Vai al contenuto
Home » Testi » La scatola

La scatola

LA SCATOLA

Giorgia Grassi

Illustrazione di Desperado


L’odore è acre, riempie i polmoni quasi soffocandomi, ho l’impulso di tossire ma lo reprimo con fatica.

Mi porto il lembo della maglietta sul viso per ripararmi dall’aria malsana.

Gli occhi sono aperti e vigili, ma incontrano solo una spessa coltre di buio.

Non provo ad alzarmi perché non saprei dove andare; quindi, con la mano libera provo a tastare ciò che mi circonda.

Il terreno sotto di me è sporco e viscido, costellato di piccole pietre appuntite. Pulisco la mano sui pantaloni, poi l’appoggio sul muro dove mi accascio con la schiena. Una parete fredda e irregolare, percorsa a intervalli da lunghi solchi verticali, scavati in profondità. Stringo la mano in un pugno e sbatto le nocche per saggiarne lo spessore. Dal rumore che ne scaturisce deduco debba essere un muro massiccio.

Torno con i polpastrelli sui solchi, un po’ di cemento si polverizza sotto il mio tocco, noto con crescente stupore come sembrino essere stati scavati dalle mie stesse dita.

Allontano con un movimento fulmineo la mano e come un bambino impaurito la ritiro sotto l’ascella: trovo conforto in questo abbraccio.

Il tessuto della maglietta si inumidisce per il mio respiro e con la saliva mi umetto le labbra in maniera maniacale. Comprimo la maglietta sul viso per non soffocare a causa dell’odore nauseante.

Gli occhi si sono abituati all’oscurità ma il panorama non cambia molto, quello che riesco a vedere è una stanza quadrata con soffitti molto alti, un pavimento asfaltato, un catino in un angolo e un ammasso di stracci in quello opposto.

Fisso lo sguardo sull’agglomerato di stracci e mi domando perché siano lì, quando inizio a notare un movimento regolare ma appena percettibile di quel cumolo che lentamente si alza e si abbassa di pochissimi centimetri.

Gradualmente mi rendo conto che non sono affatto stracci, il mio sguardo vaga e combatte l’oscurità per cercare di definire ciò che vedo, finché i miei occhi non s’imbattono in due minuscole sfere luminose: occhi.

Li fisso e loro fissano me, sono piccole punte di spillo posizionate in due cavità oculari scavate in un teschio emaciato e ricoperto da pelle grinzosa. Capelli lunghi e radi circondano la testa come una raggiera floscia e grigia; il resto del corpo è composto da ossa sottili e una pelle pallida come il chiaro di luna, malata e maltrattata.

Ciò che mi fa accapponare la pelle sono gli occhi, che mi inchiodano al muro come se rappresentassi una minaccia.

I tratti del viso sono così deformati che non distinguo nemmeno il sesso di questo essere.

Sento il sangue ghiacciarsi nelle vene, le mani perdono calore e smetto di bagnarmi le labbra.

Voglio distogliere lo sguardo ma non ci riesco, provo a comunicare ma le parole sono incastrate nella gola.

Emetto suoni affannati e poggio la mano con cui sorreggevo la maglietta sulla parete dietro di me. L’aria rarefatta mi investe i polmoni.

Vorrei piangere e andarmene da qui.

Sento il cuore andare a mille, temo che possa cedere da un momento all’altro e gli occhi continuano a scrutarmi. L’essere è in posizione fetale, accartocciato su un fianco e con le esili braccia si cinge le gambe ossute, fino a portare le ginocchia sbucciate sotto il mento.

La testa è abbandonata sull’asfalto, tuttavia sembra che questa figura abbia paura di me e, allo stesso tempo, appare calma.

Dalle labbra sottili e spaccate fuoriescono respiri angosciati e discontinui, come se stesse piangendo e avesse consumato tutte le lacrime a disposizione.

L’unica cosa vigile di quell’essere sono gli occhi, che lo rendono vivo e non un cadavere gettato in una fossa.

Quello sguardo impedisce di calmarmi e io provo a respirare aggrappandomi a questa semplice funzione per riprendere un ritmo regolare.

Inizio ad analizzarlo, noto evidenti segni di percosse sugli arti, i lividi creano costellazioni su quelle braccia color latte, come se si volesse formare una galassia. Il mio sguardo si sposta sui polsi, dove emergono croste simili a due bracciali. Le cicatrici adiacenti mostrano che quelle ferite hanno raggiunto le ossa e, dunque, chi gliele ha procurate ha ritenuto necessario legargli i polsi ad altezze diverse.

Non riesco a contenere il conato di vomito di fronte a tutta la violenza che si palesa ai miei occhi. Mi accascio in avanti e cado sulle ginocchia.

Non riesco a impedire alle lacrime di invadermi il volto.

Per un istante i suoi occhi attenti seguono il tragitto di una lacrima, poi si riposizionano immediatamente sulle mie pupille. Mi mordo le labbra per impedirmi di gettarmi in un pianto disperato, poi osservo la sua faccia. Doveva avere un bel viso prima che gli accadesse tutto questo. Il naso è rotto, il sangue coagulato ricopre metà bocca fino a giungere sotto il mento dove si è formata una goccia immobile.

Lo osservo e mi rendo conto che di umano non ha più niente. Mi chiedo perché, mi chiedo chi sia stato a fargli questo male. Mi domando se ha via di scampo e da quanto è che va avanti questo dolore. Continuo a guardarlo e non capisco, mi sento annientato.

Sono nudo sotto quello sguardo da animale inseguito, mi sento colpevole sotto quei suoi occhi terrorizzati e guardinghi.

Una domanda, però, torna a travolgermi e sento invadermi nuovamente da un potente attacco di panico: cosa ci faccio qui? La testa mi inizia a girare e mi obbligo a calmarmi. Affondo le unghie nei palmi per ristabilire un contatto con la realtà attraverso il dolore e impedire alla paura di prendere il sopravvento sul cervello.

Le lunette penetrano nella carne viva e spessa dei palmi e comincio ritmicamente ad aprirle e richiuderle a pugno, inspirando ed espirando a ogni gesto.

L’essere, dall’angolo della stanza, emette un rantolo strozzato, sputa un po’ di saliva rossastra che ha in bocca e mi guarda con una muta richiesta nello sguardo.

Mi costringo a deglutire, sbatto con forza la testa sul muro di cemento dietro di me. L’essere tossisce, emette gemiti gutturali indefiniti, dei brividi percorrono tutto il mio corpo. Provo a respirare e procedo, in preda a uno spasmo, a chiudere e a riaprire le mani. Sta cercando di parlarmi. La bocca si apre e osservo che gli mancano diversi denti, mentre agita la lingua mozzata e tenta di comunicare.

Mi porto la mano dolorante in bocca e mordo forte la pelle tra il pollice e l’indice. Non voglio che mi parli, perché se dovesse riuscire a parlare significherebbe che esiste, che tutto questo è reale. L’essere sembra si sia affaticato troppo e interrompe il suo gorgogliare indistinto. Poi la calma.

Smetto di mordere la mano e mi risiedo con la schiena appoggiata al muro, chiudo gli occhi per la prima volta dal mio risveglio e ricomincio a respirare con affanno, inalando ed espirando rapidamente.

I lamenti tornano a farsi sentire ancora più forti e insistenti, l’unico rumore presente oltre al mio respiro.

Porto le mani in faccia, tiro con foga la pelle e apro gli occhi. Torniamo a guardarci, apre e chiude la bocca come un pesce che sta per morire asfissiato, sta per dire qualcosa: «Bentornato».