Giuseppe Tursi
Illustrazione di Susanna Parente
Al telefono Livio mi aveva dato appuntamento al campo sportivo. Per lungo tempo i nostri sogni si erano riversati su quel rettangolo di gioco.
Scendo dalla macchina, l’aria fredda novembrina mi schiaffeggia la faccia. Mi dirigo verso la collina, dalla parte opposta della tribuna. Quella zona apparteneva a noi, da lì guardavamo le partite della nostra squadra, tifavamo per loro, osservavamo le giocate del nostro idolo, il capitano, Cavalli. Livio, Manu e io commentavamo ogni singola giocata, ci incazzavamo quando qualcuno dei nostri subiva fallo e ci supportavamo nei momenti difficili. Ci eravamo ripromessi che un giorno avremmo esordito anche noi in prima squadra, doveva essere il nostro trampolino di lancio, poi saremmo passati tra i professionisti, magari in serie A, sempre insieme, uniti.
Arrivo sopra la collina, ho il fiatone, quanto tempo è passato dall’ultima volta che mi sono allenato, che ho toccato un pallone da calcio? Forse dieci o quindici anni. I fari illuminano il terreno di gioco e creano ombre che rincorrono la palla assieme ai ragazzi. Sulla collina nella penombra osservo un puntino rosso che si illumina. Deve essere Livio. Mentre mi dirigo verso di lui, sento il cuore battermi in gola. Una nuvola di fumo esce dalla sua bocca.
Sono a pochi metri da lui, quando si gira nella mia direzione. Il suo volto non è cambiato: qualche ruga intorno agli occhi e un accenno di barba chiazzata di bianco. Chissà lui cosa pensa di me. Ci abbracciamo. Rimaniamo così senza dire una parola per un tempo indefinito. Poi ci stacchiamo e ci guardiamo negli occhi. «Possibile che non sei cambiato di una virgola, non hai un filo di barba come quando avevi sedici anni» dice.
«Peccato che le mie ginocchia non pensano la stessa cosa» ribatto.
«È una sfortuna comune quella.»
Ci voltiamo entrambi a osservare il campo. Avrei un’infinità di cose da chiedergli, ma qualcosa mi blocca.
«Guarda, quello è mio figlio.» Livio indica con il dito una zona del campo dove due ragazzi si contendono la palla «il numero otto, con i capelli rossi.»
Dalle movenze che ha, dalla corsa, riconosco Livio, anche lui quando giocava aveva la stessa andatura. Livio mi parla della sua famiglia, del suo lavoro, di come si senta realizzato oggi, dopo il fallimento del primo matrimonio. Poi mi chiede perché non sono più tornato, perché sono scomparso e non ho più cercato né lui e né Manu, perché di punto in bianco mi sono trasferito da mio padre. Capisco che Manu in tutti questi anni non ha mai raccontato nulla di quel giorno. Gli rispondo che avevo bisogno di cambiare aria, perché mi sentivo soffocare, volevo qualcosa di più di questo posto, poi sono stato assorbito del tutto dalla mia nuova vita. Ometto il fatto che sono tornato molte volte in paese per stare con mia mamma, fino a quando anche lei non si è trasferita per starmi accanto.
«La partita sta per finire» dice Livio «cosa ne dici se dopo ci vediamo al bar e beviamo qualcosa.»
«Sono stanco Livio, sono venuto qui solo per salutare Manu, non ho voglia di andare al bar, preferisco fare due passi a piedi e poi andare nella mia stanza, ho prenotato una camera da Cesarina.»
Livio mi osserva, nonostante gli anni passati riconosco ancora la delusione sul suo volto.
«Pensavo di passare un po’ di tempo insieme, come i vecchi tempi.»
«Potrei tornare un’altra volta, o potresti venirmi a trovare tu a Milano, con la tua famiglia.»
Livio guarda il campo, non risponde. Io non ho più voglia di stare lì, ho bisogno di camminare, i ricordi si condensando nella mente, riaffiorano uno dopo l’altro.
«Ora vado, ci vediamo domani» dico appoggiando una mano sulla spalla di Livio.
«A domani» mi risponde con distacco.
Decido di lasciare la macchina al campo sportivo, ho bisogno di camminare. Recupero lo zaino dall’auto con le poche cose che mi sono portato dietro. Ormai l’oscurità ha preso il sopravvento su ogni cosa, i lampioni illuminano la strada, una nebbia fine cala dall’alto come un velo. Oltrepasso la zona degli orti, poi scendo le gradinate e mi ritrovo davanti alla chiesa. Il cancello è chiuso, le luci dell’appartamento di don Gino sono spente. Al di là di quel cancello, io e i miei amici passavamo tutte le estati tra il campo da basket e quello da calcio. I ragazzi più grandi fumavano le canne sotto il grande salice piangente, nello stesso posto in cui, qualche anno dopo, anche noi abbiamo fumato per la prima volta. Proseguo lungo la strada. Le macchine si materializzano a pochi metri da me, ora la nebbia è più fitta e densa, si può quasi toccare con mano. Passo davanti al bar Tito. Rimango qualche secondo a osservare la porta. Dall’interno proviene la musica dei Queen, Tito, il barista, è un loro fan sfegatato, il gusto della buona musica non l’ha perso. Ripenso alle serate passate in quel bar, prima di andare in discoteca o in centro, era la nostra tappa fissa. I vecchi del bar ci chiamavano la nuova guardia. Ci scontravamo spesso con loro, soprattutto quando si parlava di calcio. Manu era il più sfacciato, la sua stazza incuteva timore. Livio e io gli stavamo dietro, diventavamo a nostra volta arroganti, sicuri che se ci fosse stato da picchiare, con Manu dalla nostra parte, avremmo vinto su chiunque. Qualche volta però ci è andata male, come quella volta in discoteca, quando un gruppo di ragazzi era riuscito a dividerci. Quella sera eravamo tornati a casa con le camicie inzuppate di sangue, ma ugualmente per strada ridevamo come pazzi.
Ora mi dirigo verso la mia camera. Cesarina mi ha lasciato le chiavi sotto la pianta, davanti all’entrata. Al telefono mi aveva avvisato che non ci sarebbe stata ad accogliermi perché doveva andare da sua figlia. Prendo le chiavi ed entro nell’appartamento. Il monolocale è una stanza con un mobile stracolmo di libri a dividere la zona notte dalla cucina. Un’unica finestra si affaccia su un cortile interno. Tutto sembra così freddo e asettico. Dopo una breve doccia rimango a osservare allo specchio la cicatrice sul sopracciglio destro. Sembra che questa sera stia riacquistando la sua forma iniziale, la carne lacerata pulsa, brucia. Sono stanco, mi stendo sul letto e poco dopo mi addormento. È una notte senza sogni.
La mattina il cielo non promette niente di buono, le nuvole plumbee basse e gonfie si spostano rapide nel cielo. Esco dall’appartamento con l’intenzione di andare a recuperare la macchina e poi andare a salutare Manu. Decido di fare una strada differente rispetto alla sera prima. Percorro il lungo viale che porta al campo da calcio, alla mia destra si estende la collina, su in alto, enorme, svetta il Mostro. È una struttura imponente, marcescente, un tempo doveva essere un ex convento o qualcosa di simile. L’ultima volta che ci sono stato, è stata anche l’ultima volta che ho visto Manu. Decido, dopo aver preso la macchina, di ritornare in quel luogo abbandonato. Quando sono lì davanti, con il Mostro che mi osserva, le sue finestre divelte che assomigliano a una bocca di un vecchio sdentato, ripercorro nella mente quel maledetto giorno di diciotto anni prima.
Eravamo venuti quassù per fumare, come altre volte avevamo fatto. Livio quel giorno non c’era, era andato via con i suoi genitori. Manu e io eravamo entrati all’interno del Mostro, siamo saliti in cima, sul tetto. Da lì si poteva vedere quasi tutta la città. Eravamo rimasti a osservare il paesaggio bevendo birra e passandoci a turno una canna, fino a quando il sole non era calato dietro le colline. Avevamo deciso di tornare al bar quando, prima di imboccare le scale e tornare al piano di sotto, avevo bloccato Manu per un braccio. La canna e le birre bevute avevano disinibito le mie azioni, ciò che a lungo ho tenuto nascosto, seppellito dentro di me, improvvisamente è esploso. Ho baciato Manu, ho gustato il suo sapore di fumo e alcol, fino a quando ho sentito le sue nocche schiantarsi sulla mia tempia, e poi la tempesta feroce di calci sulla schiena, e sulla testa. Le sue urla si sono fatte sempre più vacue e ovattate. Quando ho riaperto gli occhi era buio e faceva freddo. Avevo la bocca impastata di sangue. Il dolore non mi dava tregua. Mi sentivo un verme informe.
Una pioggia sottile mi bagna il viso. Guardo l’orologio, è ora di andare.
La chiesa è gremita di gente. Riconosco le facce invecchiate di alcuni amici di calcio. Livio con la sua famiglia è seduto nelle prime file. Guarda la bara come se da un momento all’altro si dovesse aprire. In prima fila con il viso stravolto ci sono i genitori di Manu e quella che suppongo dovrebbe essere sua moglie e le sue bambine. Don Gino nell’omelia cerca parole di conforto per la famiglia con tono solenne e triste. È stato Livio a contattarmi circa un anno fa per dirmi che Manu era gravemente malato. Non ho mai trovato il coraggio di chiamarlo né di scrivergli, ma tutti i giorni ho pregato per lui che riuscisse a salvarsi. A metà del rito funebre esco fuori dalla chiesa. Inizio a camminare senza meta, con le lacrime che scendono sul mio viso.


