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La collina

LA COLLINA copertina

Alessio Orsolini

Illustrazione di Emilia Giungato


L’orologio a forma di Pikachu segna le 18:20. Fede è in ritardo di nuovo, ma non posso biasimarla: abita dall’altra parte della città, e col caldo torrido di questo agosto è impossibile uscire di casa prima delle 18. Ne approfitto per controllare che nello zaino ci sia tutto: due borracce d’acqua, un paio di merendine, un panino al prosciutto, un quaderno, una confezione di pastelli, una coperta leggera di pile e un pigiama col logo di Disneyland. Guardo fuori dalla finestra e vedo una bici verde scendere dalla collina: sopra di essa una ragazzina si scosta i lunghi capelli rossicci dagli occhi, mantenendo con difficoltà l’equilibrio. In un attimo sono fuori di casa, bici alla mano. Fede frena bruscamente davanti a me, lasciando una sgommata nera sull’asfalto chiaro del marciapiede. Il suo manubrio per poco non mi prende in piena pancia.
«Allora, che hai detto a tua madre?» mi chiede.
«Che sarei stato a cena da te. E tu?»
«Ottimo, io le ho detto che avrei cenato da te!» Scoppiamo a ridere. Salto in sella e insieme ci dirigiamo velocemente verso casa di Leo, l’ultima della città.
Lo vediamo fissarci dalla finestra: in un attimo è giù. Esce dal cancello di casa in sella alla sua bicicletta arrugginita ereditata da un cugino ventenne, con un orribile zaino marrone sulle spalle pieno di spille e portachiavi dei Digimon.
Nonostante abbia due anni in meno di noi, Leo è un ragazzino sveglio e divertente, buffo nella sua camminata a gambe larghe e sedere all’insù. Spesso io e Fede gli parliamo delle scuole medie come se fossero un totale inferno, e per ogni nostro racconto fa sempre delle smorfie spropositate che ci fanno ridere. In fondo penso sappia benissimo che cerchiamo solamente di spaventarlo, e che saremo felicissimi di averlo nella nostra noiosissima scuola a partire dal prossimo mese.
Leo carica lo zaino sul cestino della sua bicicletta e monta in sella, facendoci segno di seguirlo. In un paio di pedalate ci ritroviamo tra prati sterminati. 

La luce giallastra del tramonto inizia a travolgere il paesaggio intorno a noi, ma il caldo è ancora asfissiante. Parliamo poco durante la pedalata, siamo ansiosi di vedere il “rifugio”: ci abbiamo lavorato tutta l’estate, e adesso è finalmente finito. Non è un granché, ma lo sapevamo già quando abbiamo iniziato a costruirlo. Qualche mese fa abbiamo trovato ai piedi di una collina una piccola discarica piena di mobili, elettrodomestici e strani utensili di cui non so neanche il nome. Dall’altra parte di quella collina il terreno era sondato con dei profondi solchi naturali simili a piccoli burroni, che scendevano per il versante. Abbiamo deciso dunque di incastrare una grossa lastra di alluminio all’apice di uno dei solchi, creando una sorta di tettoia per ripararci. Con enorme fatica abbiamo poi trasportato alcune sedie di legno e dei comodini da un versante all’altro, completando un salotto quasi perfetto. Una vecchia poltrona gialla, un abat-jour di ceramica e una sdraio arrugginita e sfibrata rendevano l’atmosfera più gradevole. Usavamo i comodini come ripiano per disegnare, e quando volevamo guardare il tramonto li trascinavamo appena fuori dall’ombra della tettoia, in modo da sedersi comodi e godersi il sole scendere oltre le colline alberate.
Per tutta l’estate, quel tramonto ha significato lo scoccare dell’ora del ritorno a casa. Ma non oggi. Ieri abbiamo disposto gli ultimi ritocchi e persino pulito comodini e sedie con delle salviettine umidificate di Fede: ci siamo promessi che saremmo rimasti al rifugio fino a mezzanotte, ora che era completo. Vogliamo goderci quel luogo per le ultime settimane che ci rimangono prima dell’inizio della scuola.

La strada comincia a restringersi pedalata dopo pedalata: prima si perdono le linee tratteggiate, poi l’asfalto. Una nuvola di terra grigia si solleva dalle ruote della mia bicicletta appena toccano il pietrisco. Presto siamo fuori dalla strada sterrata e ci immettiamo in un sentiero erboso. Aggiriamo il versante con la piccola discarica, che da qualche settimana sembra ormai priva di nuovi oggetti per riempire il nostro rifugio. All’orizzonte, sulla collina di fronte, spunta una torre medievale per metà crollata, dove Leo, Fede e io programmiamo di fare alcune gite, magari quando sarà più fresco.
La visione di quella torre segna l’inconfutabile certezza che abbiamo aggirato abbastanza il versante della collina, e ora possiamo scendere verso i solchi. Lasciamo le bici senza cavalletto appoggiate a un paio di tronchi secchi e ci addentriamo tra i cespugli che dividono le profonde scanalature del terreno. Una decina di passi ed ecco che la tettoia comincia a spuntare tra l’arida vegetazione. Si trova all’inizio di un solco, coperta dai cespugli, e sembra un rifiuto come tanti anche all’occhio più attento. Poggiamo i piedi sulla lastra di alluminio e saltiamo giù tutti insieme, verso l’ombra fangosa della tettoia. Ci giriamo e osserviamo il disastro in cui versa il nostro rifugio.

Le sedie di legno sono accatastate nell’angolo più buio sotto l’ombra della tettoia, e alcune gambe sono spezzate: una di esse ha trafitto in pieno l’abat-jour, che ora è per metà ricoperto da fanghiglia mentre naviga nei suoi stessi cocci. Entrambi i comodini sono capovolti, e un paio di cassetti si trovano a terra lontano da loro, mentre la poltrona e la sdraio sembrano esser state scambiate per un tiragraffi dall’intera colonia di gatti del paese. Fasci di erba secca sono tutt’intorno ai comodini, e noto che alcuni sono incastrati persino nelle incisioni sullo schienale della poltrona.
Fede dà un deciso spintone a Leo: «Sei stato tu? A chi hai detto del rifugio?» grida.
«Sei pazza? Siete i miei migliori amici!» risponde lui, tenendosi a distanza dalle forti braccia di Fede. Mi metto in mezzo a loro tenendo una mano ferma sul petto di Fede: «Fermati, cavolo. Non può averlo fatto lui.»
«Ah no? E quindi chi?» ribatte lei, togliendosi con rabbia la mia mano dal petto.
«Non lo so chi, devono averci seguito.»
Leo sbuffa, mettendosi a sedere su un comodino: «E chi mai ci seguirebbe fino a qui? Guarda dove siamo… il rifugio è introvabile.»
Ci guardiamo negli occhi per qualche secondo, poi Fede posa lo zaino per terra e inizia a raccogliere i cocci dell’abat-jour; Leo prende la poltrona dallo schienale e la solleva, trascinandola nell’angolo più protetto e ombroso del rifugio, come a voler preservare il suo spazio preferito.
Mi dirigo verso i cassetti del comodino e li accatasto l’uno sopra l’altro, poi sollevo il mobile, ormai leggerissimo, facendolo poggiare sui suoi piedini logori. Sul fondo del comodino noto un foglio di carta grigia, quasi in tinta col fondo del mobile, leggermente sgualcito. Lo raccolgo, lo giro, e vedo un disegno che sembra raffigurare una torre in cima a una collina.
«Ma è possibile che…» dico sottovoce, senza accorgermene. Fede si avvicina e in maniera decisa mi strappa il foglio dalle mani: «È uno scherzo?» esclama. Leo viene di corsa e osserva il disegno, rimanendo a bocca aperta. Fede lo poggia sul comodino al centro tra noi tre.

Il disegno sembra esser stato fatto con una matita a carboncino, la stessa che la professoressa di arte ci fa usare per ricreare il chiaroscuro dei dipinti di Giotto. La collina è molto basilare, una semplice linea curva senza alcuna ombreggiatura o rilievo. Ma la torre che si erge sopra di essa… quella torre è perfetta: seppur rappresentata in lontananza si nota con estrema precisione il rigonfiamento di ogni mattone che la compone e di ogni scanalatura che li divide; la parte sinistra, inoltre, è crollata e alcune macerie sono raffigurate da quel lato.
Osserviamo il disegno per pochi secondi, ci lanciamo un’occhiata allibita, e corriamo fuori dall’ombra del rifugio per osservare la torre della collina di fronte. Non abbiamo dubbi: è la stessa identica torre. Fede con un poderoso balzo è fuori dal solco e strizza gli occhi per mettere a fuoco.
«Qualcuno è lì. Davanti la torre.»
«Sei seria?» chiede flebilmente Leo.
«Ci sta fissando.»
Io e Leo facciamo capolino dal solco, mettendo le nostre teste al lato dei piedi di Fede. La torre appare subito nitida col cielo azzurro alle sue spalle, nonostante su di essa rifletta la luce giallastra tipica delle sette del pomeriggio. Alla base della torre sembra esserci una figura esile, ferma e immobile, di un grigio non molto distinguibile da quello alle sue spalle: in mezzo all’erba secca della collina si confonde mimeticamente.
«Lo vedete, vero?» chiede intimorito Leo.
Né Fede né io abbiamo la forza di rispondergli. Rimaniamo immobili a cercare di mettere a fuoco quella curiosa forma.

Dopo pochi secondi, la sagoma ai piedi della torre pare compiere una leggera rotazione su se stessa. Ora distinguo chiaramente le spalle, che puntano esattamente nella nostra direzione. In testa sembra avere un cappello da investigatore, come quello dell’ispettore Gadget; le mani sono infilate nelle tasche di una lunga giacca scura che termina poco sopra le ginocchia, e le gambe tendono appena verso l’interno, facendo sembrare il corpo di quella figura appoggiato su una molletta da bucato.
Leo fa un paio di passi indietro ed esclama: «Ci sta guardando! Lo vedete? Ci sta guardando!»
Fede, che è rimasta in piedi all’estremità del solco, si accovaccia davanti a noi e fa cenno di fare silenzio. In quell’esatto momento la figura si inclina leggermente in avanti e scatta verso di noi.
Fede rimane impassibile nella sua postura (e immagino anche nello sguardo), portandomi coraggio. Voglio vedere meglio quella creatura, così mi aggrappo a un fascio d’erba di fronte a me e mi isso sull’apice del solco, accanto a Fede. La vista di quell’essere mi terrorizza immediatamente. La sua sagoma procede speditamente verso la nostra collina ma non sembra correre: le sue gambe non si muovono, facendomi intendere che gli basta restare inclinato in avanti per acquisire velocità. Le mani sono ben incastrate nelle tasche del giubbotto, e le spalle non oscillano quando si sposta.
«Che diavolo è?» chiedo sottovoce a Fede, che non risponde. Mi giro verso di lei e noto il suo viso completamente pallido e terrorizzato.
«Non sta correndo. Non muove le gambe, né il corpo… si sta traslando fino a qui» mi dice.
«E come farebbe a traslarsi fino a qui?»
«Lo vedi che non ha nemmeno i piedi? Non sta toccando il suolo.»
Trovo il coraggio di girarmi di nuovo verso la figura. Le gambe sembrano finirgli a punta, incrociandosi poco prima del terreno, ma Fede ha ragione: non sta toccando il suolo. Le erbacce che vengono sfilate dall’individuo tremano sospinte dal vento, e cambiano colore dal marrone al grigio, come se fossero bruciate istantaneamente al suo passaggio. Fede ha un sussulto, e capisco che vede ciò che vedo io.  La figura si avvicina a grande velocità verso i piedi della nostra collina.

Un tonfo sordo dietro di noi cattura la nostra attenzione: Leo, arretrando, è inciampato sulla sdraio.
«Andiamo via, che cavolo!» ci grida.
Io e Fede saltiamo giù nel solco per aiutarlo a rialzarsi, poi ci lanciamo un’occhiata. Lei è ancora abbastanza pallida, ma senza dirmi nulla si gira di nuovo verso quella strana figura, che senza perdere velocità comincia a risalire per la collina dove ci troviamo. La vedo avvicinarsi e diventare più grossa. Il volto è completamente coperto dall’ombra della visiera del cappello.
Mi sento tirare improvvisamente il braccio. Leo mi tira con entrambe le mani e mi dice sottovoce che vuole andarsene. Lo guardo in volto, ha gli occhi gonfi, pieni di lacrime. Si sta trattenendo a fatica dal piangere a dirotto dalla paura, ma credo tema di più il fatto che Fede possa zittirlo di nuovo. Per quanto io stia dalla sua parte e voglia andarmene, il mio corpo rimane immobile. Non ho il coraggio di muovere nient’altro che la testa, e non voglio far sparire quella strana creatura dal mio campo visivo. Dopo un minuto di silenzio, la stretta di Leo attorno al mio braccio si è fatta vigorosa e lo avverto tremare.
«È troppo vicina… troppo!» esclama Fede. Fa un paio di passi indietro verso il rifugio, e con una mano afferra lo zainetto di Leo, come per tirarlo a sé.

La sagoma si ferma d’improvviso a poche decine di metri da noi. La sua inclinazione si stabilizza e rimane immobile per qualche secondo. Nonostante la vicinanza, non riesco a distinguere il volto, ma è decisamente alta e con le spalle molto larghe. La cosa che più mi terrorizza è il suo fluttuare a una decina di centimetri da terra: riesco a notare distintamente le sue gambe intrecciarsi in una spirale dall’altezza del ginocchio in giù.
L’individuo estrae una mano dalla tasca e la punta verso di noi. Le dita sono corte ed esili, e non penso di notare alcun palmo: sono attaccate direttamente all’interno della manica del giubbotto. Una folata di vento improvvisa mi fa volare del fogliame in faccia. L’aria intorno a me inizia ad alzarsi dal basso, sollevando terriccio ed erba secca tutt’intorno. Il vento si fa sempre più forte e l’estremità della mia maglia comincia a sollevarsi lentamente verso il petto.
La figura continua a tenere le dita puntate verso di noi mentre fluttua inspiegabilmente.
«Andiamocene, adesso!» grida Fede, tirando per lo zaino Leo.
Mi giro ancora verso l’individuo, che non sembra sentire nulla di quel vento improvviso: la sua giacca non si muove nemmeno. L’aria si fa fredda intorno a me e il vento prende a soffiare molto più forte, quasi spingendomi all’indietro. Mi volto e osservo con orrore Fede e Leo che si trovano già qualche metro dietro di me.
«Scappiamo!» gli grido.
Fede raccoglie il suo zaino da terra e tira il braccio di Leo, issandolo verso l’estremità del solco. Io li seguo con un balzo, aiutato dall’incredibile forza del vento che quasi mi aiuta a saltare più in alto. Mi giro un’ultima volta verso il rifugio: la tettoia sta tremando ed è sul punto di volar via, mentre i comodini si sono spostati di mezzo metro, lasciando dei profondi solchi sulla fanghiglia. Guardo la figura: è rimasta immobile nella bufera, con quelle orride dita puntate verso il rifugio.
Mi giro nuovamente verso Fede e Leo e mi affretto a raggiungerli. Abbiamo già aggirato per metà il versante della collina e il vento non accenna a placarsi. È difficile correre guardando dove si mettono i piedi, dato che la terra e il fogliame alzati dal vento finiscono dritti negli occhi, costringendoci a tenerli socchiusi durante la corsa. Arriviamo miracolosamente alle bici senza cadere su nessun cespuglio secco, e pedaliamo spediti verso casa, senza voltarci indietro. Mia madre apre la porta di casa e osserva le nostre bici sparpagliate per il giardino.
«Il fratellino di Fede ha vomitato mentre cenavamo. Siamo venuti qui a dormire, possiamo?» le dico.
«Ma certo che potete. Cavolo, Fede, mi dispiace per tuo fratello.»
«Ah… beh… starà bene» risponde lei con un po’ di esitazione. «Non… non credo avesse la febbre. Domattina starà meglio.»
«Capisco. Va bene. Andate pure a divertirvi, io mi stavo già mettendo a dormire. Non fate troppo rumore, e aspettatemi per fare colazione domattina!»
Entriamo in casa e le diamo la buonanotte. Una volta in camera mia, posiamo gli zaini sotto la scrivania e prendo un paio di cuscini dall’armadio. Nessuno di noi ha voglia di tirare fuori i panini dagli zaini, né di mettersi il pigiama. Dopo una rapida sosta in bagno ci stendiamo sulla moquette a dormire. Giro per ore e ore la testa sul cuscino prima di addormentarmi.
Non so cosa sia successo esattamente quel giorno, ma l’unica cosa di cui sono convinto è che mai più abbiamo parlato del rifugio dietro la collina.