dopo trent’anni almeno di questa solfa, si capisce, non ha più voglia di farlo, ho concluso soddisfatto abbassando gli occhi.
Quindi, sempre evitando di voltarsi, tutto compreso a scrutare la radiografia completa delle mie chiostre appesa al diafanoscopio, mi ha augurato una buona giornata.
«Non ci rivedremo per un po’» m’ha detto «stia bene.»
«Il dottore ha i suoi pensieri» m’ha spiegato poi la segretaria, sulla porta, leggendo correttamente l’espressione smarrita sulla mia faccia, mal celando il goffo quanto evidente tentativo di soccorrere il suo eroe «ha il figlio che studia in Svizzera, no, lavora in Svizzera, voglio dire dovrebbe lavorare, è un artista, ecco, via, gli dà qualche pensiero…»
«Si capisce, è normale» ho risposto di riflesso mettendo un piede di là dalla soglia, con l’unico desiderio di allontanarmi in fretta come da una riunione tra condomini.
Frottole! ho pensato sul tonfo secco della porta alle mie spalle, quella lì c’è dentro fino al collo. Segretaria, dice! Assistente alla poltrona! Puah! Complice, dico io! Altro che storie e figli di qua e di là e sopra e sotto a scansare fatiche in giro per l’Europa. Balle! Mentiva e si vedeva lontano un miglio.
E questo, mi sono spinto a pensare, il fatto che si sforzasse di tener bordone al dottore, non fa che certificare la questione dell’empatia, annessi e connessi. Batman ha il suo maggiordomo, Alfred; Tony Stark conta su Jarvis; il mio dentista, a quanto pare, s’appoggia a quella donna sempre in maschera e camice azzurro, ciabattante, che non perde occasione di offrire una piacevole chiacchiera, un commento sul clima, un nuovo appuntamento o una cartellina infarcita di fatture da saldare.
È così! Dev’essere così! ho continuato a ripetermi nel traffico del pomeriggio e poi a casa, mentre, con le scarpe ancora ai piedi, steso sul letto, la faccia ficcata nel cuscino, mi provavo a far tornare i conti: il mio dentista è un sensitivo, un precog o un disgraziato, e lei, la donna che gli gestisce l’agenda e sa tutto e vigila su ogni cosa, è la sua fidata aiutante. Lui il supereroe, lei la spalla. Non fa una piega. Roba da non crederci, da venir fuori ammattiti. Ma a me, ricordo di aver sospirato, esausto, a me non la si fa mica; ah no! Proprio no.
Un paio d’ore di sonno più tardi, manco a dirlo, di abbracci più o meno sconvenienti, di morsi infetti e di poteri paranormali me ne caleva ormai il giusto, vale a dire, in una parola: nulla. Non che mi fossi persuaso di aver sognato, o di aver vissuto un’allucinazione, o cose di questo genere: semplicemente, libero dalle suture e dal dolore, finalmente curato e, per la prima volta dopo tanti mesi, confortato dalla prospettiva di una lunga pausa dai ferri odontoiatrici, non badavo più ai casi del dentista, piuttosto a quelli soliti miei. In men che non si dica, già perfettamente dimentico tanto del molare avulso di fresco quanto del fattaccio trascorso, compulsavo distrattamente la posta elettronica e rimuginavo su una posizione appena segnalatami, suppongo per errore, da un’agenzia di lavoro interinale: pianista di piano bar, tempo determinato, retribuzione mille-millecinquecento euro mensili in base all’esperienza.
Poco dopo, a cena, quando mia moglie m’ha domandato delle mie povere gengive, ho liquidato l’argomento con un’alzata di spalle.
«Il dottore» mi sono limitato a dire sotto il suo sguardo compassionevole «è una creatura mutata.»
Ed ecco che soltanto oggi, ovvero poche ore fa, strappato al sogno da un ostinato squillo del telefono, ho aperto gli occhi sicuro – non del tutto sicuro ma approssimativamente sicuro – di essere un pianista di piano bar, uno alla canna del gas per l’esattezza, e per giunta – quest’è certo – con un gran mal di denti. D’istinto, senza smettere di tastarmi la gengiva con la punta della lingua, ho afferrato il telefono dal comodino.
«Il dottore si scusa» m’ha avvisato l’assistente del dentista dall’altra parte del telefono, subito dopo i convenevoli di rito «si scusa tanto ma tutto considerato, a osservare meglio le lastre, s’è convinto che sì, in effetti… sarebbe meglio levarsi il pensiero. Insomma, maestro» ha ripreso dopo un profondo respiro «il dottore pensa che questa volta sia proprio il caso di toglierlo quel dente. Lei capisce» ha detto tradendo nella voce una nota di odiosa, intollerabile ossequiosità «è per il Suo bene.»