Graziana Patanè
Illustrazione di Claudia Corso Marcucci
Adesso si accorgeva delle differenze, come quel neo sulla fronte che mancava. A eccezione di qualche foto, lo aveva visto una sola volta a Pietrasanta un paio di anni prima, in occasione di un festival di libri. Era stato ospite di un’intervista. Il presentatore – lei ricordava un ragazzo biondo sui trent’anni – pescava da una scatola dei foglietti su cui erano state scritte delle domande. Giovanni Lindo Ferretti e l’altro ospite – le sembrava fosse un giornalista o uno scrittore siciliano, o forse entrambe le cose, ma non ne ricordava il nome – dovevano rispondere a turno allo stesso quesito. Che genere di domande? Non ricordava neanche questo, soltanto che il cantante e il giornalista-scrittore erano seduti nel presbiterio di una chiesa sconsacrata. Le sedie disposte all’interno dell’unica navata erano già occupate quando lei era arrivata. Aveva trovato posto sul gradino di una nicchia laterale, sotto l’immagine di chissà quali santi.
Per un attimo aveva creduto di ritrovare Ferretti in quel locale semibuio in cui era appena entrata perché l’uomo in piedi al centro della pista ancora vuota, che indossava un cilindro sulla testa e un cappotto di pelle nero, lungo fino a sfiorare un paio di anfibi, era uguale al cantante dei CCCP. Gli stessi baffi, le stesse basette, la stessa corporatura. Ma non era Lindo Ferretti. Era il proprietario di quel locale di Viareggio, glielo aveva detto l’amica che avrebbe suonato quella sera – lei era lì per il concerto. Mentre parlavano, l’uomo che aveva scambiato per Ferretti si era avvicinato all’amica trascinandola via per presentarla a un paio di persone e lei, vedendolo da vicino, aveva notato le differenze. Il neo che mancava sulla fronte, i tatuaggi che sbucavano fuori dalle maniche del cappotto a riempire i dorsi delle mani, la voce acuta, strascicata.
Si girò verso i due amici che l’avevano accompagnata. Li trovò fermi davanti al bancone in attesa dei cocktail che avevano ordinato.
«Non è uguale a Lindo Ferretti?» domandò.
«Chi, quello bruciato?» chiese Anna e lei annuì.
«Un po’» disse Anna.
«Secondo me, il 70% del suo corpo è composto da alcol e droghe» sentenziò Giovanni.
Rise anche lei. In effetti, la voce impastata e l’andatura ciondolante e molle potevano far supporre valida l’ipotesi.
«Andiamo a fumare prima che cominci?» chiese Anna, porgendole il drink e afferrando il suo. Domandarono a Giovanni se volesse accompagnarle.
Si diressero verso il maniglione antipanico, Giovanni lo spinse con la mano libera, mentre con l’altra reggeva la birra che aveva ordinato, per ritrovarsi in un cortile di cemento creato da un muro e due cancellate, illuminato da una luce verdastra e aliena, già occupato da un paio di fumatori e le tornò in mente una situazione simile, anche se quella volta la luce aveva un colore diverso e lei era da sola con Anna.
«Io arrivo da Positron 34» disse Giovanni, mentre si dirigevano verso un angolo.
«Cos’è Positron?» chiese Anna poggiando il drink a terra. Anche lei seguì il suo esempio, prima di tirare fuori il tabacco dalla borsa.
«Un pianeta che ho appena inventato. È collocato nella galassia di Sautrox.»
«Scommetto che hai appena inventato anche Sautrox» disse lei.
«Ovvio. Troppo lontano per essere scoperto, si trova a venticinque milioni di anni luce da qua» spiegò Giovanni.
«Viaggio impegnativo!» disse lei. «Io, invece, vengo da Sirio.»
«Ma Sirio è una stella!» la rimproverò Anna.
«E allora?» chiese lei, rollandosi la sigaretta.
«E allora fa troppo caldo sulle stelle, mica possono essere abitate.»
«A parte che l’universo è sconfinato e noi stiamo qua, su un puntino che in confronto è grande quanto un granello di polvere e guardiamo il resto da fuori, con strumenti limitati che abbiamo inventato noi, e quindi che cavolo ne sappiamo di quello che succede veramente? Magari ci sono alieni composti di luce e abitano le stelle che quindi ci appaiono luminose per quello. Io voglio essere un alieno di luce che si è momentaneamente trasferito in un corpo umano, posso?»
«Liberissima!» rise Anna, soffiando poi una nuvola di fumo. «Io vengo dal sistema Toi 250. O era 270? Comunque, da uno dei pianeti di Toi.»
«Io inventore di galassie, tu di sistemi» disse Giovanni.
«No, no, Toi esiste, l’ho letto non so dove, me lo ricordo perché era nella costellazione del Pittore!»
«Mai sentita. Ma la mostra, invece?» chiese lei.
Restarono il tempo di un’altra sigaretta a chiacchierare dei dipinti che Anna avrebbe esposto a breve in una piccola galleria pisana, rientrando per via dei bicchieri vuoti. Si diressero al bancone per ordinare ancora da bere.
Il locale era quasi deserto, si sarebbe riempito dopo la mezzanotte per il DJ set, ai concerti che li precedevano andava poca gente, glielo stava spiegando adesso l’amica cantante che l’aveva raggiunta al bancone. Non avrebbe voluto suonare quella sera, ma aveva dovuto accettare l’invito del finto Ferretti che si occupava anche di radio, riuscì a dirle sottovoce prima che l’uomo la trascinasse via. Quando si era avvicinato, lei aveva avuto modo di notare il neo mancante e i tatuaggi, poi si era girata verso gli amici che aspettavano i drink. Aveva fatto un commento sul finto Ferretti, Anna le aveva passato il cocktail, lei aveva chiesto se volesse fumare. Avevano invitato anche Giovanni, era stato lui a spingere il maniglione antipanico con una mano mentre nell’altra reggeva un gin tonic. Si erano ritrovati in un cortile formato da pareti di cemento, illuminati da una luce cadaverica. Un paio di fumatori li guardarono, mentre si dirigevano in un angolo e Giovanni disse di essere morto vent’anni prima, durante l’asportazione di un tumore benigno. Una passeggiata, l’aveva definita il chirurgo prima dell’intervento, ma c’era stata una complicazione e lui dopo vent’anni non ricordava più quale. Mentre rollava una sigaretta, Anna aveva detto che era impossibile che lui non ricordasse i motivi della sua morte visto che lei, i suoi, li ricordava benissimo: aveva smesso di mangiare, voleva scomparire, diventare uguale a quel nulla che si sentiva di essere, salvo poi scoprire che il nulla non esisteva e tutto andava affrontato ancora e ancora. Era successo quattro anni prima.
Lei invece aveva ipotizzato che potesse essere una questione relativa al tempo, i vent’anni di Giovanni potevano aver cancellato alcuni ricordi, già dopo sette anni non ricordava se a non fermarsi allo stop fosse stata lei o il camion, ma erano sottigliezze che non cambiavano il risultato finale. Fumarono un’altra sigaretta prima di rientrare per ordinare dei nuovi drink.
Il locale era ancora vuoto, erano arrivati presto. Mentre aspettava il cocktail si avvicinò la sua amica cantante, le disse che era contentissima di vederla là, il concerto era sold out, era davvero felice di poter suonare quella sera. Era stata interrotta dal proprietario del locale, venuto a trascinarla via per presentarla a un amico giornalista. L’amica si era allontanata con quell’uomo dall’andatura molle e ciondolante e lei si era girata verso gli amici che aspettavano davanti al bancone per chiedere se anche a loro quel tizio non ricordasse qualcuno. Giovanni disse che sì, gli ricordava il cantante di un gruppo famoso di cui adesso non gli veniva in mente il nome e lei allungò il drink ad Anna prendendo anche il suo, mentre Giovanni chiedeva se non volessero uscire fuori a prendere un po’ d’aria e loro due dissero di sì, ne avrebbero approfittato per fumare.
Giovanni spinse il maniglione antipanico con la mano libera, nell’altra un mojito, e si ritrovarono in un cortile di cemento, illuminato da una luce giallastra. Si diressero verso una panchina vuota in un angolo e lui si sentì come dentro a una delle opere di Olafur Eliasson che avevano visto a Palazzo Strozzi un paio d’anni prima. «Solar compression» disse lei. Ricordava bene opera e titolo di quel disco creato da uno specchio convesso che rifletteva i loro corpi e la luce gialla a mono-frequenza che oscillando saturava la stanza e il suo contenuto trasformando il miele in cenere. Ed era incredibile come bastasse poco, un leggero movimento di specchio e luce per cambiare tutto, anche se poi in fondo restava tutto uguale. In quel momento la porta da cui erano entrati si era aperta ed erano apparsi due ragazzi, ciascuno con una sigaretta in bocca, che accesero subito. Anna disse che dovevano organizzarsi per andare a vedere la mostra di Kiefer prima che finisse, lei ricordò che tra le tante cose che avrebbero dovuto ancora fare c’erano anche la visita al giardino Spoerri e il tour della cantina disegnata da Renzo Piano. Fumarono un’altra sigaretta programmando tour che tutti e tre sapevano avrebbero disatteso perché i piani ideati in un locale di sera, tra un drink e una nuvola di fumo, svaniscono il giorno dopo alla luce del sole che batte sul calendario appeso in cucina, sull’elenco di impegni già presi, sulla mancanza di coincidenza tra le varie vite perché fino a metà giugno erano tutti impegnati e l’ultima settimana lei sarebbe stata a un matrimonio in Sicilia, Anna sarebbe dovuta andare a trovare un’amica, soltanto Giovanni libero, mentre la settimana dopo ci sarebbe stato il Festival nel Labirinto e quello successivo Giovanni avrebbe fatto un giro in barca e poi l’estate e le ferie e il caldo. Ma prima o poi avrebbero trovato un punto d’incontro, si dissero guardando i bicchieri ormai vuoti e decidendo di rientrare per ordinare ancora da bere.
Lei guardò la sala deserta e il piccolo palco in fondo su cui erano stati montati la tastiera e il microfono che sarebbero serviti per le prove. Il concerto avrebbe avuto luogo la sera seguente, ma aveva già un impegno, motivo per cui aveva raggiunto l’amica quella sera, per farle compagnia e perché all’amica faceva piacere che almeno ascoltasse le prove, vista l’assenza dell’indomani. Stavano chiacchierando quando il titolare del locale, un tizio sbilenco con un cilindro in testa, le raggiunse di fianco al bancone per chiedere all’amica di accompagnarlo dal fonico che aveva bisogno di parlarle.
Rimasta sola, si voltò verso il bancone vuoto e poi si diresse verso il maniglione antipanico. Uscì nel cortile di cemento illuminato da una luce rosata cercando di ricordare, mentre accendeva una sigaretta, dove già avesse visto quell’uomo. Non seppe neanche lei perché le venisse in mente un’immagine priva di attinenza, quella di una Madonna circondata da santi, sorretta in un abbraccio dalla madre. “Ma vai tu a sapere come funziona il nostro cervello” si disse. Talvolta le sembrava che il suo fosse pieno di frammenti sparpagliati e liquidi che si andavano ricombinando in connessioni assurde, prive di ogni senso, perché adesso che senso poteva mai avere quella Madonna se lei stava pensando all’uomo che forse era soltanto qualcuno che somigliava a qualcun altro? O forse neppure, la somiglianza era una semplice illusione generata da uno scherzo della memoria.


