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Magenta

MAGENTA copertina

Andrea Segala

Illustrazione di Francesca Vitolo


Credevo che tutto si potesse risolvere con i pugni e che a nulla servissero le lamentele. Ero convinto che quelli come Mamma, che si lagnano senza concludere niente e pensano che i propri problemi, dopo averli condivisi ad alta voce, appartengano anche a chi gli sta intorno, meritassero di restare i falliti che erano. Questo Papà lo capì prima di me: lui agiva in silenzio, e in silenzio mi insegnò ad agire come lui, a fare ciò che serve senza fiatare.
Non c’erano d’altronde alternative altrettanto valide, anche perché prima di quella le provai tutte – rispondere a ogni provocazione, piangere, riferire i torti subiti alla Milani o a Gusmeroli, assumere la parte del bullizzato – e tutte si rivelarono inutili. Fui costretto a trovare un metodo che mi consentisse di sublimare la voglia di strangolare chiunque avessi davanti senza farmi rinchiudere al Beccaria.
Ogni giorno entravo in copisteria, facevo un cenno al proprietario dietro al bancone, aspettavo che la stampante miscelasse i colori e li imprimesse sui fogli e gli lasciavo i dieci centesimi a faccia, limitandomi ad assentire a tutte le sue domande: «Oggi solo due? Ieri lui è passato di qua, ma è di San Massimo? Lei è la tua fidanzatina? Fammi indovinare, tua mamma?» Sistemavo le facce nella cartelletta di plastica, uscivo e correvo verso casa, pensando solo a dove le avrei attaccate – l’anta dell’armadio, la porta di camera mia, il termosifone – o al momento in cui avrei fatto aderire bene i quattro pezzi di scotch e avrei premuto forte con la mano sulla superficie scelta.
La prima volta funzionò quasi alla perfezione.
«Manuel, dai, vieni.»
«Ma aveva detto il mercoledì.»
«Dovete tenervi sempre pronti.»
«Sì.»
«E dovete studiare giorno per giorno.»
«Sì, ha ragione.»
«E sapete che ho bisogno di ancora due voti prima dello scrutinio.»
«Non ho ripassato.»
«Tre.»
Scannerizzai dal catalogo della scuola la foto di gruppo dei professori, la ritagliai e ingrandii la faccia della Resmini fino a rendere il diastema tra gli incisivi superiori un unico pixel nero, poi inviai via mail il risultato alla copisteria. A casa la attaccai con cura dietro l’asciugatrice in veranda, dalla parte opposta dell’oblò, e le sfondai la faccia, poi imparai a memoria la dimostrazione della disuguaglianza di Bernoulli. Due giorni dopo mi offrii volontario. «Sei e mezzo.» Il pomeriggio stesso, smanettando con Photoshop, riuscii a far entrare il suo faccione da capibara in HD in un foglio A3. Lo stampai, lo attaccai sotto la scrivania e lo presi a pugni finché non si accartocciò tutto. «Nove. Bravo, Manuel.»
Così da quella volta andò sempre tutto progressivamente meglio. Le facce cambiavano, ma il meccanismo rimaneva lo stesso: se qualcuno mi faceva sentire stupido o inadeguato, per placare la rabbia bastava che vedessi la sua faccia sgualcita o appallottolata a terra, usata come carta igienica o fazzoletto, attaccata ai bidoni della città come un manifesto di cattura a colori brillanti, il magenta che donava alle guance una tonalità viva, reale. Funzionava anche con le ragazze, prima quelle che mi rifiutavano, poi quelle che mi facevano aspettare un mese per un bacetto. Una di loro, il sabato pomeriggio in cui le infilai la lingua in gola, mi mise la mano sul pacco convinta che mi eccitasse, non immaginando il mio sfogo di un’ora prima sulla sua faccia stampata.
Papà, intanto, se ne stava sul divano facendo zapping tra i canali delle televendite, ignorando i miei colpi al muro o alla testiera del letto, non lamentandosi mai e non chiedendo niente né a me né a Mamma, che invece continuava a lagnarsi tra sé e sé per l’artrosi. L’unico a rompere le palle era il tipo della copisteria che, vedendo quelle facce ogni giorno diverse, non rinunciava a farmi domande a cui ormai non rispondevo più, se non porgendogli i soldi e pregandolo con lo sguardo di starsene zitto. L’unica volta che non riuscii a controllarmi fu quando mi disse che era finito il magenta prima che dalla stampante uscisse la faccia di Benedetta.
«Neanche in magazzino?»
«Oggi pomeriggio me lo faccio arrivare. Ma posso stampartela comunque in bianco e nero.»
«No, non funziona.»
«In che senso?»
«Mi serve ora. A colori.»
«Non riesco.»
Tornai a casa di corsa e presi a pugni le facce della Resmini e di Gusmeroli, senza riuscire a liberarmi dal pensiero di Benedetta e della sua amica che mi aveva visto baciare un’altra ragazza alla fermata del bus. La tartassai di chiamate e messaggi finché alle due di notte non mi bloccò ovunque, allora mandai una sua foto nuda alla copisteria, insieme a un’altra trovata su Facebook che ritraeva il proprietario abbracciato alla figlia. La mattina dopo, mentre mi stava per chiedere scusa per la negligenza del giorno prima, si accorse di chi era la faccia in cima.
«Non puoi.»
«Posso. È pubblica.»
«Sono dieci centesimi» disse, strappandosi a strisce insieme alla bambina.
Realizzai allora che non avevo mai capito veramente come funzionava, che avrei dovuto fare come Giovanni con me dopo che mi ero lamentato al campo scuola per un suo presunto fallo di mano, o come Papà quella volta che Mamma aveva risposto al telefono mentre pranzavamo e aveva iniziato a lamentarsi delle colleghe e delle pulizie di casa e dell’artrosi; realizzai che i miei fino a quel momento erano stati solo pugni alla scrivania e che andando avanti così non avrei mai risolto nulla. Feci come Giovanni: spinsi il tipo contro il muro, gli sputacchiai sugli occhi dicendogli: «Mi hai rotto il cazzo» e gli diedi una testata sul naso; poi feci come immagino avesse fatto Papà quella volta, prima che tornassero entrambi a tavola – lui col riporto sconvolto, lei coi bottoni del pigiama saltati – tranquilli, certi che Mamma non si sarebbe più lagnata al telefono.