Vincenzo Montisano
Illustrazione di Chiara Trivellato
Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae
Ludmilla adorata,
Quanta collera avevi nelle viscere stamane: impugnandone un grappolo sul tavolo anatomico, prima d’usare il bisturi come tu l’archetto del violoncello, prima che facessi di no con la testa e mi supplicassi: «Ricucimi con ago e filo, e andiamo a fare colazione» ho potuto constatare quanto, accanto alla tua vertiginosa bellezza interna, nutrissi per me il batterio dell’avversione. E per l’universo il germe della rabbia. E per te stessa, la larva della condiscendenza.
La medicina è scienza di solitudine e chiuso in una sala da bagno, abbandonato alla biologia deiettiva, urinaria, conativa, secretiva – lacrimogena o sudoripara che sia – un uomo è un uomo come in nessun altro luogo del creato.
Uscendo dalla vasca e gocciolando sul marmo, annoto che i miei studi patavini, in mezzo a questi lavabi in basalto, lampadari adamantini e rubinetterie d’argento non mi favoriscono, anzi. Mi ammorba oltremisura il loro versamento nozionistico sull’esattezza chimica di un corpo sano che, non fosse per il naturale decadimento organico, sarebbe calco di una perfezione divina, o presunta tale.
Dal nostro lontano trasferimento in Austria, la mia affezione per te e l’odio per l’Italia hanno obbedito alla stessa fisica dei vasi comunicanti che consente carico e scarico di vescica e cavità ventricolari. «Morirò in circostanze sospette» sovente lo dicevi, ricordi? E in particolare lo dicesti il giorno in cui, iniettando un poco di tragedia nella tua vena ironica, posasti quella coppa di rose sulla penisola di gesso di fronte al bidet. Alla mia sinistra, in questa sala da bagno in cui l’afrore alcolico delle tue parrucche spande sugli escrementi che ho collezionato nel water, guardo la coppa bordata di polvere e mi eccito perché – è tardi per confessare – essa ha la fisionomia esatta del tuo pube ricciuto e rossastro.
Recupero il fonendoscopio dalla borsa accanto ai vestiti. Me lo appendo al collo. Sono nudo: tutte le mie ossa, i miei muscoli, tutta la varietà degli organi sono esposti come il tuo cadavere, stamane, sotto gli occhi indagatori del mio assistente. Sulla destra, cinto da puttini d’ottone, c’è l’antico specchio da terra, ossidato. Ovvero, la mia immagine riflessa.
Inarco la schiena per indagarmi con venerazione i genitali: le scapole si aprono, l’uccello distende le ali spiccando un volo affamato dal porto di Venezia verso sud e la mia colonna vertebrale, flettendosi dolcemente, è lo stivaletto fascista di terra che galleggia nel Mediterraneo dove consumammo una luna di miele asciutta, inespressiva, durante la quale la tua lingua asburgica, mutilata nella gioia, rimase imbastita al palato e non ci permise, né in quel grand tour né poi, di sporcare le lenzuola delle pensioncine di provincia che scegliemmo per l’anonimia, l’innato riserbo. Per simulare una miseria che non ci è mai appartenuta. Noi, a letto, stesi a mani giunte sul torace, senza altro da fare che enumerare i patrimoni ereditati da quell’aitante prussiano di tuo padre.
Fumavi, questo sì. La sigaretta è l’unica cosa che t’abbia mai visto succhiare col dovuto piacere e non sai quante volte, amore mio, ho desiderato che tu possedessi quella frivolezza elementare per bere un Martini da una cannuccia.
La biancheria di terz’ordine sul letto della nostra prima notte di nozze ti annoiò a morte – forse non eri più convinta di emulare i desideri piccoloborghesi – e dicesti che semmai le circostanze del tuo decesso lo avrebbero richiesto allora «vorrei fossi tu ad aprirmi» e ti alzasti stizzita e tirasti i tendaggi e ti affacciasti al balconcino e fumasti un pacchetto di Diana morbide: quando stamane ti ho asportato i polmoni per pesarli sulla bilancia – 428 grammi il destro, 480 grammi il sinistro – erano antracotici per via di quell’unico godimento che in vita hai saputo concederti.
Cosa scorgesti da quel balcone? Quale veduta ti consolò, quella notte? La vita è una questione di panorami: con l’utero rinsecchito nei collant color carne, ammirasti la distesa padana, umida e appiccicosa. La mia terra natia ti offrì il vasto campionario delle sue atrocità. Il suo giuramento di far abbeverare il popolo sciacallo alle centomila fonti battesimali, ricolme di vergogne taciute. Una nazione in cui saranno i nani a signoreggiare e gli anarchici a volare via dalle finestre dei commissariati e le chiromanti ad ammaliare e i gangli del potere a essere lo spermicida del futuro, ma che ci importa, Ludmilla? A quel tempo avrei soltanto voluto immergermi tra i tuoi seni imperiali che, stamane, il mio assistente ha fissato per l’intera durata dell’esame autoptico. Pendevano strabici ai lati del torace che ho aperto con taglio T-Schnitt, dalle clavicole al pube, per non intaccarti il collo, primizia erotica che sarebbe stato un oltraggio dover coprire al funerale. E ora, con l’erezione in mano, rivedo tutto l’imbarazzo del mio assistente, voglioso di stringerti il capezzolo con una klemmer, e nello specchio noto una lieve asimmetria tra i miei testicoli mentre eiaculo.
Infilo le olivette del fonendoscopio negli orecchi. Mi applico la campana sul petto e sento il mio cuore battere per te, per l’iconografia funerea del tuo corpo gelido. Ma tu, non mi hai mai ritenuto degno nemmeno di leccarti l’alluce. Lo stesso da cui stamane pendeva il cartellino anagrafico: ho controllato: l’alluce ti apparteneva, paffutello, tutto da mordicchiare; sul cartellino c’era scritto il tuo nome. Tuttavia, no, non puoi essere morta. D’accordo, si muore, ma andiamo, tu, morire? No, non tu; tu, la santa nuda che mai potei toccare, stai ancora scalpitando fuori da questa sala da bagno dove per tutta la vita ti sei barricata, frigida e inarrivabile, come in un gineceo.
«Apri!» mi urli. Sei infuriata, sì. Forse perché mi sto attardando nelle abluzioni serali. Forse perché, contravvenendo al tuo comandamento, dopo averti prelevato con un lungo ago un campione di umor vitreo dall’occhio, dopo averti cavato il fegato, l’intestino, la milza, i reni, il pancreas, ho agguantato il tuo cuore issandolo sulle spoglie. Toccandolo, finalmente. Non era in fondo questo che volevi? Essere presa, come un ostensorio dal tabernacolo? Vergine, proprio come asseriscono le tracce di sperma che ho reperito sul muso di tinca e nella bocca della tua salma?
A norma di legge ho gettato alla rinfusa gli organi nella carcassa e suturato l’involucro epidermico sulle ossa macellate. Con voce incerta ho detto nel registratore: «Probabile rapporto sessuale antecedente il decesso.»
E tu strilli: «Adesso che lo sai puoi fottermi!» E anche se non ti vedo colpire coi pugni la porta, avverto la tua morale sdilinquirsi. Il riverbero del tuo contegno liquefarsi come una vulva avvezza alla ginnastica sessuale.
Ti ignoro. Mi concedo un bidet, mentre ti intuisco armeggiare con una sedia oltre il battente. Allargare i ginocchi e accogliere il violoncello tra le gambe. Le prime note sono rigurgiti aspri. Muovi l’archetto sulle corde come una principiante. Non più i tuoi adagi larghissimi, i tuoi sincopati rondò, ma torture per timpani.
Allora requisisco la parrucca bionda dalla testa di manichino sulla penisola, quella con un occhio guercio, e la indosso. Mi avvicino alla porta. Mi sento te. Le ciocche sono intrise della vergogna che provasti quando le recrudescenze del cancro e la chemioterapia ti lasciarono calva.
Ieri notte, la polizia ha contattato il mio ufficio. Ho risposto solo al sesto squillo – temevo mi tremasse la voce. Quella chiamata era la prova che i negri assoldati per vendicare il mio onore di marito e di uomo avevano dimostrato una certa professionalità. Nel bosco del distretto di Vöcklabruck, vederti scomposta sull’erba è stato insopportabile almeno quanto il violoncello che adesso latra dietro l’uscio. Lo apro: sotto quegli alberi, le tue natiche insudiciate mi hanno spiegato quanta violenza serve per fondare una nazione. Avevi fianchi pingui, e pallidi, in tutto simili a quelli del mio assistente che ora, mentre lo incorono con la tua parrucca, smette di suonare appena prima che io gli infili la lingua in bocca.
Fatalmente tuo,
Benito


