Sofia Rigoli
Illustrazione di Edoardo Rubatto
Il giorno in cui si erano presentati a casa sua se lo ricordava bene. Erano arrivati una mattina di una giornata qualunque e avevano bussato alla sua porta. Non le avevano chiesto nemmeno di entrare, avevano aspettato che lei venisse fuori. Caterina li aveva guardati attentamente. Alcune erano facce familiari: c’era il primario dell’ospedale in cui lavorava come endocrinologa, c’erano alcuni dei suoi colleghi e c’era suo padre. Gli altri non li aveva mai visti prima, qualcuno di loro portava un abito talare nero e qualcun altro un camice ospedaliero bianco. Non le spiegarono dove stavano andando, non le dissero niente, si limitarono a caricarla in macchina di peso.
Quando la fecero uscire dalla macchina, si buttò a terra in ginocchio e pregò i suoi rapitori di riportarla indietro.
«Alzati» le ordinò un uomo vestito di nero. «I santi non si inginocchiano davanti a nessuno.»
«I santi?» chiese lei, obbedendo e mettendosi in piedi.
«Sei stata fatta santa, sei stata brava.»
«Non capisco» mormorò Caterina asciugandosi le lacrime. «Sono stata brava a fare cosa?»
«Non fare la modesta, abbiamo tutti visto di cosa sei capace.»
«Ma io non so di che parla!» Caterina provò a dirgli mentre lo tirava per la manica. «Non c’entro niente, io!»
«Capirai meglio quando saremo dentro» le rispose liberandosi dalla sua presa.
«Temo che noi ci dovremo salutare qui» intervenne a quel punto suo padre. Le andò incontro, le baciò le mani e poi la testa. «Starai bene, non ti devi preoccupare. Io e tua mamma ti vogliamo tanto bene.»
La fecero entrare in chiesa, lei continuava a guardare fuori. Dentro alla cappella faceva freddo, questa era la prima cosa che aveva pensato. Raggiunsero l’altare e si fermarono proprio davanti all’abside dipinto d’oro. Si sedettero lì, il più vicino possibile a Gesù.
«Dunque, Santa Caterina, questa da adesso è casa tua» le disse il signore vestito di nero. Chi era lui, esattamente? Un prete? Un sacerdote? Quale autorità aveva su di lei?
«Questa non è casa mia» replicò subito Caterina, voltandosi dall’altro lato. Ovunque si girasse c’era Cristo. Era dipinto sui vetri o sui muri, era soprattutto una monumentale statua di legno. “Che vuoi da me?” avrebbe voluto chiedergli. “Non è colpa mia se siamo qui.”
Quella davanti a lei era una bella statua, doveva ammetterlo. Stava dietro l’altare, a guardia dell’intero ambiente, rivestita del colore dell’oro e del sangue. Davanti a quello spettacolo la cosa che la distraeva erano gli occhi di Gesù.
«Ma certo che è casa tua» disse l’uomo. «Questa è casa di Dio, e quindi è casa di tutti.»
«Insomma» lo interruppe Caterina, cominciando a perdere la pazienza «non so perché mi avete portata qui, deve esserci stato un errore di qualche tipo. A me non interessa, basta che mi riportiate a casa.»
«Sei a casa» insistette l’altro.
L’uomo le rivolse un sorriso comprensivo, quasi pietoso.
La confusione di Caterina si era trasformata in rabbia cruda. «Senta, io non so di cosa lei stia parlando, non lo so davvero. Però so che non sono una santa, so che devo tornare a lavoro, e so che di certo non vivrò in un posto in cui Gesù Cristo mi sta a fissare tutto il giorno!»
L’uomo in nero non aveva ancora smesso di sorriderle e Gesù non aveva smesso di guardarla.
«Lo capisco, ti ci vorrà del tempo per abituarti. Presto ti renderai conto che questo è il regalo migliore che Dio potesse farti: si diventa santi solo da morti, e tu sei viva.»
La fece alzare tirandola per un braccio, e la portò fuori da quella chiesa tramite una porticina impossibile da scorgere a occhio nudo.
L’avevano affidata alle suore, erano state loro a svestirla, nonostante le sue proteste. Le avevano dato un abito bianco che la copriva fino ai piedi e glielo avevano messo addosso. Poi l’avevano portata a fare un giro del convento, continuando a ripeterle che presto si sarebbe adattata al silenzio e al nuovo stile di vita. Al centro della struttura c’era un chiostro circondato da ampie arcate e al centro del chiostro un pozzo di pietra. Le fecero vedere le cucine, gli ambienti comuni, e naturalmente il dormitorio. La sua stanza era angusta e anonima. Avrebbe presto imparato che la luce entrava da una piccola finestrella inferriata che sfiorava il tetto, ma solo ad alcune ore della giornata, quando il sole riusciva a risparmiare un raggio in più per lei. Poi l’avevano lasciata lì e le avevano dato appuntamento all’alba del giorno dopo per la messa mattutina e per la colazione.
Quella notte Caterina non riusciva a dormire: piangeva e tremava. Così passò le ore a chiedersi cosa avesse fatto per finire in quella situazione e a domandare a Dio di tirarla fuori. Avrebbe fatto di tutto, giurò, qualsiasi cosa pur di tornare a casa.
Dio però non aveva ascoltato, o se lo aveva fatto aveva deciso diversamente.
«Il Signore non è un genio della lampada né Babbo Natale» la rimproverava sua madre quando Caterina si rifiutava di andare in chiesa se Dio non avesse esaudito i suoi desideri. Non ne capiva il senso. Se Dio non serviva ad ascoltare le richieste dei bambini, a cosa serviva?
E se fosse stato proprio Dio a volerla trattenerla lì? Non capiva perché le suore si rifiutassero di rispondere ogni volta che le interrogava, ma soprattutto non capiva cosa mai potesse aver fatto di miracoloso lei, un’endocrinologa qualunque, per diventare santa. Allora le tornava in mente Gesù, e lo visualizzava come la statua nella chiesa: fatto di legno e dipinto d’oro. Alcune notti il pensiero la disturbava così tanto che si metteva le mani sugli occhi e premeva forte con le dita finché non le facevano male e cominciavano a uscire le lacrime. Per distrarsi ogni tanto pensava a sua madre.
Le giornate trascorrevano in silenzio. Santa Caterina non era autorizzata a uscire, nessuno poteva vederla, nessuno poteva parlarle. Leggeva i giornali che trovava in giro oppure le lettere dei fedeli che le scrivevano per ringraziarla. Aveva smesso di chiedersi perché. Capitava che potesse sentire la radio, solo alcuni canali, allora si sedeva sotto i portici con le mani in grembo e ascoltava con il volume al minimo. A volte, mentre passeggiava sotto gli archi del convento, le sembrava di vedere gli interminabili corridoi bianchi dell’ospedale. Aveva speso ore, giorni che parevano infiniti, diverse festività e notti intere a percorrerli da un lato all’altro. Le sembrava fosse passato così tanto tempo da quando era arrivata al convento… non ricordava come, non ricordava da quanto fosse lì. Negli anni la confusione si era lentamente trasformata in rassegnazione.
Un giorno all’anno, dozzine di uomini e donne andavano in pellegrinaggio e la raggiungevano in chiesa. Solo in quell’occasione aveva il permesso di vedere qualcun altro, attentamente controllata: poteva distinguere l’uomo vestito di nero, che aveva imparato a chiamare padre Carlo, e gli altri medici starsene a debita distanza. Nascosti dietro le colonne, negli angoli delle navate, sorvegliavano ogni suo movimento mentre lei accoglieva i fedeli. Le coprivano il viso come quello di una sposa, e ai piccoli gruppi che venivano a farle visita permettevano di renderle omaggio.
Più si avvicinava il giorno che le era stato dedicato nel calendario liturgico, più Santa Caterina evitava di passare troppo tempo dentro la chiesa. Aveva paura che qualcuno si presentasse lì senza preavviso per trovarla sola e impreparata.
«Non voglio visite quest’anno» confessò a padre Carlo. «Mi guardano tutti. Mi sento troppo osservata.»
«Santa Caterina» le disse padre Carlo con il suo solito sorriso mite «siamo dentro una chiesa. Siamo tutti osservati.»
Ogni anno la santa rimaneva al suo posto per tutto il giorno, immobile come le statue degli altri santi che si vedevano nelle piazze. La gente le veniva accanto, parlava di lei ignorando che fosse proprio lì, al punto che Santa Caterina si chiedeva se veramente non si fosse trasformata in pietra.
Come ogni forma di amore, anche la devozione aveva il suo prezzo.
Era stata una bambina a svegliarla dal suo stato di apatia fermandosi davanti a lei, come tanti bambini facevano, incuriositi da questa donna perfetta, bianca e silenziosa.
«Papà, perché la santa sta piangendo?»
«È il suo dovere» rispose il padre. «I santi portano sulle spalle tutto il nostro dolore.»
«È vero che le sante sanno fare i miracoli?» aveva insistito la bambina, girando attorno a Santa Caterina senza levarle gli occhi di dosso.
«È vero. Le sante come lei diventano martiri. È così che ci salvano» aveva detto la madre.
Quelle parole avevano agitato Santa Caterina che, ancora una volta, si concentrò sulla statua lignea di Gesù, sulla sua croce che era forte abbastanza da poterlo sorreggere e sul sangue per sempre immobile sulle sue mani bucate. Gli occhi di Gesù non la spaventavano più: erano simili ai suoi.
La madre aveva preso per mano la bambina e l’aveva portata via, il padre al seguito. Santa Caterina si era sforzata di riacquisire la sua compostezza. Per un giorno intero aveva accolto tutti con il solito sorriso celeste che rendeva angeliche perfino le lacrime. Aveva accolto uomini e preti, donne e bambini. Aveva accolto i loro sguardi curiosi o le loro invidie segrete, le loro accuse e le loro supposizioni. Non si era difesa da nessuna. La statua di Gesù era lì davanti a lei e le parlava, le diceva che tutto era come doveva essere, che tutto sarebbe andato bene.
Quando finalmente il sole tramontò e la giornata si concluse, la santa sollevò il velo. Era rimasta l’unica nella chiesa: i sorveglianti l’avevano lasciata sola.
«Non so come si fa» aveva provato a dire lei.
«È tuo dovere. È questa la volontà di Dio, capirai da sola come fare.» aveva risposto padre Carlo.
Quell’anno molta gente si era recata al convento per raccontare alla santa le proprie disgrazie. C’era chi sperava che il tradimento nei confronti della moglie non venisse mai scoperto, chi aveva pregato di guarire la madre dal cancro, chi voleva che la propria attività commerciale decollasse, chi chiedeva esorcismi e chi desiderava denaro. Santa Caterina aveva ascoltato in silenzio tutte le storie e poi aveva promesso loro la salvezza.
Al termine della giornata era andata a dormire, esausta. Il suo sonno fu breve perché all’alba venne di nuovo trascinata dentro la chiesa dalle suore. Lì la aspettava una donna che aveva subito riconosciuto. Era la stessa signora che, neanche un giorno prima, le aveva chiesto di guarire figlio moribondo da una grave malattia autoinfiammatoria. Era venuta a farle sapere che aveva ricevuto notizia della morte del bambino la notte stessa. Non aveva neanche avuto il tempo di salutarlo, aveva confessato alla santa tra le lacrime, perché aveva viaggiato a lungo per raggiungere il convento e stava tornando a casa quando suo figlio se n’era andato. La madre aveva accusato Santa Caterina di averla ingannata, e lei non era riuscita in nessun modo a convincerla che non era colpevole. La donna non fu l’unica a presentarsi al convento. Nei giorni seguenti, tutte le persone a cui la santa aveva promesso un miracolo erano tornate da lei incolpandola. Si erano arrabbiate con lei perché nessuno dei miracoli si era avverato. La moglie aveva cacciato via di casa il marito traditore, il tumore aveva ucciso la madre malata, l’azienda era fallita e nessun debito era stato estinto.
Davanti a lei i fedeli si facevano sempre più feroci, sempre più insistenti. Esigevano delle risposte, e le giuravano che le avrebbero ottenute a qualsiasi costo.
Le sante diventano martiri. La santa si era ricordata di quella donna che aveva provato ad avvisarla anni prima, e lei invece si era fidata del Gesù di legno che appariva dentro la sua testa e le diceva che sarebbe andato tutto bene.
«I vostri miracoli non sono andati storti» dichiarò allora a tutti i presenti. «Sono andati esattamente come dovevano andare. È stata fatta la volontà di Dio.»
Le parole della Santa non bastarono a placare le grida e le minacce dei suoi fedeli. C’era chi le prometteva che avrebbero ottenuto giustizia, chi la accusava di essere stata nient’altro che un’attrice. Era un’imbrogliona e di certo non una santa, le dissero. Non si meritava di stare lì, così vicina a Dio. Della rabbia delle persone, alla fine, le interessava poco. Più di tutto, le dispiaceva di aver deluso suo padre. Lui e padre Carlo erano tornati a prenderla e, come tanti anni prima, l’avevano fatta salire in macchina senza dire una parola. Lei non aveva fatto resistenza e non aveva chiesto perché, sapeva già.
Era tornata in ospedale come se non se ne fosse mai andata. Nessuno l’aveva accolta, ma nessuno si era comportato come se lei non dovesse essere lì. L’avevano fatta sedere a una scrivania, le avevano messo in mano la cartella clinica di un paziente, e l’avevano lasciata a fare il suo lavoro. Fu contenta di notare che sopra la sua postazione c’era un piccolo crocifisso. Gesù era ancora lì, ed era tornato a guardarla dall’alto della sua croce.


