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La vorace

LA VORACE copertina

Giorgia Distefano

Illustrazione di Emilia Giungato


Mi guardò dall’alto in basso, sentii il suo sguardo distratto sul mio collo, come un sorso d’acqua troppo grande che si beve senza avere alcuna sete.
Ero sicura che non era soltanto perché stavo seduta su quella sedia, che mi squadrava il culo, e neanche perché lui era alzato di fronte al lungo banco. C’era nel suo sguardo una certa noia palpabile, sotto l’ombra delle sopracciglia che mi parevano perennemente aggrottate.
Guardai le sue dita distese poggiarsi e aderire ai lati del mio quaderno. Speravo ci lasciasse sopra le sue impronte, visibili in ogni loro vellutata curva, dei morbosi vortici.
Distolse il suo sguardo dal mio viso, così mi permisi di crogiolare ancora un po’ sui suoi polsi larghi, il sinistro abbracciato dall’orologio argentato, imponente, che lo faceva sembrare ancora più spesso.
La sua pelle era molto più scura della mia. Sul volto mi tenevo il velo trasparente della fame viscerale, un lenzuolo di candido appetito. Lo sentivo affaticarmi il respiro e dalla gola potevo udire un fischio del baratro in cui una volta caduta non avrei emesso alcun tonfo. Avessi chiuso gli occhi, avrei sentito solo il suo odore di voragine e terra arida. Solo io potevo conoscere il rumore delle mie ossa rotte, pane raffermo, la carne lacera come di agnello. Ma lui mi avrebbe distinta da un animale? Lunghi organi umidi di muco e di sangue, il profumo alcolico floreale poteva addolcire il mio essere ormai carcassa? I miei capelli avrebbero tenuto la piega, l’odore di mandorla e ferro da stiro?
Fissando il suo avambraccio, abbronzato, cotto dal sole, inclinai la testa da un lato, come feci quando ci poggiai i denti sopra, mentre cercava di recuperare una penna che stava alla mia destra. Era una biro, nera, con l’inchiostro scoppiato sulla sfera di proiettile, sporca dalle parole violente che affiancava al suo vecchio libro imbrunito, con la sua mano sanguinaria.
Era un pomeriggio nuvoloso, ma la luce grigiastra del sole attraverso la coltre di zucchero era torbida e rassicurante seppure fredda. Penetrava le vetrate quadrate della porta del suo studio, dalla vernice verde scorticata, cicatrici verticali di graffi profondi e carne viva di legno venoso.
Il braccio odorava nebulosamente di vaniglia, ma era invece radicato, come al solito, sulla sua abbronzatura e sullo strato di peluria, l’aroma di tabacco.
Sentii sulla punta dei miei canini il sapore affumicato.
Mi disse di smetterla, ma stava ridendo un po’ mentre allontanava il braccio dalla mia bocca, io non avevo lasciato altro che una corta impronta di saliva in corrispondenza dei miei incisivi.
Mi piaceva talmente tanto vederlo sorridere ma le sue labbra non ci erano abituate, anche quando scherzava, mentre discuteva, si rifiutava categoricamente di mostrare un’espressione gradevole alle sue stesse battute, restando impassibile.
Mentre mi parlava, sentivo le iridi allargarsi assieme al cuore e la gola seccarsi di una sete inspiegabile. Il suo accento era generico, ma la sua cadenza era insolita, e cercavo spasmodicamente di coglierne ogni singola particolarità, così, una volta tornata a casa, avrei potuto inscenare con un’immaginazione fervida delle meravigliose commedie d’amore in cui mi dedicava parole dolcissime.
Certe volte, mi faceva dei complimenti, e io sentivo il sangue farsi bollente, insopportabile al petto, e avrei voluto farglielo bere intero, fino a che non sarei diventata trasparente.
Nella sera in cui lo fissai a lungo, prima di tentare di afferrare i suoi occhi sfuggenti, senza riuscirci, mi creai un diversivo col naso, così inspiegabilmente perfetto, piccolo e dritto, adorabile, che cozzava col resto del viso, serio e concentrato. Lo mosse come un criceto. La luce tenebrosa dei lampioni ne accendeva la punta con un cerchietto netto e candido.
Cercai ancora gli occhi al buio, ma lo sguardo cadde su una chiazza di vomito sopra l’asfalto che mi fece rabbrividire.
Avevo una paura matta del vomito.
Non avrei voluto arrivarci, ma nel disgusto per quella macchia immonda che sbatteva come in un flipper persino sul muro davanti, le mie pupille terrorizzate si ancorarono alle sue labbra.
Si muovevano poco mentre parlava, ed ero col cuore dappertutto, perché parlava solo a me. E ancora la chiazza di vomito. Non riuscivo a sopportare nessuna delle due cose. Era così difficile guardargli la bocca, perché il mio stomaco emetteva un rumore terrificante solo al pensiero di farlo. Non riuscivo mai a calmare i nervi alla sensazione di avere la sua voce solo per me, di quella concessione che mi pareva peccaminosa solo per i brividi che mi provocava.
Senza chiedergli il permesso, ricordo di averlo baciato.
È probabilmente dal bacio che è nato il mio cannibalismo.
Volevo mangiare la sua bocca e volevo che lui di me mangiasse tutto quello che desiderasse, solo a patto che mi dicesse le mie interiora erano bellissime, e che le amava con lo stesso ardore con cui lo farebbe se il mio corpo rimanesse uguale ad adesso che ho vent’anni.
Volevo che mi mordesse, che potessi vedere sul boccone mancante l’impronta esatta dei suoi denti, con l’impercettibile spazio tra gli incisivi. La carne bianca, morbidissima, che si lacera e si sporca a schizzi lontani di sangue scuro, pulito con le dita prima di morderne un altro pezzo, lasciando quelle striature rosse vive, con le piccole bolle di colore più compatto che già iniziano a coagularsi. Volevo che amasse il mio sapore di amarene sciroppate, le mie giunture e denti i noccioli, esplosioni di cespugli e fiori vecchi, calpestati, vomitevoli.
Mentre lo stringevo a me, il più forte possibile, desideravo ardentemente che mi tirasse le corde vocali via dal collo, che spolpasse le mie gambe.
Se avesse baciato il dorso della mia mano, avrei voluto che ne mordesse il polso, e che il mio palmo se ne calasse all’indietro come un rametto di ulivo spezzato, e le unghie come le sottili foglie rigide alle estremità.
Gli avrei detto, “Sei così bello quando il mio sangue ti sporca la bocca”.
Quando lasciava che io mi appoggiassi su di lui, seduto davanti alla sua scrivania, avrei voluto aprirlo al centro del petto, attraverso la sua bellissima camicia azzurra, che inzuppata di sangue mi dava appetito. E avrei voluto infilarmi esattamente tra tutte le sue costole, al posto dei suoi polmoni carbonizzati, o forse insieme a loro, solo per sentirlo respirare ancora meglio, per vedere il suo cuore contrarsi. Finalmente non avrebbe più avuto l’odore del tabacco, solo il profumo ferroso del suo sangue, rovesciarsi a fiotti ovunque, scivolare tra le pieghe del pavimento, macchiarmi sotto le unghie, inzupparmi i capelli, colare sulle mie guance in lacrime caldissime e pesanti.

I suoi occhi erano scuri e stanchi dietro le lenti degli occhiali, lui guardava oltre il mio orecchio. Una chiazza grigia di barba tagliata il mattino stesso gli occupava metà del volto. Mi piaceva così tanto che mi trattenevo seduta solo per non baciargli le guance in pubblico.
Serrai i denti.
Mi morsi l’interno di una guancia.

«Penso che non dovremmo più vederci.»
«Perché?»
«Meriteresti molto di più. Alla tua età, e tutto il resto. Sei una bella e brava ragazza, tanto intelligente.»
«Okay.»