Tarek Komin
Illustrazione di Ellepi Illustrations
L’aereo presidenziale scivolava sopra nuvole bianche e la luce vivida dai finestrini riverberava sull’oro della Coppa del Mondo, poggiata sul tavolo. La partita era alle fasi decisive e nessuno dei giocatori pareva prestare attenzione a quel trofeo. Bearzot sfiorò la pipa che teneva tra i denti e lanciò un’occhiata al Barone. Zoff la colse, ma ormai aveva lasciato cadere la sua carta mentre il Presidente osservava quelle che teneva in mano. Era l’unico vestito con l’abito scuro, istituzionale, posato anche durante quello scopone scientifico, anche dopo la vittoria contro la Germania Ovest. Zoff e Bearzot indossavano le giacche bianche con lo stemma della Nazionale cucito sul taschino mentre, di fronte al Presidente della Repubblica, Causio se ne stava in maniche di camicia.
«Su, Barone, gioca» lo esortò Zoff.
«Eccomi, capitano» e lanciò un sette di bastoni sul tavolo liscio.
Il Presidente si mosse sul sedile rivestito di un azzurro simile al colore delle maglie della selezione. Il suo interesse per il calcio era cresciuto negli ultimi anni, forse proprio da quel drammatico 1978 che aveva scosso il mondo politico e l’intera società italiana. Non la definiva una vera passione ma qualcosa di curioso e a tratti avvincente. Pur non apprezzando l’accostamento del tifo con la parola fede, aveva cercato dei punti in comune in quelle cose capaci di muovere l’animo umano. Anche solo uno stimolo; determinazione e talento, come il gol di Kempes nella finale di quattro anni prima, in quei mesi che avevano cambiato tutto. Determinazione e talento, quello che serviva alla politica.
«Presidente?»
«Scusate.»
Le carte, invece, non gli suscitavano un granché. Aveva accettato l’idea di quella sfida per passare il tempo, per distrarre la mente. Fece scivolare sul tavolo l’asso di spade. Bearzot si agitò alla sua sinistra e in un secondo calò il settebello prendendo la carta di Causio.
Zoff sbottò: «Presidente, che fa? Ha lasciato andare il sette! Così abbiamo perso.»
Il Barone sorrideva, lisciandosi i baffi. L’allenatore tese la mano al suo compagno per complimentarsi della vittoria.
«Ne facciamo un’altra? Siamo già due a zero.»
Zoff era ancora adirato: «Ma, Presidente, se avesse preso col cavallo sarebbe andata diversamente.»
«Se il portiere tedesco avesse parato il colpo di testa di Paolo forse non avremmo vinto? O forse, capitano, avremmo vinto lo stesso?» si intromise Causio, beffardo.
Bearzot stava radunando le carte e guardò verso il Presidente. Forse si attendeva una risposta da lui.
«Rivincita?»
Ignoravano che da quattro anni ogni sera, dopo le preghiere, era tormentato da se ben più gravi.
Se le BR non lo avessero rilasciato? Se Francesco non fosse stato assassinato e Giulio non fosse in galera per i suoi complotti e la sua ambizione adesso Berlinguer sarebbe Primo Ministro e lui Presidente della Repubblica?
«Stavo pensando» commentò a bassa voce, «forse non sono il miglior compagno per una partita a carte, Zoff.»
Il portiere chinò il capo per un attimo, come a scusarsi, poi rispose: «Però è un bravissimo Presidente, conta questo.»
Bearzot mescolava le carte.
Causio appoggiato al sedile, con lo sguardo fuori dal finestrino sulle nuvole argentee, sembrava non ascoltare, poi di colpo appoggiò i gomiti sul tavolo: «Se lei non fosse stato eletto, quattro anni fa, chissà con chi avremmo giocato. È sempre una questione di se» rise, «giochiamo?»
«Ma soprattutto chissà chi avremmo al suo posto e se ci avrebbe dato un passaggio su questo aereo» fece Zoff. Aldo Moro sorrise, scrutò il portiere e disse: «Credo che Pertini sarebbe stato un ottimo presidente. Forza Bearzot, dia queste carte, facciamo un’altra partita.»


