Giada Floris
Illustrazione di Balena Kunst
«Beni, fiza mea.»
Tzia Peppina, senza aspettare, sparì oltre l’uscio e attraversò il lungo corridoio buio che collegava l’ingresso alla grande e unica stanza della casa. In pochi passi, immersa nelle tenebre dell’andito, non si vedeva più. Lina si incamminò trafelata dietro alla vecchia, cercando di recuperare il suo incedere lento. Aveva paura, e procedeva con le mani davanti agli occhi, con una piccola fessura tra medio e anulare, per poter spiare i movimenti della donna. Scoprì il viso solo quando i passi di lei si furono fermati, poi si guardò attorno: la stanza era quasi del tutto spoglia, tranne per un lungo tavolo in legno massiccio, al cui centro troneggiava un canestro in sughero, colmo di melograni e fichi. Le piccole finestre erano opache e sembravano quelle di un carcere, con spesse sbarre in ferro e vetri ingrigiti dal tempo. Le pareti grezze, come quelle di una casa incompleta, svelavano sgraffi di intonaco che strabordavano dalla calce asciutta. Il camino spento, pieno di cenere, non veniva pulito almeno dall’inverno passato. Tzia Peppina, senza nessuna cerimoniosità, aveva superato il traliccio casalingo dal quale pendevano i pomodori, lasciati ad essiccare per tutta l’estate, per raggiungere un piccolo armadietto, dal quale aveva tratto un barattolo di sale grosso, un’oliera e un bicchiere di vetro, che aveva riempito d’acqua. Si era poi seduta, reclinando la testa, col bicchiere incastrato tra le ginocchia.
Guardò in silenzio Lina con grandi occhi neri e, indicando uno sgabello, le disse: «Sèzziri, pitzinna.»
Lina, che il sardo lo capiva soprattutto per quei pochi imperativi che si era sentita rivolgere dalle comari del paese, prese lo sgabello scricchiolante, si sedette e, muovendo ritmicamente le gambe, per qualche secondo ricambiò lo sguardo fisso della donna. Tzia Peppina, vestita di nero da capo a piedi, come se portasse addosso il peso del lutto, aveva tutta l’aria di essere una strega; nessun gioiello le adornava il viso o le dita, se non per uno spillone d’argento decorato con l’intarsio di un occhio di Lucia. Era di quelli che si raccoglievano alla spiaggia di Cala Cartoe e lo portava agganciato allo scialle. Sotto si nascondevano le spalle giunoniche e parte dei capelli, che invece erano argentati e spessi come lenze di una canna da pesca, portati strettissimi in una crocchia, così come era d’uso in paese tra le donne di una certa età. Stringeva con forza il labbro inferiore su quello superiore, entrambi sottili come spicchi di limone e incorniciati da rughe radiali, che si arrendevano al peso dell’età, con brevi e intermittenti tremolii. Alle sue spalle, Lina riusciva ad avvertire ancora la sensazione del corridoio buio, il pericolo imminente. Aveva paura di poter essere risucchiata da un momento all’altro, e allora stringeva forte le unghie della mano destra sui polpastrelli della mano sinistra e non si fermava finché non sentiva dolore. Si distraeva così dall’idea che qualcosa o qualcuno la prendesse per i fianchi da dietro e la portasse via, lontano.
Gli occhi della vecchia, illuminati e cosmici, e il suo volto striato e cereo come quello di una statua, le davano tuttavia un senso di strana tranquillità, in grado di attenuare temporaneamente quella sensazione di caldo alla schiena che le riduceva in poltiglia i muscoli delle spalle e tremolava fino all’osso sacro.
In silenzio, Tzia Peppina si mise un dito sul mento e guardò la bambina. Fai attenzione, voleva dire quel gesto. Lina capì, con solennità alzò la fronte e smise di torturarsi le mani. Con le orecchie tese e i nervi del collo tirati, osservò la vecchia prendere dal tavolo l’oliera e versare qualche goccia nel bicchiere. Sulla superficie dell’acqua ne atterrarono quattro, e si dilatarono. Avvicinò le ginocchia alla bambina perché potesse guardare con i suoi stessi occhi e poi disse, quasi sibilando:
«Eja, nde tenes.»
Sì, ce l’hai.
La schiena di Lina ribolliva, le gambe si erano come addormentate, smise di muoverle. Aveva nelle narici l’odore di chiuso di quella casa, e si sentiva la faccia appiccicosa dell’umidità dell’ambiente. “Ce l’ho” pensò.
Guardò ancora, l’olio si estendeva sempre di più entro la piccola superficie del bicchiere. Aveva s’ogu malu: significava che qualcuno aveva parlato male di lei o della sua famiglia, che voleva farle del male, che voleva farle paura. Quando era più piccola, Tzia Checca le parlava di Bobotti, l’uomo nero che l’avrebbe portata via per sempre se, una volta a letto, avesse guardato nel buio oltre la stanza. Sarebbe comparso da lì, da quella porzione morta, e l’avrebbe rapita. Ripensò all’oscurità dietro di lei. Le venne da piangere per la rabbia e la paura. Trattenne le emozioni mordendosi le gengive. Il cuore si era congelato.
«Tzia Peppina non lo voglio, per favore toglimelo» disse allora, con voce rotta.
Tzia Peppina aveva già cominciato. Con le sue dita lunghe e porose indirizzava segni della croce lenti, quasi impercettibili, ai bordi del bicchiere. Aveva gli occhi ridotti a fessure, concentrati come se stesse dipingendo, e sussurrava parole incomprensibili. Quella era sa mexina. La medicina per il suo occhio malato. Lina si sfregò le palpebre, come per aiutare la donna a rimuoverle il male di dosso più velocemente.
La vecchia aggiunse il sale dentro l’acqua, con uno scatto che le fece scrocchiare il polso, dopodiché versò il contenuto del bicchiere ai piedi di Lina, in un getto che la fece trasalire.
Si alzò senza mai smettere di mormorare, e nuovamente riempì il bicchiere con l’acqua, mentre la bambina seguiva con lo sguardo i suoi movimenti, lenti ma agili. Lina osservò l’acqua rovesciata sulle mattonelle ai suoi piedi e pensò: “Lì c’è il mio malocchio. Adesso sta lì però, e non è più dentro di me.”
La donna nuovamente si sedette, prese l’olio e ne versò ancora nell’acqua. Si concesse un sorriso sghembo e disse:
«No bi nd’ha prusu, guasi.»
Quasi non ce n’è più, aveva detto.
Tzia Peppina riusciva a sconfiggere il male e la paura. Guardava fisso alle sue spalle e Lina si accorgeva tutto a un tratto di come la vecchia, con le sue spalle larghe e la sua statura imponente, riuscisse a sfidare il buio, di come poco prima le avesse camminato davanti con lenta indifferenza nell’oscurità dell’andito, perché aveva il potere di sconfiggere Bobotti. E Lina era lì, con lei, e in quel momento sospirò via il timore. Le gambe tornarono solide, sempre di più, e si sentì coraggiosa. Prese tra le mani il bicchiere e guardando in superficie vide solo una goccia d’olio, che galleggiava placida e solitaria sulla piccola distesa d’acqua.
L’anziana lo lasciò a Lina e ricominciò subito con i movimenti delle mani, aggiunse il sale grosso e portò le dita alla fronte della bambina. Lina vide che con l’altra mano stringeva il rosario, che aveva fatto scivolare delicatamente fuori dalla veste, e con occhi serrati la benediceva sulla fronte, sulla bocca, sul cuore e sulle mani, mentre mormorava in sardo il Padre Nostro. Lina congiunse le mani e si aggrappò alle parole, cercando, con le labbra, di simulare una preghiera silenziosa di cui non sapeva tutte le parole; alcune, però, le ricordava, perché con la mamma qualche volta era andata a messa nella chiesa in piazza, e aveva sentito il sacerdote recitare la preghiera dopo il momento dell’eucarestia.
«Ma libera nosi de mali. Aici siat.»
Tutto finì quando Tzia Peppina rovesciò per l’ultima volta l’acqua ai piedi della bambina. I suoi occhi si riaprirono all’improvviso, rivelando quel nero intenso che Lina aveva quasi dimenticato. Erano una cattedrale austera e quieta. Brillavano come galassie.
Quanto era passato?
La vecchia si fermò un attimo per sistemare lo scialle, che nel ripetersi di quei movimenti rituali le era scivolato da una spalla. Gli fece fare un giro attorno al collo, poi guardò Lina. Con un cenno della testa, diede a intendere che il malocchio era stato debellato. Le labbra si arricciarono, curvate verso l’alto.
Afferrò poi la mano della bambina, si allungò e dal canestro che si trovava sul tavolo prese un fico grande e maturo, glielo mise sul palmo e vi strinse le dita attorno.
«Sa mexina de s’ogu esti sa manu de Deusu.»
La medicina dell’occhio è la mano di Dio.
“Vuol dire che Tzia Peppina ha parlato con Dio e gli ha detto di aiutarmi” pensò Lina. Poi la vecchia aggiunse, in un italiano arrugginito: «Ora non hai più paura di niente» e concluse, con un piccolo cenno della testa: «Torra a sa domo.»
La schiena di Lina non bruciava più. Girò il collo, ancora seduta, verso il corridoio buio. Si alzò dallo sgabello, stando molto attenta a non calpestare l’acqua. Non si può fare, si rischia di prendere di nuovo il malocchio. “È vero, non ho più paura” pensò. “Non ho più paura di niente.” Salutò Tzia Peppina e camminò lungo l’andito da sola. Lo fece lentamente, contando i passi. Si sentiva forte come le radici delle ginestre, che non venivano mai via quando provava a coglierle nella vigna del nonno.
Si chiuse la porta alle spalle e camminò, per le vie del paese, fino a casa.


