Matteo Puccinelli
Illustrazione di Nikname
Alle prime luci del mattino, il pollaio dei Farulli, una baracca in riva al Serchio, è immerso nel silenzio assoluto, rotto soltanto dal ronzio delle mosche intorno alle carcasse degli animali. Franco trascina i piedi verso casa imprecando dentro di sé. Nel recinto poco più avanti, le capre e l’asino non osano muoversi, osservano il lutto in religioso silenzio.
Franco entra in cucina, si avvicina al lavandino e apre l’acqua.
Sentendo il sangue gelare nelle vene, Maria manda giù in fretta il latte.
«Non ci credo, non può essere successo di nuovo.»
Appoggia la tazza sul piano di marmo. Franco continua a bestemmiare dando le spalle alla tavola da pranzo.
«C’era la rete! Come diavolo ha fatto a sfondare la rete?» Leo si alza in piedi e un biscotto gli va di traverso. Tossisce.
Franco chiude l’acqua e si volta.
«Quella bastarda ha decimato il pollaio, niente più galline e niente più quaglie.»
La canottiera bianca, tesa dall’enorme pancia, è ricoperta da macchie e strisce di sangue. Si avvicina al tavolo e alza un braccio. Maria porta istintivamente le mani al volto e si ritrae di scatto, ma poi capisce che Franco sta indicando il pacchetto di tarallucci al centro della tavola. Diventa rossa e voltandosi si schiarisce la voce.
«Ma la rete?» chiede passando il pacchetto di biscotti a Franco. «Non è servita a nulla?»
Fa un mezzo sorriso in direzione di Leo, ma lui tiene gli occhi bassi. La mano con cui stringe il cucchiaio trema.
Franco si riempie la bocca di tarallucci.
«Pensavi che il cretino del tu’ figliolo fosse in grado di fare qualcosa per il verso giusto? La rete era interrata a cazzo, ovviamente» biascica, lasciando cadere a terra briciole umide di saliva. «Pessima idea farlo lavorare con le mani.»
«La rete l’ho montata bene» dice Leo tra i denti continuando a guardare la tovaglia con i galli ricamati.
Franco inghiottisce la poltiglia che ha in bocca e si volta verso di lui.
«Non ho sentito.»
«Non iniziate a litigare, su» dice Maria, una preghiera a fior di labbra mentre scatta in piedi.
Leo alza gli occhi.
«Trenta centimetri di profondità lungo tutto il perimetro, così mi avevi detto e così ho fatto» urla.
Franco si muove pesante verso Leo. Maria si sbraccia e fa per trattenerlo, ma lui si libera con uno strattone e arriva a tanto così dal figlio, che abbassa di nuovo la testa, gli occhi lucidi.
«Se io dico che la rete era montata male vuol dire che la rete era montata male.»
Franco si pulisce gli angoli della bocca con il pollice e l’indice, poi appoggia il dito sudicio di biscotti masticati sul petto di Leo e lo spinge a sedere.
«Non era cosa per te. A diciott’anni non sei nemmeno capace di mangiare un taralluccio senza strozzarti.»
Franco toglie l’indice dal petto di Leo lasciando una striscia marrone appiccicata alla maglietta.
«L’ammazzo pa’, giuro che stanotte la faccio fuori.»
Maria appoggia una mano sulla spalla di Franco.
«Che ne dite se ci calmiamo un attimo? Deve pur esserci un modo per risolvere il problema.»
«L’ammazziamo ma’, cos’altro vuoi fare?»
Franco si avvia verso la porta.
«Stanotte dormiamo con la finestra aperta. Se sento le capre agitarsi scendo e vedo se riesco a beccarla.»
«Vengo anch’io pa’, le spariamo!»
Franco si volta.
«Tu? Tu le vuoi sparare?»
Scoppia in una risata che sfocia in un eccesso di tosse. Si passa la mano rugosa sulla bocca.
«Prima di metterti in mano un fucile voglio che impari almeno ad allacciarti le scarpe.»
Gli occhi di Leo si bagnano e il labbro inferiore avanza un po’.
Franco esce dalla cucina sbattendo la porta. Leo, con le mani che non smettono di tremare, prende la sua tazza e si muove verso il lavandino. Maria lo raggiunge e gli accarezza la schiena. Fa per dire qualcosa, ma ha un groppo in gola e non riesce a parlare.
Leo guarda fuori dalla finestra, in direzione del Serchio. Mette giù la tazza e senza voltarsi allunga una mano dietro di sé a cercare quella di sua madre. Quando la trova la stringe forte.
Immerso nel buio, Franco è sdraiato pancia a terra nel boschetto di fianco al pollaio. La luce della luna, interrotta a intervalli da nuvole pesanti, illumina la casetta delle galline ormai vuota. Guarda fisso la stalla poco lontano e maledice il vento e le capre per il baccano che fanno. Abbassa le palpebre provando a isolare i rumori del bosco intorno a lui, ma fatica a concentrarsi: la pancia schiacciata a terra in quel modo gli tronca il fiato. Socchiude gli occhi e punta la canna del fucile prima a destra, poi a sinistra. Se solo vedesse un riflesso di luce negli occhi di quella bestia schifosa. Basterebbe un attimo e quel diavolo non esisterebbe più. Prova ad appoggiarsi piano su un fianco, il viso contratto dallo sforzo, ma non può evitare che i rami secchi sotto di lui si spezzino rivelando la sua posizione. Si blocca di colpo imprecando fra i denti, ha la fronte completamente sudata. Inspira piano dal naso, espira dalla bocca. Sente un rumore forte provenire dal bosco, a una decina di metri di distanza e l’adrenalina gli blocca il respiro a metà. Si volta verso quel trambusto: un cinghiale? Non vede niente, è buio pesto da quella parte. Chiude ancora gli occhi e ascolta, ma non sente grugnire, né percepisce zoccoli avidi scavare radici e bacche. Pensa a quali altri animali potrebbero muoversi così pesanti, forse un lupo sceso dal Serra in cerca di cibo? Il cuore inizia a battergli più veloce. Quando il rumore si trasforma in uno strusciare, aggrotta le sopracciglia, si sente osservato. Preparandosi a imbracciare il fucile, appoggia di nuovo la pancia a terra. Le foglie scricchiolano sotto il suo peso e il rumore nel buio si interrompe di colpo. Franco si morde il labbro inferiore, poi alza piano la canna del Benelli e mira dritto nel folto del bosco. Accarezza con l’indice il grilletto zigrinato mentre un tuono risuona sopra di lui.
Maria si sveglia di soprassalto nella penombra della camera e vede Franco in piedi davanti all’armadio. Il marito fa oscillare la cintura che gli penzola dalla mano.
«No…» La donna si tira su veloce con le spalle alla testata del letto. Sta per gridare, ma preme forte la mano destra sulla bocca. “Dio, fa che Leo non si svegli.” Allunga l’altro braccio verso il comodino, tasta qua e là, fa cadere un pacchetto di fazzoletti e urta contro il bicchiere d’acqua. Il cuore le batte il doppio del normale. Finalmente trova l’interruttore dell’abat-jour, lo preme e quando la luce irrompe nella stanza si rende conto di essere sola. I vestiti di Franco, appesi con la stampella all’anta dell’armadio, dondolano per il vento che entra dalla finestra. La borchia a forma di toro della cintura picchietta sullo specchio. Maria chiude gli occhi e appoggia la testa dietro di sé, buttando fuori il respiro gigante che aveva trattenuto. Aspetta che le mani smettano di tremare, poi si alza e infila la vestaglia. La sveglia segna le 4:17. Dà un’occhiata sotto il letto: il fucile di Franco non è al solito posto. Stringendo la cintola della sottoveste, esce dalla stanza e si avvia verso il bagno, ma si blocca quando vede la luce accesa in camera di Leo. La porta è socchiusa. Avanza senza fare rumore e resta in ascolto avvicinandosi allo spiraglio. Non vola una mosca. Bussa.
«Leo?» chiama a bassa voce.
Entra spingendo piano la porta. La finestra è aperta e le tende raccolgono la polvere da terra, guidate dal vento leggero. Di Leo nemmeno l’ombra. Non ricorda le abbia detto che sarebbe andato a ballare al Disco Rosso, quella sera. Maria spegne la luce e fa per uscire dalla camera, poi si ferma. Possibile che a quell’ora Leo non sia ancora rientrato? Sta così per qualche secondo, ferma sulla soglia mentre si mordicchia il labbro inferiore. Rientra nella stanza, gira intorno al letto e raggiunge la finestra. Si affaccia sull’aia di casa e il respiro si ferma per un attimo. La 126 rossa di Leo è parcheggiata al solito posto, tra la Uno di famiglia e i filari di pomodori che danno il benvenuto nell’orto. Un lampo evidenzia la scena sotto i suoi occhi.
Prova a balbettare qualcosa, ma non le esce niente. Si fionda fuori dalla camera e imbocca le scale. Scende i gradini a due a due facendo cigolare il legno ogni volta che il piede colpisce lo scalino. Entra in cucina, accende la luce e corre verso il ripostiglio. La cassaforte dei fucili è aperta e manca il Beretta verde. Sente le lacrime salirle agli occhi. Esce veloce dallo stanzino, evita per un soffio di sbattere contro il tavolo da pranzo e si lancia in corridoio. Spalanca la porta di casa; la pioggia ha iniziato a cadere. Porta le mani intorno alla bocca e fa per gridare il nome di suo figlio, ma una fucilata risuona nell’aria. Ha gli occhi spalancati, non riesce a muoversi. Si scuote soltanto quando il vento le porta l’odore della polvere da sparo. È allora che urla con quanto fiato ha in gola.


