Federica Rigliani
Illustrazione di Ivania Maturana
Sospesa tra nuvole e montagne. Così appare La Paz.
Gli aerei sembrano non trovare spazio al loro posarsi: solo cime e creste arrotondate da nevi perenni e sormontate dall’Illimani, che immutabile vigila dai suoi seimila metri quasi ne fosse l’atavico custode. Poi l’altopiano: vasto, verde, piatto. Atterrare qui stringe i polmoni e la compressione cerebrale tuona in testa.
«Benvenuta in Bolivia» dice il tassista. Ha la riservatezza degli indigeni, gli stessi gesti pacati. L’auto attraversa la vastità polverosa che ci circonda e punta verso casa: quattrocento metri di dislivello che permettono al corpo di reagire, alla pressione di abbassarsi, al respiro di alleggerirsi. Persiste però l’affanno. E sale la paura.
«Per i turisti c’è il sorojchi» sorride sdentato l’uomo, la sua guancia gonfia di foglie di coca.
Mal de altura, in lingua aymara; così si chiama anche la pillola che pompa globuli rossi al cervello e lo ossigena, oltre la rarefazione di quest’aria spessa e pulita.
Ma io non sono una turista.
E a tuonarmi in testa sono le parole del legale.
Alex ha tre anni e occhi da gazzella. Non mi sente arrivare. Dorme sull’erba nel patio, la pancia della nostra setterina gli fa da cuscino. Metto l’uovo di Pasqua davanti al suo sguardo chiuso, gli pizzico una guancia con l’involucro argentato.
«Sei ritornata» dice in mezzo a uno sbadiglio.
«Certo.»
«La prossima volta mi porti con te?»
«Non posso.»
Lo sollevo. Ci abbracciamo.
«Apri l’uovo, c’è la sorpresa dentro.»
«La sorpresa sei tu. E il cioccolato» dice lui senza staccarsi da me. Mi stringe più forte quando sussurra: «Sei la mia montagna.»
Me lo portò la madre: gonna plissettata alla caviglia, bombetta nera su trecce corvine e scialle in spalla. Giovane, eppure antica nei modi e nei solchi sulla pelle, mi guardava da oltre il cancello: aveva un bambino sulla schiena e un altro nella pancia. La invitai a entrare.
Camminò verso la veranda, sguardo a terra. Lo alzò sul mondongo fumante e, dopo aver schiodato i suoi occhi dai miei, volse il capo verso il bambino. Non ebbi bisogno di altro per approntare due piatti e, quando la vidi infilare del pane in borsa, mi allontanai con la scusa della frutta.
«Dov’è la mamma?» chiesi di ritorno con le chirimoyas.
Lui indicò il cancello.
Io corsi invano lungo il sentiero deserto.
L’indomani l’avvocato mi parlò di un’associazione che accoglieva bambini abbandonati. Alex entrò nello studio, mentre annotavo l’indirizzo. Si teneva la fronte e non la smetteva di vomitare. Epatite, diagnosticarono all’ospedale.
Fu lui a vederla davanti a una porta chiusa del reparto di Ostetricia, la indicò e si nascose dietro di me con un balzo. Lei neanche si alzò; toccandosi il ventre gonfio, disse: «Il padre di questo non è suo padre. Che non lo voglia tra i piedi è una fortuna per te, vista la tua età.»
Non risposi.
Si chiamava Benita e sapeva ogni cosa di me: il lavoro all’università, la grande casa vuota, la relazione finita. Le portavo Alex tutti i giorni. A lei dissi che l’avrei ospitata durante i primi mesi; ai medici, invece, di avvisarmi il giorno del parto. Mi chiamarono alle quattro del mattino per dirmi che era nata, era una bambina. Uscii immediatamente e stesi Alex ancora addormentato sul sedile posteriore dell’auto. Quando arrivammo, però, Benita era già sparita con la neonata. Avevo trentadue anni. In casa, un bagno pieno di antivirali. Per mano, un bambino che non conoscevo.
Dovevo dirlo a mia madre. Che stava per avere un nipote e che non sarei potuta tornare in Italia con lui prima dei suoi diciotto anni, neanche conclusa tutta la burocrazia. «Tra due settimane è Pasqua e il giorno dopo il tuo compleanno» ha risposto, sfiorando la guancia di carta di Alex. Poi ha incorniciato la foto.
Ora lui corre nel patio. Stringe tra due dita la sorpresa: un aeroplanino che fa volare sulla testa a braccio teso, mentre con la bocca nera di cacao fa il motore. Intorno, la Cordigliera Reale è un cratere capovolto che sbarra il blu e ci contiene.
Resto a guardarlo giocare ancora un po’ prima di chiedergli se vuole aiutarmi a preparare la stanza per la nonna.


