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Le vecchie di Gennefield

VECCHIE copertina

Clarice Varesi

Illustrazione di Nikname


Capitava che Ivy fumasse tabacco e capitava che ne offrisse a Lorelai, la quale ogni volta rifiutava.
«Lorelai, vuoi un tiro?»
«Un tiro?»
«Un tiro di sigaretta…»
«Oh no Ivy, io non fumo!»
«E perché non fumi?»
«Perché non ho mai fumato e poi non mi ci vedo proprio.»
Lorelai non fumava sigarette perché da quando era nata non ne aveva mai fumate e poi perché costavano, e non poco. Ma da quando Ivy, alla fermata del bus, gliene aveva proposto un tiro lei non aveva fatto altro che pensare a quello. Tra le mura domestiche, al riparo da occhi indiscreti, le capitava di trovarsi a fare le prove. Un cucchiaio di legno, una matita, non importava a cosa servisse quell’oggetto, se lo metteva tra l’indice e il medio della mano destra e poi lo portava alla bocca; tenendola raccolta in una smorfia a simulare un bacio raccoglieva tutta l’aria che i suoi polmoni potessero contenere. Se ne stava in apnea qualche istante e poi, allontanato l’oggetto dalle labbra, si liberava dall’aria in un rumoroso soffio che nulla aveva a che vedere con la sua discrezione.
Uno, due, tre mesi, questa storia l’aveva tormentata tanto a lungo che un giorno di giugno, alla fermata del bus, aveva sfoderato una tale faccia tosta da chiedere a Ivy di poter provare un tiro, uno solo. Ivy si era messa a ridere e le aveva passato la sigaretta senza esitare un secondo. Era così che le due, mattina e sera alla fermata di Gennefield, si erano conosciute ed erano diventate amiche e poi erano diventate vecchie.

«Ivy, dimmelo ancora una volta, hai rispettato le dosi?»
Lorelai estrasse dalla credenza due splendide tazze in porcellana di Limoges, le posò sul vassoio e Ivy iniziò a versare.
«Certo, cara. Due grammi di infuso in un litro d’acqua.»
«E non staremo male, me lo assicuri?»
«È tutto secondo la ricetta di Ruth. E sai quanto Ruth sia precisa in cucina.»
«Precisa tranne per la festa di primavera, quando al banchetto di Mary Johanne portò quella torta di mele…»
«Abominevole, ma non era stata colpa sua. La nipote le aveva dettato al telefono la ricetta sbagliata e lei si era attenuta a seguire le indicazioni. Ricordi?»
«Ricordo solo che la torta era un mare di farina con a mollo due boe di mele.»
«Ma cosa ti prende? Non ti ho mai sentita così dura. E poi la torta te l’eri mangiata.»
«Solo per non farla rimanere male.»
«Dimmi la verità Lorelai, ti sei già pentita? Non vuoi più farlo?»
«Ma no, non mi sono pentita, è che vorrei essere sicura che tutto vada secondo i piani. E poi c’è quel fatto…»
«Quale fatto?»
«Ivy, non ti arrabbiare, dai. È solo che stamattina ho visto quell’uccello che ogni giorno si posa sul filo davanti alla finestra della camera. Paf, l’ho chiamato così quel tenero codirosso a cui lascio le briciole di pane e torta sul davanzale. Se io non ci sarò più chi se ne occuperà?»
«Ecco, lo sapevo. Quindi ora per uno stupido uccello che ogni tanto viene a elemosinare briciole sul tuo davanzale vuoi mandare all’aria il piano?»
«Ma no Ivy, non è così. Ti sto solo dicendo che quell’uccello ogni anno, da maggio a ottobre, si trasferisce nella mia rimessa, nel solito nido di tutti gli anni. Lì cova le uova e poi nascono i piccoli. Sono nove anni che viene e mi trova, mentre l’anno prossimo quando tornerà non mi troverà più. E chissà cosa accadrà alla rimessa con l’arrivo dei nuovi proprietari.»
«Si arrangerà, esattamente come fanno tutti gli uccelli.»
«E poi ci sono le rose.»
«Le rose? Oh signore, anche le rose, sentiamo!»
«Le mie amate rose: Queen Elizabeth, Emily Brontë, Desdemona e la piccola Bathsheba? Che fine faranno?»
«Ascoltami bene, Lorelai. Ne abbiamo parlato per più di due mesi. Siamo vecchie e…»
«E oblique, lo so! E a noi piace essere perpendicolari a terra. Poi siamo vecchie e siamo malate…»
«E non vogliamo morire in un letto di ospedale, scheletriche, incapaci e con un sondino a nutrirci.»
«Lo so, non ho cambiato idea Ivy, come te lo devo dire. Stavo solo pensando a delle cose.»
«Delle cose che ti stanno facendo cambiare idea, mi pare…»
«Mi sto solo prendendo il tempo che mi serve.»
«Quanto credi che te ne servirà ancora?»
«Non lo so Ivy, uno passa una vita a pensare di morire e poi quando arriva il momento è allora che ci pensa, alla vita.»
«Per quanto tempo potrà durare ancora la vita a cui stai pensando? Settimane? Mesi? E poi? Poi saremo ancora da capo, ancora più oblique. Tu distrutta dalle chemioterapie, con unghie caduche e cappelli a coprire il capo ormai nudo. Il volto gonfio e lo sguardo già spento. Io sarò ancora più stanca e poi, poi forse ci mancherà il coraggio.»
Gli occhi di Lorelai si velarono di lacrime e a Ivy, sempre forte e impenetrabile, iniziò a tremare la voce. Lorelai aprì le braccia come ad invitare Ivy in un abbraccio.
«Lorelai, hai mai visto qualcosa di più deprimente di due vecchie che si abbracciano?»
Si mise a ridere e le due si abbracciarono strette, la tensione si sciolse in pianto vero, ma solo per pochi istanti perché subito Ivy riprese le redini della situazione e interruppe il groviglio.
«Ascoltami bene Lorelai, sorseggeremo il nostro infuso e tutto andrà secondo i piani.»
«E non staremo male? Sei sicura?»
«Nella peggiore delle ipotesi non ci succederà un bel niente. Ce ne resteremo qui ad aspettare e non succederà niente.»
Lorelai annuì con la testa.
«Prima possiamo mangiarci una fetta di torta?»
«Ma come ti viene in mente!» Sorrise e aggiunse: «Solo una, ché hai il diabete.»
Scoppiarono in una risata, nervosa e liberatoria, e si mangiarono la torta. Poi Ivy tolse i piatti e le forchettine e li posò sul secchiaio. Estrasse il rossetto e davanti allo specchio dell’ingresso si ritoccò le labbra.
«Mai farsi sorprendere senza rossetto!»
Lo stesso fece Lorelai. Si sedettero al tavolo evitando di guardarsi negli occhi e, senza remore, Ivy bevve il primo sorso. Aggiunse del miele e continuò a bere. Poi toccò a Lorelai mentre un tiptap di tazze e piattini sovrastava il silenzio.   Passò un quarto d’ora quando Lorelai interruppe la danza.
«Ivy, senti qualcosa?»
«No, Lorelai, nulla.»
«E se hai sbagliato le dosi?»
«Ti ripeto che non ho sbagliato le dosi, devi solo essere paziente. Lorelai, puoi stare zitta una buona volta?»
«Non posso stare zitta, Ivy, mi aspettavo che andasse in un altro modo e tu me l’avevi promesso.»
«Promesse, promesse! Sono stanca di farti promesse, adesso siediti e smettila di piagnucolare.»
Ivy respirò profondamente e chiuse gli occhi, mentre Lorelai, esausta, incassò il rimprovero e avvicinandosi alla poltroncina in vimini si abbandonò sui morbidi cuscini.

«Ivy, mi senti? Svegliati!»
Era Ruth a chiamare con insistenza l’amica. Ivy aprì gli occhi e subito si alzò ritta sulla poltroncina con lo sguardo rivolto verso Lorelai. Se ne stava immobile distesa, parallela al pavimento di cementine verde acqua. Il volto sereno, il rossetto perfetto. Non si era scomposta di un millimetro.
«È morta?»
«Sì Ivy, Lorelai se ne è andata.»
Non riuscì più a trattenere le lacrime. Ruth l’abbracciò.
«Sono una codarda, ho dovuto prendere il sonnifero. Ti avevo promesso che sarei stata sveglia, ma non ce l’ho fatta. Ti giuro Ruth, non ce l’ho fatta. E se si fosse sentita male? Se qualcosa fosse andato storto? Non me ne sarei nemmeno accorta.»
«Ivy, hai fatto quello che dovevi e ora non ne parleremo più. Vai a casa, ci penso io ad avvisare gli altri.»
Ruth lavò le tazze, incartò la torta avanzata e gliela mise nella borsetta, ma subito Ivy la scartò, raccolse una bella manciata di briciole e si diresse nella camera da letto di Lorelai. Aprì la finestra, rovesciò le briciole sul davanzale e simulando un fischio lieve richiamò l’attenzione di un codirosso che se ne stava proprio sul filo davanti alla camera. Ripeté il fischio due, tre, quattro volte fino a che Paf prese il volo in direzione del davanzale. L’indomani, della torta, non era rimasta nemmeno una briciola, ma per fortuna Ivy ne aveva una nuova fetta in borsa.