Lucia Cherubini
Illustrazione di Francesca Bruni (Exx Voto)
«Belleperenovanta.»
«Non è possibile. Rileggi.»
«Bellepérenovanta» ripeté il Bilossi, calcando l’accento sulla “e” per far capire che proprio di pere si trattava. Il capannello di uomini era variegato per censo ed età, ma tutti condividevano un matrimonio insoddisfacente o un divorzio rovinoso, oltre a una passione non comune per la polemica in tutte le sue forme. A catalizzare i loro sguardi era il tabellone degli iscritti all’annuale gara di pesca delle Chianacce, che ogni anno attirava i più agguerriti possessori di lenza di tutta la zona, alcuni indicati per nome e cognome, altri per soprannome o con nomi di battaglia che variavano da Sandokan a Pastura Killer.
«Sarà un altro di quei cittini che pigliano ancora la poccia dalla mamma.» Motosega sparò uno scracchio al suolo con discreta potenza di fuoco. «Vengono alle gare con le esche americane comprate su internet e pescano tutto loro. Io gliel’ho detto a quell’imbecille di giudice la volta scorsa: Se mi si ripresenta un altro cittino co’ l’esca magica…»
«Ritonfa con la storia dell’esca magica. Ma se non ha nemmeno vinto, è solo arrivato prima di te!» il Bilossi guardò Pellico, che alzò gli occhi al cielo. Il Motosega, discendente da generazioni di pescatori, si presentava ogni anno alla gara sperando di portare a casa un trofeo uguale a quelli che il nonno e il padre avevano conquistato per anni, e che adesso minacciavano ogni giorno di cadergli in testa dalla mensola del salotto. Finora però non aveva avuto fortuna, e oltre a essere stato denunciato un paio di volte per violenza privata aveva sviluppato negli anni tutta una serie di teorie che spiegavano la superiorità dei suoi avversari, esclusa una propria incapacità nel maneggiare amo e lenza. «Vedi di sta’ tranquillo piuttosto, che se oggi c’è la solita giuria ti buttano fuori appena fai “Ah”. Anzi, sei fortunato che non so’ giudici veri, sennò con quello che hai combinato l’anno scorso ti mettevano in galera» lo rimbrottò Pellico.
Il Bilossi lesse di nuovo il nomignolo associato alla posizione numero dodici e scosse il capo. Il dilemma di Bellepere90 lo tormentava dalla sera prima, quando il Negro, che si era guadagnato il proprio soprannome per qualità diverse dal fototipo, aveva postato sul gruppo Whatsapp di zona la foto del tabellone, commentando: “Ma il numero 12???” accendendo la curiosità di tutti i partecipanti. Pellico scovò un Bellepere iscritto a una gara nel Cuneese nel 2017 e disse che avrebbe sentito un suo amico di Arbarola, che a volte puliva i cessi all’Arcicaccia, per vedere se lui ne sapeva qualcosa. Il Bilossi, più incline alla contemplazione, rimase per sei ore in poltrona col cellulare sul pancione e il Tavernello accanto senza proferire verbo, salvo abbaiare alla Cesarina quando gli passò davanti per spazzare. “Se ne parla domattina” aveva digitato infine, a cartone vuotato.
«A me mi sembra un nome da finocchi» argomentò Pellico che era solito sedare così ogni discussione, tanto che parecchi membri più giovani avevano abbandonato il gruppo Whatsapp: c’è chi dice perché urtati dal continuo utilizzo dell’epiteto, Pellico dice in quanto finocchi «Belle pere. Oh questa?!» esclamò.
«Semmai sarà qualche segaiolo che non pensa ad altro» il Bilossi sguinzagliò gli occhi preoccupati lungo il campo mentre la combriccola dei pescatori si dirigeva al bar dall’altra parte della strada, dove una sambuca con la mosca avrebbe schiarito a tutti le idee. «O qualche simpaticone che siccome l’ha fatta sporca l’anno scorso ha cambiato soprannome per non farsi buttare fuori» ipotizzò.
«Ci sta» ammise il Negro, che assunse un tono da cospiratore: «Potrebbe essere anche uno parecchio forte. Te lo ricordi il napoletano con cui t’eri appiccicato due anni fa?» Il Bilossi annuì con aria grave: «Se è lui, di certo non gli basta il nome per nascondersi. La faccia me la ricordo bene, e appena lo vedo gliela spacco senza aspetta’ il via.»
«Io invece so’ convinto che sia quel moccioso dell’anno scorso, quel Cancelloni. Quello che…»
«Oh: bella figliola a ore dodici» il conciliabolo si voltò come un solo pescatore della domenica, sia per evitare la centesima ripetizione della storia dell’esca magica, sia per constatare le qualità della fanciulla che esibiva in effetti un’attrezzatura degna di nota.
«Oh, ma per quelle bombe ci vòle l’arsenale!» esclamò Pellico ridendo come un adolescente mentre il Negro s’era già alzato, previa sistematina al cavallo dei calzoni, per offrire un caffè, che la sconosciuta declinò con gentilezza.
«Almeno io ci posso prova’» mugugnò tornando al tavolo, dove gli altri ghignavano. «Voi al massimo le potete offri’ un contratto come badante a giornata.»
Motosega richiamò l’attenzione con uno scracchio terra-aria: se per due pocce si perdeva la concentrazione, allora tanto valeva ritirarsi dalla competizione e festa finita. Pensassero piuttosto a finire il secondo giro, ché il tempo passava e ancora non c’avevano capito un cazzo.
Nel giro di una mezz’ora il campo venne ripulito dagli addetti, che sistemarono le gabbie con dentro le prede e le tifoserie si schierarono, mentre i venticinque concorrenti si sistemavano ciascuno nel rispettivo settore. Di solito quello era il momento dedicato agli ultimi ritocchi all’attrezzatura e agli affronti antisportivi, così la voce del presidente, che leggeva in sequenza il nome di ciascun partecipante abbinato al suo numero, si perdeva nel caos di bestemmie e fischi con cui i pescatori si auguravano buona fortuna a vicenda. Quel giorno, invece, regnava un’atmosfera da Olimpiadi e l’occupante della postazione numero 12, forse consapevole che tutti gli occhi erano puntati nella sua direzione, si riparava dietro un berretto a visiera e un giaccone pieno di tasche col bavero alzato. Il presidente si schiarì la gola nel silenzio irreale.
«Postazione numero uno: Oscar Susi detto Bindello. Postazione numero due: Marco Boni. Postazione numero tre: Fabrizio Cureddu detto Straziapecore.» Pellico non riuscì a trattenere un gargarismo rabbioso all’indirizzo dello storico rivale. «Postazione numero…»
«Si vole sape’ del dodici!» ululò uno in fondo al campo. «Se c’ha le palle che le tirasse fuori!»
«Signori» il presidente gracchiò nel megafono, riconoscendo finalmente i pescatori ai quali era abituato. «Chi non vuol essere espulso è pregato di stare zitto.» Ma ormai i partecipanti scalpitavano, dandosi gomitate e lanciando occhiate furtive al numero dodici, che rimaneva fermo col cappello calato come un Jean Valjean di provincia «Postazione numero otto, Giovanni Maria Del Ciondolo detto Pastura Killer… Postazione numero dodici, Laura Cancelloni detta Belleperenovanta.»
Lo shock fu tale che il fermento cessò immediatamente, lasciando spazio a un’unica voce che gridava “Ma non è mica regolare!”, immediatamente spenta dal richiamo di uno dei giudici e dall’annuncio che la gara era aperta. A quel punto ci fu spazio solo per esche, piombini, galleggianti e piume, anzi pareva che i pescatori non osassero guardare direttamente Belleperenovanta che, probabilmente convinta che il peggio fosse passato, si era nel frattempo liberata del gilet e mostrava la prosperosa origine del proprio soprannome.
«È la stessa del bar» disse tra i denti il Negro, il più vicino dei quattro alla sua postazione. «Quella stronza che non ha voluto il caffè. Tanto, per riconoscerla, non c’era mica bisogno di vederla in faccia.» L’informazione ci mise qualche minuto ad arrivare di pescatore in pescatore fino al Motosega, che però aveva tutta un’altra teoria.
«Ma ti rendi conto» balbettava, pallido, «pur di non fàssi mette le mani addosso da me. Che ho fatto?» e tormentava le esche nella manona. «S’è fatto anche le pocce. Oggigiorno veramente non c’è più religione.» E non si dava pace, convinto che “il cittino con l’esca magica” si fosse in effetti reiscritto alla gara non soltanto sotto falso nome, ma anche dopo essersi sottoposto a una mastoplastica additiva nonché a una transizione di genere pur di sfuggire alle botte che lui gli aveva promesso l’anno prima (dimostrando, tra l’altro, una dedizione alla gara delle Chianacce veramente fuori dal comune).
«Ma dai saranno parenti, anzi, non è nemmeno detto. Io di Cancelloni ne conosco quattro o cinque famiglie che…»
«Ti dico che è così» scracchio e a capo. «È lui. Lei. Diobono, è la stessa persona.»
Intanto il tempo passava e i pescatori pescavano. Bellepere, schivata come la peste dai suoi avversari, lanciava con precisione amo dopo amo nello stesso punto, ogni volta ritirandolo carico di una preda che slamava poi con cura. Dopo un’ora e mezza il risultato era chiaro: Laura Cancelloni detta Belleperenovanta si aggiudicava il primo premio alla gara di pesca delle Chianacce con buona pace di tutti i presenti, i quali mugugnavano che una donna a una gara di pesca non s’era mai vista e che se questo era l’andazzo forse i quagliodromi erano veramente l’unico spazio sicuro rimasto. Il Bilossi, il Negro e Pellico ciondolarono depressi verso il bar per brindare alla sconfitta, cosa che si ripeteva ogni anno, ma questa volta con un po’ d’amarezza in più. Il Motosega invece non si vedeva da quando avevano annunciato il podio: era sparito rosso in faccia e con l’aria di voler menare qualcuno senza sapere chi. Nessuno ci fece troppo caso, almeno finché non iniziò a mancare a tutti gli appuntamenti della stagione e gli altri pescatori si dissero che probabilmente per sbollirla gli ci sarebbe voluto l’inverno.
All’apertura della gara delle Chianacce, l’anno successivo, lo trovarono in piedi come sempre davanti al tabellone con un ghigno feroce, una canna nuova e una quarta di reggiseno che esibiva come un’arma letale.
«Oh» rispose agli sguardi dei tre compari, che spaziavano dal dubbio al terrore «l’esche americane un m’è riuscito di trovalle.»


