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La ruota gira

LA RUOTA GIRA copertina

Simona Campanella

Illustrazione di Ivania Maturana


Le piaceva tanto accarezzarle i capelli lunghi e setosi, e affondarci le manine: le apriva e chiudeva per acchiapparne, tra le piccole dita, quanti più poteva; ma da quando la nonna non c’era più, la mamma li teneva sempre legati.
«Vieni Agatuccia, è pronta la pappa» dice la mamma mentre poggia il piatto, desolato, sulla tavola apparecchiata a metà.
«Tu non mangi la pappa, mamà?» chiede la bambina.
«Non ho fame.»
Ne aveva di fame Anna, eccome se ne aveva! Ma le provviste stavano finendo e i soldi anche, come stava finendo la bombola del gas, che divideva tra il fornello e la stufa, da quando avevano staccato il metano per morosità, e la stessa cosa sarebbe successa anche per la luce, e per l’acqua, se non avesse trovato subito un lavoro.
«Signora Maria, che dice sò figlia? Ci posso andare a fare le pulizie?» domanda Anna, dalla soglia di casa, alla vicina del piano di sopra.
«Gioia, me figlia non risponde. È sempre inchiffarata. Ma come fai con la bambina?» risponde quella dal balcone.
«Me la porto: Agatuccia buona è! Manco si sente.»
«No, gioia. Con tutti gli struccioli che ha in giro per casa me figlia. Una nicareddra così, proprio ora ca camina. Se rompe qualcosa, sentila a Matilde mia! Ti conviene cercare un altro lavoro.»
«Non lo trovo in questo buco di paese in pizzo alla montagna» scatta Anna «me la tiene lei Agatuccia un paio d’ore, quando vado da Matilde.»
«Un paio d’ore? Manco ti bastano ad arrivare e tornare a piedi da qui. Ascolta a me, lascia perdere.»
«La prego m’ava aiutari, senza la pensione di mè matri, fra poco saremo in mezzo alla strada. Non ho più i soldi manco per l’affitto: mi buttano fuori, pure che questo buco scuro e umido non lo vuole nessuno.»
«Ma sò pà che fine ha fatto?» domanda la vicina, guardando Agatuccia che gioca sullo scalino di casa, «non è che si può bere tutti i soldi alla putia! Ci deve pensare alla creatura, è sò figlia. Non fare l’orgogliosa, chiedigli i piccioli» continua stridula.
Orgogliosa non lo è affatto Anna: lo ha supplicato quel porco, lo ha pregato, lo ha soddisfatto in tutti i modi che lui ha voluto, finché quello, sazio, le ha dato una sberla, e poi l’ha trascinata fuori per strada, tirandola per i capelli lunghi e setosi.
Anche stasera la stufa rimane spenta, e piange Anna di nuovo: “Signore perché non ti prendevi a me, invece che a mè matri? Agatuccia poteva vivere cu sò nonna, no cu mia a moriri di fame.”

«Annuccia mia che chianci sempre? Non ti scantare. Prega la Madonna e Sant’Antonio. Vidi che la rota gira.»
«Mamà, mamà» urla Agatuccia.
«Qua sono» risponde Anna, accendendo la luce.
«Con chi parlavi, mamà?»
«Con nessuno Agatù, sognavo.»
Anna rimane ferma, con la bambina stretta al corpo, fino a quando il chiarore si fa largo, insieme al freddo, dalla fessura sotto la porta di casa, che affaccia direttamente sul marciapiede.
«Annù, affacciati» grida dopo un paio d’ore la signora Maria dal balcone.
«Eccomi, ha novità?»
«Matilde mi dissi che ha trovato una, vicino a casa sò, per le pulizie. Mi dispiace.»
«Lo sapevo» risponde Anna con gli occhi pieni di lacrime «manco i sogni a me mi portano fortuna!»
«Che viene a dire?» la interroga curiosa la vicina.
«Ho sognato mè matri. Mi diceva di pregare la Madonna e Sant’Antonio, che la rota gira. Pensavo che girava vero, e invece…»
«Aspetta, aspetta. Tu l’hai sognata mai la buonanima di tò matri da quando è morta?»
«No, la prima volta è! Agatuccia si è presa paura: dice che parlavo nel sonno.»
«Ascolta Annù, se ti ricordi preciso preciso che ti disse tò matri, può essere che la fortuna vero gira. Certi amici miei si giocano i numeri quando sognano. Provaci.»
«Giocare i numeri? Ho cinquanta euro e non so che ci devo pagare prima. Ci manca solo che me li gioco.»
«Mica te li devi giocare tutti. Chessò, giocati cinque euro» la rimbrotta quella.
«Ma che gioco?» fa Anna un po’ stizzita.
«Te lo ricordi o no questo sogno? Dimmillu giusto.»
«L’ho detto! Mè matri dissi che non mi devo scantare, di pregare la Madonna e Sant’Antonio, ché la rota gira.»
«Lo vedi, più chiaro di così? Giocati un terno secco: 8, 13 e 90.»
«E che sono 8, 13 e 90?»
«La Madonna, Sant’Antonio e la paura» spiega orgogliosa la Signora Maria «pigliati Agatuccia e va jocali alla ricevitoria.»
Anna non ci crede alla fortuna, ma tanto pensa: “Più scuro di mezzanotte non può fare” e anche se è quasi mezzo giorno, prende Agatuccia in braccio e va alla ricevitoria, con in mano il foglietto coi numeri.
Il freddo in paese è terribile, il vento taglia la faccia. Agatuccia sta accoccolata con la testina al petto di Anna, le gambine strette ai fianchi e le manine in mezzo ai capelli: ogni tanto li tira, e dice che ha fame, e dice che ha freddo.
«Aspetta poco poco, Agatuccia, andiamo a comprare le caramelle?»
«No mamà, la pappa voglio, c’è freddo.»
«Agatù, guarda, finiscono le scale. Ti faccio scendere e camminiamo con la manina.»
Alla fine della scalinata, Anna volta a destra verso la ricevitoria e passa davanti alla banca. Dalla vetrata guarda la gente che lascia e prende soldi che lei non ha.
Uno le sorride e la saluta con la mano.
Saluta anche lei.
È Gianni: da ragazzo le faceva la corte, ma lei, al tempo, era benestante e lui povero. Gianni esce e le va incontro: «Anna, quanto tempo è passato. È tua figlia? Mi avevano detto che hai una bambina. Mi dispiace per tua madre, ho saputo anche questo. Come te la passi?»
Anna non lo ascolta, fissa il suo cappotto elegante, pensando a quanto deve essere morbido e caldo.
«Come ti chiami?» chiede lui alla bambina.
«Agatuccia.»
«Oh, che bel nome! Dove vai con la mamma?»
«A comprare le caramelle.»
«Con questo freddo? È tardi per le caramelle. A quest’ora si deve pranzare, non mangiare caramelle. Peraltro, oggi, il tabaccaio è chiuso» dice Gianni alla bambina con un tono in cui Anna sente come un rimprovero rivolto a sé.
«Come è chiuso?» sussulta Anna.
«Sì. Oggi Mimì è chiuso perché gli partorisce la nuora. Dovresti andare all’altro tabaccaio» risponde Gianni serafico.
«Agatù, niente caramelle: un chilometro a piedi, con questo freddo, non lo faccio. Saluti, Gianni, vado a casa a fare da mangiare alla bambina. Piacere di averti visto.»
Anna, vergognosa, fa dietro front verso casa. “Che mi ero messa in testa? Giocare i numeri. La Signora Maria e le sue scemenze. Uscire con questo freddo e Mimì è chiuso. Figurati se mè matri mi dava i numeri” pensa amareggiata.
Mentre cerca di sistemarsi di nuovo Agatuccia in braccio le cade a terra il biglietto con i numeri.
«Mamà c’è freddo» piagnucola la bambina.
«Mangiamo la pappa e poi ci scaldiamo abbracciate a letto, Agatù. Accendiamo pure la stufa» promette Anna.
Gianni la segue per qualche passo. Raccoglie il foglio che le è caduto, lo guarda.
“Altro che caramelle! Ti volevi andare a giocare i numeri, ora che la povera sei tu. La vita è una ruota, e la ruota gira” pensa maligno “me li gioco io i tuoi numeri del cazzo.” Va verso la ricevitoria – regolarmente aperta, con accanto all’insegna il fiocco rosa che annuncia la nascita della nipote di Mimì, avvenuta due giorni prima – e si gioca i numeri di Anna.

«Buonasera e benvenuti a “Trecastagni News”. Apriamo l’edizione del giorno con l’attualità. La ruota gira nel nostro Paese, è proprio il caso di dirlo! Un concittadino, ancora anonimo, ha vinto un milione di euro alla lotteria, con un terno secco. Alla ricevitoria, da ieri sera, si festeggia la vincita con dolci e svariate decine di bottiglie di spumante, offerte ai curiosi, riuniti a scommettere sull’identità del fortunato. Passando alla cronaca, purtroppo, segnaliamo la morte di una donna e di una bambina. I cadaveri sono stati ritrovati – a poche centinaia di metri dalla ricevitoria milionaria – dai Vigili del fuoco, allertati da una vicina, preoccupata per la forte puzza di gas.»