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Il Posto

Valeria Meivaz

Illustrazione di Giulia Delmonte


Stando a quel che dicevano i vecchi, il Posto era a una mezz’ora di cammino dal paese. Per arrivarci bisognava risalire la statale e, al secondo tornante, uscire sul passaggio sterrato che si infilava in mezzo al bosco. Quando l’orecchio smetteva di captare qualsiasi rumore umano – a esclusione dei propri passi sul terreno – era il momento di lasciare anche il sentiero.
Non era certo la prima volta che Chiara faceva una passeggiata in quelle zone: si aspettava ben di peggio. Dopo le ultime piogge estive il sottobosco si era riempito di rami caduti, cespugli sradicati che intralciavano il passaggio, erba alta in cui non osava arrischiarsi per paura dei serpenti. La via che conduceva al Posto, però, era l’esatto contrario. Ampia, luminosa, un letto di muschio morbido sotto i suoi scarponi.
Non-Alice, alle sue spalle, fece un fischio di stupore. «Guarda che roba, amore. Sembra che tutto sia pronto per il nostro arrivo.»
«Per il mio» mormorò Chiara. «Sono sola.»
«Come no? Ti piacerebbe.»
Sempre secondo i vecchi, man mano che si avanzava in mezzo alla vegetazione i rumori scomparivano. Fu così anche per Chiara. Il canto degli uccelli si abbassò di tono fino a svanire del tutto. Mosche e farfalline smisero di svolazzarle intorno. Nessun torrente lontano, nessuna eco restituita dalla valle sottostante. Solo il suo passo ritmico sul muschio.
Quando arrivò al Posto, perfino il vento tra gli alberi si era fermato. Di fronte a lei c’era un cespuglio illuminato dal sole. Le foglie colpite dalla luce erano di un verde fresco, luminoso, ma le ombre erano scure come quelle che si allungavano nel bosco al crepuscolo, come se al di sotto di quel fogliame ordinario ci fosse qualcosa di molto grosso e profondo. Era reale e non era reale, come un sogno o un’allucinazione. Una visione perfettamente normale che però accendeva dentro di lei una specie di istinto senza nome, una coscienza ancestrale che nella quotidianità restava dormiente. Un campanello d’allarme che le diceva “Scappa.”
Chiara sbatté le palpebre. Più guardava il Posto, più aveva l’impressione di stare osservando una tenda con sopra un’immagine stampata: le sarebbe bastato allungare una mano per scostarla.
Ma non poteva, non subito. I vecchi dicevano che bisognava essere gentili. Chiedere il permesso.
«Buongiorno» disse. «Sono qui per essere presa.»
Non c’era niente lì che potesse risponderle a parole. Il Posto non aveva bocca, labbra, denti, corde vocali. Ma dentro di lei vibrò la stessa consapevolezza che aveva avuto poco prima, quando aveva posato gli occhi sul cespuglio e aveva saputo di essere arrivata. La consapevolezza chiedeva “Per quale motivo?”
Chiara puntò un dito verso non-Alice, che la guardava a braccia conserte con un sorriso amaro stampato in viso. «Per lei. Non si può andare avanti così. Se dobbiamo passare il resto della vita insieme, che almeno non duri troppo.»
Il Posto tacque così a lungo che Chiara temette che i vecchi si fossero sbagliati, che quello fosse solo un cespuglio in mezzo al bosco e che la cosa che le faceva vibrare il cervello ogni volta che ci posava gli occhi non fosse altro che la sua mente bacata.
«Per favore» aggiunse. «Non so se posso farlo da sola.»
Nella sua mente spuntò un pensiero nuovo, che non proveniva da lei ma era il modo in cui il Posto le rispondeva senza una bocca.
“Tre giorni.”

1
«Che poi ha proprio senso a livello simbolico» disse non-Alice sedendo accanto a lei sulla pietra scaldata dal sole «perché ieri sarebbe stato il nostro terzo anniversario.»
Non sarebbe tornata in paese, quello era ovvio. Non sapeva se, allontanandosi, il Posto le avrebbe permesso di ritrovarlo una seconda volta, ma aveva anche ragioni diverse dalle logiche pseudo-magiche della foresta. Tanto per cominciare, aveva riflettuto così tanto su quella faccenda da cambiare idea un milione di volte e se fosse tornata a casa l’avrebbe fatto di nuovo. Era facile lasciarsi invischiare in un abbraccio confortevole dal piccolo giardino, il glicine che pendeva dal balcone coi suoi grossi grappoli profumati, il pavimento del corridoio che aveva percorso ogni giorno dai cinque anni in poi. Le ricordava che c’erano stati momenti in cui aveva guardato il cielo striato di nuvole e aveva pensato “Devo piacere a qualcuno, lassù, perché tutto va come deve.” A casa era la Chiara che aveva qualcosa da combinare nella vita: piani, progetti, idee e tutto il tempo del mondo.
E quello era un male. Non doveva dimenticare il motivo per cui era lì. Non doveva fare marcia indietro.
Infilò le mani nella terra tiepida, strinse una foglia mezza decomposta e la sbriciolò tra il pollice e l’indice.
«Per il primo anniversario avevo in mente di portarti a cena. Uno dei ristoranti che abbiamo provato insieme e che ci era piaciuto.»
Non-Alice fece spallucce. «Avresti sbagliato, perché preferisco provare cose nuove. Vedi che non siamo compatibili.»
«Come se la compatibilità si misurasse dai ristoranti.»
«È un fattore. Vuoi che te ne dia altri?» Stese davanti alla sua faccia la mano con le cinque dita aperte. «Il lavoro, i figli, la città in cui vivere—»
«Le preferenze letterarie?»
«Ancora con questa storia? Sei permalosa.»
Chiara raccolse un sassolino e lo lanciò in aria. La piccola pietra rotolò lungo la china ripida della montagna e scomparve. «Dico solo che in una relazione normale è giusto darsi supporto a vicenda e mi sarei aspettata che tu leggessi le mie poesie. Nessun altro si è mai prestato. Ma almeno tu—»
«Sono stata sincera, amore. L’avrei fatto controvoglia e se tu avessi insistito mi avresti costretta. Volevi davvero costringermi, quindi? Sono questi i presupposti per una relazione normale?»
Non aveva tutti i torti. «Avrei solo voluto che ti piacessero.»
Rimasero a lungo in silenzio, una accanto all’altra, Chiara coi pantaloncini corti e le gambe nude e non-Alice con giacca e cappello, come l’ultima volta in cui aveva visto Alice – quella vera – e l’aveva salutata con un bacio veloce convinta che andasse tutto bene. La cosa che la piccola Chiara non sapeva, quando era convinta che il mondo girasse per lei, era che la vita fosse crudele perché spesso e volentieri non anticipava la consapevolezza degli addii. Cosa avrebbe detto ad Alice, se avesse saputo che quella era l’ultima volta? Quanto sarebbe rimasta a godersi il profumo dei suoi capelli, la morbidezza delle sue labbra, la sensazione che il loro abbraccio riunisse due parti di un intero?
«Vuoi sapere perché nessuno vuole leggere le tue poesie, amore?»
Si voltò verso non-Alice. Era in piedi, braccia conserte, la schiena appoggiata al tronco di un albero.
Trattenne l’impulso di alzare gli occhi al cielo. «Dimmelo.»
«Perché pensi troppo a te stessa.»
«Mi dai dell’egoista, adesso? Dopo tutto quello che ho fatto per te?»
«No, non sei egoista. Sei egoriferita. Passi la giornata a pensare a te, a quello che hai vissuto, ai tuoi traumi» esasperò quella parola con una smorfia che nascondeva un sogghigno «come se al mondo avessi sofferto solo tu. Come se fossi l’unica poveretta ad aver rotto con la fidanzata. Che poi le tue sofferenze non sono questo granché, eh? Nel senso, c’è di peggio. Che avresti fatto se io fossi morta?»
«Ho capito, ma non è che se uno ha vissuto di peggio allora io non ho il diritto di—»
«Il punto è che quando scrivi tu non racconti niente, non parli di qualcosa di diverso che non sia tu, quanto hai vissuto e quanto hai sofferto e la gente si annoia. Hai idea di come sia estenuante leggere gli scritti di chi rimugina sempre sulla stessa cosa? Soprattutto quando li conosci di persona e sai esattamente di cosa stanno parlando. A una certa vorresti urlare “Basta, non sei così importante! Trova qualcos’altro da dire! Parla di qualcun altro, inventa!”»
A quel punto della sua vita le emozioni non arrivavano con l’intensità del primo periodo, quando i nervi tesi le impedivano di dormire la notte, però le diede lo stesso fastidio, cosa in cui non-Alice era molto brava.
«Comunque ho scritto anche altra roba» borbottò. «Una poesia lunga che non parla di rotture. Parla di mare, di porti e di una sirena che attira i navigatori per annegarli.»
Non-Alice chiuse la bocca, le sopracciglia aggrottate e lo sguardo fisso a terra. Poi alzò la testa di scatto e chiese: «Non è un’allegoria, vero? Non sarò mica io la cazzo di sirena?»
Chiara chiuse gli occhi per non guardarla. «Vai a fanculo.»
«Lo sapevo. Sei la persona più sfiancante dell’universo.» Restò in silenzio per tre secondi, poi aggiunse a bassa voce: «Per questo ti ho mollata.»

2
Si era portata uno zaino con acqua e un panino, un gesto irrazionale considerato che era diretta al Posto e non pensava di dover aspettare tre giorni. Non provò fame né sete per tutta la durata del primo, né sentì girare la testa o altri segni di debolezza, perciò pensò che il Posto si stesse già occupando di lei; ma il secondo giorno si svegliò con una fame leggera, come quella di chi aspetta la cena dopo aver fatto merenda. Consumò mezzo panino e mezza bottiglia d’acqua seduta sull’erba. Non c’era traccia di insetti. Chissà se le briciole erano destinate a restare lì in eterno.
«Comunque sia,» disse a non-Alice che la fissava da una certa distanza «riflettevo su quello che hai detto ieri. Sul fatto che ne parlo come una tragedia quando c’è chi ha vissuto di peggio.»
«Hai considerato anche il fatto che quando gli altri ti parlano delle loro rotture li trovi eccessivi e dici loro che possono benissimo vivere da soli, mentre tu sei single da tre anni e così disperata da aver inventato una ragazza immaginaria?» Non-Alice le fece la linguaccia. «Scusa, credo sia mio diritto ricordartelo.»
Quando faceva così era meglio ignorarla. «Dicevo che secondo me non è proprio la stessa cosa, perché quello che avevamo noi due era diverso. Era intenso, impossibile. Sono stata con altre persone, ma con te ho avuto l’impressione che stessimo inventando qualcosa di completamente nuovo.»
Non-Alice scoppiò a ridere. Aveva i denti bianchi e perfetti, a differenza della vera Alice con gli incisivi macchiati dal fumo.
«Cos’hai da ridere?»
«È una sensazione talmente comune che stai letteralmente citando Ritratto della giovane in fiamme.»
«Non ho mai visto quel film» sbottò Chiara. Poi si grattò la base della nuca e sbuffò. «Ma potrei aver letto la citazione su Instagram o cose così.»
«Oddio.»
«Quando ancora ero convinta che tu e io fossimo uguali. Prima che tu iniziassi a dire che non ti interessavano le mie poesie o che mi dessi della fallita quando ho dovuto iniziare a lavorare al chiosco perché il master era troppo costoso…»
«E quando tu hai detto che avrei dovuto tagliare i rapporti coi miei genitori perché avevano una cattiva influenza su di me?» Non-Alice fece una smorfia. «Quando mi hai accusata di trascurarti perché anziché passare una serata con te sono uscita coi miei amici?» Fece un passo verso di lei e le puntò un dito contro, il volto rosso di rabbia. «Ti ci sei ossessionata tanto perché sei una persona tossica.»
«Tu lo sei.»
«Lo eravamo entrambe l’una per l’altra.»
«Non esiste l’abuso reciproco, comunque. Uno dei due è sempre il carnefice.»
Non-Alice spalancò gli occhi e scoppiò in una risata allegra, distesa. Era uno dei primi ricordi che aveva di Alice, uno di quelli belli.
«Guarda un po’ che roba, amore mio» disse. «Stai a vedere che tu e io abbiamo davvero inventato qualcosa di completamente nuovo.»

3
Il terzo giorno, di nuovo, aveva un po’ di fame. Mangiò la seconda metà del panino e, dopo qualche istante di esitazione, finì anche l’acqua.
“La disidratazione è un brutto rischio.”
Un altro pensiero irrazionale, dato che quella sarebbe stata la sua ultima alba.
Passò il pomeriggio a sonnecchiare; per una volta anche non-Alice rimase in silenzio. Non c’era più molto da dire, dopotutto. Avevano passato gli ultimi tre anni a sviscerare nel dettaglio ogni minuto di quella relazione: poteva bastare così.
Era una bella giornata. In un altro momento le sarebbe piaciuto fare una passeggiata al fiume, tirare sassi e ascoltare lo scrosciare dell’acqua che riusciva sempre a calmarla.
“I tre giorni non sono ancora finiti. Forse, se tornassi indietro…”
No. No, era arrivata fin lì proprio perché non riusciva a farlo da sola. Ci avrebbe pensato il Posto. Lei doveva solo restare ferma per le ore che le restavano.
Verso sera, quando i raggi che attraversavano i rami iniziarono a tingersi di rosso, si decise finalmente a muoversi. Il Posto era sempre uguale, cespuglio e ombre nere al di sotto. Si piazzò al centro della piccola radura e attese.
Il suo cuore diede un battito diverso, una specie di sfarfallio nel petto. Di fronte a lei, la cosa immobile che ricordava un cespuglio iniziò a espandersi. Il paesaggio sotto i suoi occhi rimase identico: a mutare era la sensazione che le dava. Quell’impressione di stare osservando un velo dipinto si estese anche ai lati della sua visione, agli alberi tutto intorno. Era un’espansione lenta, come il pane che si gonfiava nel forno. Il cervello sembrava ronzarle nel cranio, come quando era molto stanca, e aveva voglia di chiudere gli occhi e distendersi sul muschio morbido. Forse era così che funzionava.
“Pensavo che avrei avuto più paura. Meno male.”
«Tu non puoi venire, vero?» chiese a non-Alice.
«No, può prenderne soltanto una.» Come ogni volta che Chiara era sul punto di addormentarsi, la figura che aveva al fianco non somigliava più ad Alice, bensì al suo ricordo distorto. I confini del suo corpo si sfilacciavano, il volto aveva lineamenti imprecisi, sfocati. «Ti mancherò?»
«Non credo. Ho avuto tre giorni per abituarmi all’idea di perderti.»
Non-Alice rise. «Che coincidenza! Forse alla fine siamo più simili di quel che pensavo.»
«Perché?»
«Non ricordi cosa ti ho detto quando abbiamo chiuso?» Chiara si voltò a guardarla, confusa, e non-Alice fece spallucce. «Mi sono messa a piangere e tu hai smesso di disperarti per consolare me. E allora io ti ho detto “Non preoccuparti. Sarò triste per due o tre giorni, ma poi starò benissimo.” L’avevi scordato?»
Sì, l’aveva scordato.
Il corpo le si riempì di spilli ghiacciati. Due o tre giorni. Chissà cosa stava facendo la vera Alice dopo tutto quel tempo. Doveva aver finito l’università, essersi trasferita come voleva. Forse aveva qualcun altro.“Una storia di nemmeno un anno si supera in fretta, cosa vuoi che sia?”le aveva detto una volta parlando della rottura di un’amica. Sì, era plausibile che l’avesse superata in fretta. Probabilmente era più felice senza di lei.
E intanto Chiara era nel Posto perché non-Alice aveva messo radici e non la lasciava più respirare.
«Aspetta» disse al nulla che aveva davanti. «Ho bisogno di un momento per rifletterci.»
Quello le rispose “Ti ho già dato tre giorni. È ora.”
Il velo di stanchezza che le chiudeva gli occhi fu spazzato via in un secondo; girò i tacchi e si fiondò verso il sentiero. Il pendio era ripido: tese le mani avanti per aggrapparsi agli alberi nel tentativo di rallentare la discesa. Saltò una radice sporgente: non doveva inciampare.
Non-Alice si aggrappò alla sua spalla. «Piantala di fare tutte queste scene. Avevi deciso—»
«Stai zitta!»
Qualcosa non andava. A rigor di logica avrebbe dovuto trovare il sentiero, che aveva visto un’infinità di volte nei giorni precedenti. Ma il bosco continuava e continuava, sempre uguale a sé stesso e quella cosa che sentiva dietro di sé – il Posto, il nulla nascosto dietro al cespuglio – avanzava al suo stesso passo.
«No» mormorò di nuovo. «No, ho cambiato idea. Ti prego.»
“È ora.”
Si fiondò in un groviglio di rami. Gli aghi di pino le graffiarono la faccia, costringendola a chiudere gli occhi. Trattenne il respiro, saltò ancora e atterrò sulla sabbia grigiastra della riva del torrente.
L’acqua scrosciava con violenza tra le rocce, spruzzandole di schiuma bianca. Chiara si fermò, ansimante. La corrente era troppo forte perché potesse attraversarlo. E poi non sentiva il rumore, il che significava che la cosa che la stava inseguendo era già lì.
Non aveva bisogno di voltarsi per vedere e aveva l’impressione che se si fosse voltata non avrebbe visto nulla comunque. Era finita. Aveva chiesto, il Posto esaudiva. Valeva ancora la pena di implorare?
«Per favore.»
“Mi hai chiesto di prendere. Non me ne vado senza.”
Non-Alice la guardava dritta negli occhi senza dire una parola. Non rideva né la scherniva come al solito. Era seria, quasi rassegnata.
Chiara le afferrò il polso. Non si erano mai toccate – e cosa poteva toccare, dato che non-Alice esisteva solo nella sua testa? – ma le sue dita si chiusero su qualcosa di solido. Non era proprio carne, ma si muoveva. E poteva tirarla verso di sé.
Si voltò verso la cosa.
«Puoi prendere lei, invece?»
“Posso.”
Spinse non-Alice verso il velo dipinto. Lei non fece resistenza; incrociò il suo sguardo un’ultima volta e bisbigliò un piccolo, timido: «Sei sicura?»
«Sì.» Le si chiuse la gola e lo sguardo le si appannò per le lacrime, ma dentro di lei c’era una calma che non ricordava di aver mai provato. «Non ho ancora finito qui, amore mio. Devi andare.»
Non-Alice annuì. I contorni del suo corpo sfumarono, si assottigliarono, fino a svanire come una colonna di fumo spazzata dal vento. Un battito di ciglia e il paesaggio, da velo dipinto che era, tornò a essere un luogo reale, profondo, solido, fatto di legno e di roccia.
Il rombo del torrente le riempì le orecchie. Più avanti, a una ventina di passi da lei, c’era il sentiero che portava alla strada asfaltata.