Simone Giraudi
Illustrazione di Alessandro Ferrari
«Ok, tocca a me. La cosa che non vorrei mi accadesse, in futuro, è essere chiamato dall’Alfa per la Cerca.»
Gli altri cinque giovani lupi ridacchiano ma io non riesco davvero a capire il perché. I loro guaiti si accavallano, soffocando la mia assoluta sincerità.
Siamo stesi in un angolo della grande radura al centro della foresta. Terminate le ronde lungo i confini del territorio del branco o senza una battuta di caccia in programma non abbiamo molto da fare e abbiamo deciso di passare il tempo con un gioco stupido in cui immaginiamo il nostro futuro prossimo. Il terriccio inumidito dagli scrosci della primavera morente ci incrosta il pelo, gli steli d’erba s’infilano incuranti tra le setole. La luce del sole pomeridiano attraversa i minuscoli spazi nelle fronde degli alberi e si unisce alla brezza che odora, testarda, di nuove vite.
«Voi davvero siete ansiosi di iniziare la Cerca?» dico, poi faccio una capriola di lato per voltarmi verso di loro, squadrandoli a uno a uno. «Lasciare il branco e marciare fino allo stremo delle forze alla ricerca di una femmina disponibile. Sperando, allo stesso tempo, di non incappare in un territorio già occupato. Che prospettiva!»
«Non è detto che l’Alfa ti scelga. Ma la Cerca rimane un dovere e uno tra i più grandi onori per un membro del branco» abbaia impettito uno degli altri, grattandosi il muso con una zampa, il pelo di un virtuoso castano chiaro.
Che noia.
Mi sembra di ascoltare gli anziani del branco, o le femmine responsabili dell’educazione delle cucciolate. Ci avevano spiegato per tutta la nostra giovinezza che non siamo le creature più temibili della foresta: c’è chi è più rapido, chi si nasconde meglio, chi è più forte o resistente. Ma i lupi hanno il senso della comunità. Per noi è necessario aderire ad alcuni dogmi specifici e irrinunciabili, così che il branco sia l’animale più forte della foresta. Finché ogni singolo elemento difende e perpetua questi dogmi senza opporsi, avremo modo di prosperare, anche nelle più avverse delle circostanze.
«Qui abbiamo cibo, calore, protezione» riprendo a parlare cercando approvazione, senza troppa fortuna, negli occhi atoni degli altri. «Come riproduttori abbiamo un ruolo, uno scopo. O almeno potremmo averlo. Là fuori non solo non sappiamo quali pericoli ci possano essere, non sappiamo nemmeno più chi siamo.»
Silenzio. Il mio respiro agitato rimbomba nella radura.
Il lupo color nocciola a un certo punto si alza e mi si avvicina lento, schiantando la testa contro la mia spalla con un movimento fluido, quasi casuale. «Attento a quello che pensi, finirai per diventare come il Vecchio Grigio!» dice.
Con uno scatto mi volto per mordicchiarlo. L’intenzione iniziale è giocosa ma chiudo le zanne sulla sua pelliccia con una rapidità più nervosa del solito e finisco per pinzargli la pelle. Lui guaisce e fa uno scatto all’indietro, la schiena inarcata.
«Molto divertente» dico guardandolo fisso.
«Sei troppo agitato. Pensare alla Cerca ti fa questo effetto?» risponde lui, scoprendo i denti.
«No. È tutto merito tuo.»
«Sono io che ti rendo agitato?»
«Ci stai provando, di sicuro.»
«Mi hai morso. Cosa credevi di fare?»
«Morderti. Visto? Posso essere divertente anche io.»
«Sei matto.»
Gli altri giovani si sono ammutoliti, ci guardano cercando di scovare nel tremolio delle zampe o nell’andamento ondulatorio delle schiene scosse dalla respirazione accelerata un qualche sintomo dell’inizio di un vero scontro.
Rimaniamo in silenzio per un po’.
A un certo punto abbasso la schiena, la coda, lo sguardo e mi volto. «Stavo scherzando, ok? Scherzavo.» Quasi subito il lupo castano si rilassa e torna assieme agli altri. Io invece mi allontano, sdraiandomi qualche metro più avanti. A ogni passo mi chiedo se qualcuno riesca a notare quanto mi tremino le zampe per la rabbia.
Vorrei non aver reagito in quel modo solo perché ha citato il Vecchio Grigio. Pensavo di essermene liberato o comunque che lo pensassero tutti. Si trattava soltanto di una triste favoletta che gli anziani raccontavano da sempre. Uno spauracchio, uno spettro nella forma di un lupo dello stesso colore della nebbia all’alba, bandito dai territori del branco perché aveva rifiutato di partire per la Cerca.
Sbuffo, l’aria che mi esce dalla punta umida del naso fa tremare un ciuffetto d’erba. Il Vecchio Grigio è una sciocchezza: questo è quello che mi ripeto sin da piccolo. E ciò che credo sia successo in una sera d’inverno molte lune prima, un contatto tanto ravvicinato da poter quasi toccare il misterioso fantasma, nient’altro che il parto ridicolo di una mente impressionabile.
***
Il nevischio precipita molle dal cielo incolore e si raccoglie in piccoli cumuli sopra i rami intirizziti. Il processo continua sin da quando il sole ha cominciato a sparire, lasciando ogni creatura al mortifero abbraccio del gelo e dell’oscurità. Tutte tranne me, che percorro la neve compatta senza rumore, come se non esistessi o se fossimo una cosa sola.
Così come il freddo non mi rallenta, il buio non mi disturba e la fame o il sonno sono concetti sbiaditi.
Qualche notte fa mi sono chiesto se sono ancora un lupo.
Immagino di sì, fisicamente, e quando mi capita di specchiarmi in una pozzanghera riconosco quel che vedo: il muso, le zampe, la coda. Ma appena distolgo lo sguardo è come se l’idea che ho di me stesso si facesse inafferrabile.
Alzo una zampa e gratto quello che rimane del mio orecchio destro: il resto se l’è preso l’Alfa, in un qualche ricordo non ben definito. Annuso l’aria. La coltre bianca che cade sul mondo rende meno intenso qualsiasi stimolo sensoriale ma nulla potrebbe cancellare l’odore del branco. Un miscuglio di sudore, sporcizia, polvere e acqua piovana. Ci sono giorni in cui è l’unica cosa nitida nel mondo. In cui mi sembra di rincorrerne i membri da tutta la vita, senza mai riuscire ad avvicinarli davvero.
D’improvviso, mi blocco. Un guaito, lontano. Scatto in direzione di quel riverbero quasi volando sopra radici, rocce e distese di foglie che spuntano da sotto la coltre bianca. Mi fermo senza rallentare e pianto le zampe in un cumulo di neve fresca, che esplode nell’aria in una nuvola impalpabile.
Sono sopra una collinetta che sovrasta la radura al centro del territorio del branco. Guardo dall’alto l’avvallamento su cui spiccano le forme degli altri lupi. Tutti gli esemplari si sono riuniti lì, ammassati l’uno all’altro in un grosso groviglio di pelo setoso nella speranza di scaldarsi un po’.
Intravedo le forme possenti dell’Alfa e quelle più flessuose di un paio di femmine, ma anche le testoline dei cuccioli simili a batuffoli. Attorno al limitare della radura un paio di lupi maschi più anziani sonnecchiano, nella copia poco ispirata di un turno di guardia.
Non mi hanno ancora visto. Mi muovo, inizio a scivolare giù verso la matassa di corpi accoccolata al centro dell’avvallamento. Cado come fa il ghiaccio bagnato dal cielo e atterro a una decina di metri dai corpi addormentati.
Me ne accorgo soltanto dopo un po’ ma un piccolo lupo, un cucciolo del colore della cenere fredda, ha alzato la testa e mi sta guardando. Si districa dal peso della madre inarcando la schiena e facendo forza sulle zampine. Traballante e incerto, si fa avanti verso di me senza timore. Mi guarda dal basso verso l’alto, annusa il mio respiro vuoto. Il suo sguardo si concentra, con una certa enfasi atterrita, sulla parte mancante del mio orecchio destro.
Avvicino il muso fin quasi a toccargli la fronte e, per la prima volta da chissà quanto, rabbrividisco. Quel contatto accennato risuona dentro di me come perfetto, inevitabile.
«Il Vecchio Grigio!» sento berciare da una voce poco lontana.
Uno dei lupi di guardia si è svegliato e si sta mettendo in piedi. Agitato dal suo allarme anche il resto del branco comincia a muoversi.
Arretro. Devo fuggire. Lancio un ultimo sguardo al lupetto, ora sì, davvero spaventato. Poi mi volto e scompaio tra la neve e i tronchi degli alberi.
***
Tremo come un arbusto preda del vento, pianto gli artigli nel terriccio polveroso della radura, ho paura di volare via. Faccio forza sulle zampe posteriori per rimettermi in piedi e ci riesco solo dopo secondi lunghi quanto stagioni intere. Il mio corpo si tende in spasmi di dolore che cerco di convincermi a interpretare come segnali del fatto che sono ancora vivo.
Attorno a me sento alcuni degli altri lupi mormorare, tra l’incredulo e il compatito. Nessuno di loro si arrischia in grida d’incitamento, per timore del mio avversario e per rispetto di ciò che sta accadendo.
L’Alfa mi sta davanti, lontano una manciata di metri.
È una montagna di pelo nero come le sere senza luna, grosso il doppio di qualunque altro lupo, gonfio di muscoli tonici nonostante gli anni e pronto a scagliarsi contro qualunque cosa minacci il branco e le sue tradizioni. Io, in questo caso.
Quando mi ha mandato a chiamare interrompendo la mia ronda nei confini a nord per dirmi che ero stato scelto per affrontare la Cerca, la mia più grande paura si è concretizzata. Così come ho fatto durante l’ultima estate, parlando con gli altri giovani adulti del branco, non ho potuto che rispondergli in un solo modo.
La gigantesca mole nera mi si fionda addosso. Mi travolge con la velocità e la forza di un masso che frana. Finisco lontano qualche metro, contro le radici sporgenti di un vecchio albero. Sento un suono strappato: non capisco da dove provenga ma spero da fuori di me.
«Resta giù» dice l’Alfa, con voce di tuono, muovendosi con le mosse lente di chi sa di avere tutto sotto controllo.
Sono le uniche due parole che mi ha rivolto da quando è iniziato lo scontro. Sempre le stesse, senza mai modificare l’inflessione.
Respiro a fondo e con difficoltà mi rimetto in piedi.
Il combattimento prosegue per qualche altro minuto con la medesima dinamica. Lui mi atterra senza fatica, io mi rialzo sempre più sofferente. A un certo punto smetto di pensare di farlo: il mio corpo fiaccato si muove in autonomia come se quella fosse l’unica risposta sensata. Intanto l’Alfa continua a ripetermi quelle due singole parole. Dopo un po’ capisco che non riesce proprio a concepire il mio continuare a rialzarmi, il mio rifiuto ad arrendermi.
Dopo l’ennesimo urto vedo che qualcosa nel suo fissare di ghiaccio s’incrina. Per la prima volta ringhia, scopre le zanne e si fa avanti con foga, fintando di lato con la mole mostruosa e poi protendendo il collo, conficcando le zanne nel mio orecchio destro.
Il dolore esplode dentro di me. Sento la pelliccia del collo e della schiena inzupparsi. Mi getto a terra, rotolo nella speranza che il sangue smetta di straripare. Attorno a me il resto del branco ulula e guaisce.
Poi, l’Alfa parla. «La Cerca è una necessità. Rifiutarla significa rifiutare il branco. Ma se è questo che vuoi davvero, puoi rimanere nelle nostre terre fino alla fine dei tuoi giorni. Nessun lupo potrà più rivolgersi a te e se verrai visto troppo vicino verrai cacciato senza pietà. Ci sarai, ma sarà come se non esistessi. Uno spettro, uno spirito senza pace.»
Concluso l’anatema il gigantesco lupo intima a ciascun membro del branco di abbandonare la conca e ritornare ai propri compiti. Tutti trottano fuori dalla radura. Io rimango a terra in preda al dolore.
Dopo un po’ il mio respiro torna alla normalità e mi rendo conto che la ferita all’orecchio non sanguina più. Mi guardo attorno e fatico a riconoscere il territorio che mi circonda, anche se è lo stesso di sempre: la conca sembra tanto silenziosa, adesso. Non ostile ma indifferente.
Ululo con un lamento sconnesso. Cerco una risposta che non sia quella del cristallizzato vento autunnale. Non accade nulla ma dal cielo, che mi rendo conto avere lo stesso colore del mio pelo sporco e arruffato, cominciano a scendere i primi fiocchi di neve.


