Gianmarco Melone
Illustrazione di Alessandra Ciangoli
I taralli imbevuti di latte precipitavano sul fondo della tazza che stringevo tra le mani. Ne presi uno con il cucchiaio e lo portai in bocca. Il latte addolcito dalla glassa zuccherata del tarallo accese un fuoco nello stomaco che cominciò a brontolare.
Mamma prese un sorso di caffè. «Non hai fame?»
Mangiare era l’ultimo dei miei problemi. Agitai il latte col cucchiaio. «Dobbiamo proprio andare?»
Mamma sorrise e mi passò la mano fra i capelli. «Salvo ti ha raccontato altre storie su Mimì?»
Un ciuffo mi cadde sulla fronte. «No, è solo che non ho fame.» Non avrebbe mai creduto alle stregonerie diMimì Malocchio e al suo turbante che nascondeva una capigliatura di serpenti. Era inutile cercare di spiegare.
Salvo, invece, sì che era un buon amico.
In cambio delle figurine di Maradona e Careca mi aveva dato quel cornetto rosso che stringevo nella tasca del pigiama. Lo stesso talismano che aveva salvato lui e sua madre da Mimì, qualche mese prima.
Mamma prese l’ultimo sorso di caffè. «Allora vai a prepararti che siamo in ritardo, Cristina è già qui fuori.»
Cristina ci aspettava nel pianerottolo, di fronte la porta del suo appartamento. Con una mano reggeva uno specchietto e con l’altra si passava il rossetto color ciliegia sulle labbra. Quando ci vide, rimise tutto alla rinfusa dentro la borsetta e ci venne incontro. «Teresa, finalmente.»
Mamma congiunse le mani come in preghiera «Scusaci, lo so, siamo in ritardo.»
«Lo sai quanto mi è costato farti avere questo appuntamento e poi a Mimì non piace aspettare.»
Mamma l’abbracciò. «Grazie Cristì, ci hai ridato la speranza.»
Cristina annuì. «Mimì è una cara persona, fai tutto quello che ti dice e vedrai che il malocchio… puff.» Aprì le mani come a mimare un incantesimo. «Anche io e Salvo ne abbiamo avuto bisogno, il mondo è pieno di invidiosi che ti gettano scalogna per un niente.»
Mamma fece cenno di sì col capo e sbuffò.
Cristina si inginocchiò e mi afferrò la guancia tra il pollice e l’indice. Le prime striature grigie dei capelli sulla tempia sembravano fili d’argento. Il suo profumo mi faceva pensare a un bouquet di fiori appassiti. «Viene anche il tuo amico Salvo a farti compagnia, non sei contento?»
Salvo sbucò dalla porta di casa ancora prima che avessi il tempo di aprire bocca
Cristina frugò nella borsetta e tirò fuori le chiavi della sua macchina. «Forza, andiamo.»
Scendemmo per le scale del condominio senza fiatare, in sottofondo lo sfregare del tessuto sintetico dei giubbini e il rimbombo dei passi lungo le scale.
Salimmo a bordo della Fiat 600 verde oliva di Cristina. Quel relitto tutto ammaccato tirava ancora avanti. Io e Salvo ci sedemmo sui sedili posteriori, alle spalle delle nostre mamme. Eravamo separati dal sedile centrale, scucito e con l’imbottitura gialla in bella vista.
Appena la macchina partì, Salvo mi diede un buffetto sulla spalla.
«Non guardarlo mai negli occhi.»
«Chi?»
«Come chi? A Mimì. Se lo guardi per più di cinque secondi, ti trasforma in una statua di pietra.»
Un’altra fitta allo stomaco mi prese all’improvviso, il latte risalì fino alla gola.
«Chi… chi te lo ha detto?»
«Un mio compagno di classe non è venuto più a scuola e nessuno sapeva che cosa gli fosse successo. Un giorno sono andati a casa sua e hanno trovato lui e i genitori tutti grigi e immobili, come statue di pietra.»
Abbassai il finestrino per cercare di prendere un po’ d’aria. Il vetro strideva sulle guarnizioni man mano che scorreva in basso.
Mamma si voltò. «Roberto, stai bene? Hai caldo?»
Feci cenno di no con la testa e strinsi le labbra.
Mamma mi ispezionò da capo a piedi aggrottando le sopracciglia. «Sicuro che ti senti bene?»
Immaginai me e mamma diventare di pietra, due statue disperse chissà dove, trofeo dei piccioni e ricoperti di guano. «Mamma, quando arriviamo da Mimì posso aspettare fuori con Cristina e Salvo?»
Cristina cambiò marcia e la macchina saltellò. «Terè è meglio se la criatura viene co’ te, metti che il malocchio ce l’ha pure lui, poi non ci risolvi niente.»
Mamma annuì e mi accarezzò il viso. «Facciamo veloce, va bene?» Feci cenno di sì col capo, era inutile protestare.
Arrivammo in un paesino sperduto sulla cima di un piccolo colle, dove le case spuntavano come funghi, attaccate l’una all’altra. Cristina fermò l’auto di fronte a un negozio con una vetrina colma di crepe e un murale con una N bianca su sfondo azzurro. Sotto il murale, la firma “Fedayn Napoli”.
Un broccato blu nascondeva l’interno del negozio dalla luce del sole.
Per quanto inquietante potesse essere quel vecchio negozio, quella N mi diede un po’ di coraggio quando ripensai alle giocate di Maradona, Careca, alle parate di Giuliani.
Scesi dalla macchina, un’aria intrisa di varechina mi bruciò le narici. Cristina, con le sue unghie sottili e affilate indicò il negozio. «Là dentro Terè.»
Mamma dovette tirarmi per costringermi a compiere qualche passo. Sentivo le gambe diventare pesanti e bloccarsi, come se gli incantesimi di Mimì stessero già facendo effetto.
Cristina ci sorrise, Salvo mi guardò e fece rapido il segno della Croce.
Aprimmo la porta e attraversammo il broccato carico di polvere. Davanti a noi si aprì la vista di uno studio che sembrava quello di un medico. C’erano anziani, una coppia mano nella mano, genitori con i loro bambini, tutti in attesa.
Da una scrivania, posta dietro uno sportello vetrato, una donna fece cenno col dito di avvicinarci. Aveva i capelli platinati, la base della ricrescita castana. Gli occhi azzurri completavano quel quadro glaciale. «Signora, ha un appuntamento?»
Mamma mi strinse a sé. «Sì.»
La donna annuì. «Come si chiama?»
«L’appuntamento è stato prenotato a nome di una mia amica. Cristina Pagliari.»
La donna fece scivolare l’unghia rossa e affilata sulla pagina di un’agenda zeppa di note e fogli volanti. «Sì, io vedo signora.» Poi staccò il dito dall’agenda e lo puntò verso mamma. «Lei ha bisogno di allontanare malocchio.»
Mamma esitò un momento, si guardò intorno e poi tornò con lo sguardo a quella donna. «Ehm, sì.»
La donna prese una penna e scrisse una nota. Ci sorrise e con la mano indicò le sedute. «Accomodatevi e aspettate il vostro turno.»
Ci sedemmo sulle prime poltroncine di stoffa rossa che incontrammo.
Ripetevo come un rosario i nomi dei calciatori del Napoli.
Maradona, Careca, Alemao, Giuliani. Maradona, Careca, Alemao, Giuliani.
Il clic di una serratura e la rotazione del pomello della porta di fianco allo sportello di ricevimento, mi fecero tornare alla realtà.
Una signora anziana uscì insieme a un uomo che portava un turbante blu da indiano, sotto di esso spiccavano un naso aquilino e un grosso neo sulla punta.
Eccolo, Mimì Malocchio.
Indossava una tunica blu, lunga fino alle ginocchia. Sotto la stoffa spuntavano un paio di jeans a coprire due gambe esili e, ai piedi, mocassini in pelle sporchi di terriccio sul tacco.
La signora indugiava di fronte a Mimì. «Quindi posso stare tranquilla?»
Mimì sorrise e le poggiò le mani sulle spalle. «Signò statt’ tranquilla, puoi camminare serena.» La signora si voltò e con passo stentato andò dalla donna dietro lo sportello vetrato. Tirò fuori delle banconote. Mimì diede uno sguardo ai soldi e poi alla sua segretaria, che indicò noi.
Mamma scattò in piedi e trascinò anche me giù dalla sedia.
Mimì ci condusse in una stanza che odorava di tabacco e sudore. Una lampadina penzolava dal tetto. Una scrivania intaccata da incisioni su tutta la superficie occupava il centro della stanza. Sembrava una cattedra di scuola. Dietro, una finestrella faceva entrare un filo di luce.
Mimì indicò due sedie impagliate di fronte la cattedra. «Accomodatevi.» Si aggiustò il turbante e guardò mamma. «Voi, signora, avete qualche problema di malocchio eh?»
Mamma fece cenno di sì col capo. «Vede, mio marito, ex marito –» Mimì aprì la mano e la interruppe. «Signora, lasciate parlare le carte.» Prese un mazzo di carte da un tiretto della cattedra, lo mischiò e tirò fuori la prima carta.
Un uomo appeso a testa all’ingiù.
Mimì guardò mamma.
Il mio cuore batteva forte, impazzito.
Tirò fuori la seconda carta e guardò ancora mamma.
Maradona, Careca, Giuliani, Alemao. Ripetevo il mantra per scongiurare le paure.
Tirò fuori la terza carta e questa volta guardò me. Strinsi forte la mano di mamma mentre quegli occhi piccoli e scuri mi gelavano il sangue.
Mamma mi accarezzò la guancia. «Roberto che hai? Sta tranquillo.» Si voltò verso Mimì e sorrise. «Scusi signor Mimì, se vuole la verità, mio figlio ha un po’ paura di lei.»
Mimì si aggiustò il turbante. «La criaturasta apposto, può andare.» Si aggiustò di nuovo il turbante che non ne voleva sapere di restare fermo.
Forse i serpenti che nascondeva sotto quel copricapo si stavano agitando. Rabbrividii.
Mamma mi abbracciò. Il suo calore mi restituì un po’ di tranquillità. «Quindi mio figlio il malocchio non ce l’ha?»
Mimì prese un pendolo e lo fece oscillare sopra le carte. «Non c’è nessun influsso negativo su di lui, però sento qualcosa su di lei, qualche invidia, qualche persona gelosa?»
Mamma fece cenno di sì col capo.
Mimì annuì ad occhi chiusi. «Ne ero certo, lo sentivo. Suo figlionon ha niente, non ci serve che sta qua con noi.» Riaprì gli occhi e guardò verso la porta da dove eravamo entrati. «Annuska!» Nessuno rispose. «Ohei, Annuska! Ci senti?»
La donna dai capelli platinati si affacciò alla porta.
Mimì allargò le braccia. «Finalmente! Porta una caramella alla criaturae fallo accomodare nello stanzino di fianco mentre finisco con la signora.»
Annuska tornò con una caramella dall’incarto rosa, mi prese per mano e mi portò nello stanzino adiacente.
Una luce fioca entrava da una finestra oscurata da cianfrusaglie tutte accatastate in pila.
Sentii il crepitio dell’incarto della caramella e subito dopo la mano fredda di Annuska con le sue unghie affilate spingermi il dolcetto in bocca. «Tieni pilentse, mangia caramella e aspetta mamma.» Chiuse la porta e scomparve.
Rimasi solo.
Ricordai che Salvo mi aveva raccontato di una famiglia di Scampia che Mimì fece sparire. Forse voleva far scomparire anche me e mia mamma.
Il respiro divenne corto. La saliva sciolse la confettura di cioccolato della caramella che avevo in bocca. Un calore liquido mi bruciò la bocca, scese in gola e cadde nello stomaco come una goccia infuocata. Nella penombra, mi sembrava di vedere la faccia di Mimì dappertutto. Masticai quella che sembrava la buccia di un frutto contenuta dentro la caramella e di nuovo la bocca andò in fiamme.
Il cuore batteva all’impazzata, la bocca e lo stomaco non smettevano di bruciare.
Esplosi in un grido. «Aiuto! Aiuto! Vogliono farci sparire! Mamma, aiuto! Andiamocene, non fa niente se papà non torna più a casa!»
Ebbi un conato che risalì dalla punta dello stomaco e vomitai. Il bruciore si spense per lasciare spazio all’acidità. Respiravo a grandi boccate per immagazzinare quanto più ossigeno possibile.
La maniglia della porta si abbassò.
Mamma, Mimì e Annuska erano fermi sul ciglio della porta.
«Mamma, brucia, la caramella brucia! È un incantesimo.»
Mimì si voltò verso Annuska. «Ma che caramella gli hai dato?»
Annuska tirò fuori dalla tasca l’incarto della caramella. C’era scritto “Mon Chéri”.
Mimì congiunse le mani come se stesse recitando una preghiera. «La caramella co ‘u liquoregli hai dato?»
Mamma mi prese per mano e, senza ascoltare Mimì e Annuska che cercavano di trattenerla, uscimmo da quel posto.
Salvo e Cristina ci aspettavano fuori.
Saliti in macchina e messo in moto, mamma le raccontò tutto. Dopo aver sentito la storia, Salvo mi diede di nuovo un buffetto sulla spalla. «Il cornetto che ti ho dato, ce l’hai?» Tastai i jeans. Era lì, in tasca. Me n’ero dimenticato.
Salvo sorrise. «Te l’avevo detto che ti avrebbe salvato.»


