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Memento mori

MEMENTO MORI copertina

Martina Draft

Illustrazione di Danila Riccio


Tiziano conosceva a memoria un indirizzo: Campo dei Mori, civico 3386, Venezia. E questo era tutto ciò che c’era da sapere.
Il servizio fotografico era stato commissionato da una senhora brasiliana, tale Oliveira, che aveva comprato la casa da un paio di anni. Aveva scelto Tiziano perché era uno dei pochi professionisti, in laguna, a scattare in analogico; inoltre, faceva il proprio mestiere a bocca chiusa, dettaglio fondamentale per mantenere la riservatezza richiesta nel contratto. L’incarico iniziava il 2 novembre e Tiziano ci era andato di buon’ora, fischiettando. Per lui, Venezia in autunno era la città più bella della Terra, con la nebbiolina a intrecciare calli e canali in lunghi merletti, le facciate delle case che parevano savoiardi immersi in una tazza di latte e i turisti che cadevano dritti in acqua appesi ai loro selfie stick con i cellulari incorporati.
La senhora lo aveva accolto con un lieve ritardo, dalla porta principale sul Rio della Sensa, e questo gli aveva dato modo di studiare le architetture. Roba da siori, l’avrebbe definita, se avesse avuto il permesso di parlarne a qualcuno.
L’interno si apriva arioso, illuminato da ampie vetrate che spezzavano il soffitto in due cerchi di luce. L’arredamento sembrava uscito dal catalogo di una fiera dell’antiquariato, dove comodini rococò in tinte pastello, abat-jour con i lustrini dorati, cofanetti in argento e cassapanche orientali convivevano incastrate con stravagante armonia nei medesimi spazi. La senhora apparteneva alla stirpe di modelle che a quelli del calibro di Tiziano era concesso ammirare solo sui calendari Pirelli: donna alta e formosa, con occhi di cristallo su una cornice di pelle crème brûlée. Consapevole del suo dono genetico, posava come una madonna e si faceva immortalare davanti a sfondi diversi, con vestiti abbinati.
Il primo giorno indossava un abito di seta color cervo e Tiziano l’aveva ritratta davanti a un armadio in legno grezzo svedese. Il secondo era coperta di piume di pavone e lui l’aveva fotografata accanto a un affresco di scene bucoliche. Il terzo aveva un tubino di paillettes arcobaleno e un arazzo marocchino le faceva da scenografia. Il quarto si era vestita di lino bianco e si era stesa in una vasca di ceramica.
Ogni cosa, intorno a lei, prendeva vita, e bastava seguirla per andarsene a spasso per il mondo. Un momento inspiravano l’aroma agrumato dei sentieri della Galizia e allo scatto successivo li avvolgeva l’alito terroso della foresta amazzonica. Un momento calpestavano foglie di ginkgo nell’autunno di Hokkaidō e allo scatto successivo montavano elefanti nella giungla indocinese.
Non si annoiava Tiziano, e tra i due correva quel tipo di elettricità per cui in natura i lampi disegnano traiettorie paurose e incredibili. Quando scrutava la senhora, riparato dietro l’obiettivo, la pelle sulle braccia si faceva ruvida e spingeva in alto i peli, e non avrebbe saputo scegliere, per descriversi, tra gli aggettivi eccitato e stordito.
Si sentiva vivo, su questo non aveva dubbi.
Aveva anche sentito, in più occasioni, il cuore battere al ritmo del cinguettio degli uccelli nei dipinti campestri, e il naso inebriarsi con l’odore delle antilopi intagliate sui totem africani. Aveva visto la senhora dare il becchime alle galline di un quadro, e si era convinto che i ricchi fossero di una razza diversa dalla sua. Quella volta, uscendo da Casa Oliveira si era imbattuto in suo cugino Neccio Scapocchin, fresco di osteria, che l’aveva pedinato un pomeriggio intero per i vicoli e le calli, prendendolo in giro per l’abbronzatura fuori stagione. Fortuna aveva voluto che fosse troppo rosto per accorgersi del suo abbigliamento da safari.
Anche se avesse potuto, sarebbe stato impossibile far credere al parente che, durante le sessioni di posa, i cammelli delle litografie egizie si sporgevano per ruminargli in faccia, e appena si staccava dalla macchina questi tornavano al loro posto. Si trattava del passatempo preferito dalle bestie e assomigliava molto al gioco che faceva da bocia: “Un Due Tre Stai Là”, quando tutti si impegnavano a restare immobili, ma per un breve attimo rimaneva la scia del movimento precedente alla stasi. Sia con i cammelli che con il sibilo del cobra sul batacchio, il tubare della colomba imbalsamata e il rugliare del tappeto in pelliccia di orso, aveva pensato: “Xe robe da matti!” ed era andato all’osteria a berci sopra.
Tiziano si avvicinava agli ottanta con un’andatura sciatta da artista a metà, e un curriculum mortificato da album di sacramenti e feste di laurea. Tanto erano morbide e delicate le movenze della senhora, tanto erano goffe e lente le sue. Non si parlavano, e a lui stava bene così, visto che i schei li prendeva in ogni caso e in anticipo. La sera, nello studio di Campo Santa Margherita sviluppava i negativi e metteva il materiale in una busta indirizzata alla Oliveira. Consegnare il pacchetto nella sua cassetta della posta, anziché alla cliente, lo lasciava perplesso ma, per il famoso detto per cui affari propri e longevità sono in rapporto di causa ed effetto, aveva assecondato l’imperativo.
Una mattina, finché la senhora si stava truccando, si era messo a misurare gli infissi del salotto con le dita ben tese; ventitré spanne, era certo di aver contato, ed era piuttosto certo di aver pensato che di finestre così lunghe se ne vedevano di rado da quelle parti. Occupato da queste faccende, non si era mai chiesto perché da fuori le finestre risultassero minuscole, e neppure come facesse una casa, che appariva di modeste dimensioni, a contenere quella moltitudine di stanze.
Non se lo era chiesto neanche il giorno della scomparsa della casa.
Il 15 novembre si era presentato all’ingresso secondario con le sue borse e il treppiede, e si era trovato di fronte a un muro imbrattato da scritte con lo spray, in Calle Gregolina. Allora era passato dall’ingresso principale, dove si alzava un’altra parete in pietra viva. A sfavorire la ricerca dell’entrata, era calata una bruma compatta e inclemente. Tiziano aveva percorso il Campo da un lato all’altro tastando le superfici, e alla fine si era afflosciato sopra una delle sacche, aveva ingannato l’attesa sfogliando le foto che aveva con sé.
Guardando gli arazzi nelle immagini si era accorto che le geometrie sulla carta si impastavano, invece poteva giurare che quando aveva ripreso la scena vi erano figure astratte e figure animali ben distinte. Senza nulla da fare che badare alle sfumature, il cervello gli restituiva gli stimoli delle recenti settimane in Casa Oliveira, visioni che non aveva trattenuto con sé, o perché le reputava sciocchezze o perché era concentrato sul progetto. A mano a mano che lo sguardo indagava, affioravano particolari nuovi: il respiro dei tappeti, il pulsare delle mattonelle, l’ansimare dei vetri, il bisbigliare dei lampadari. Ne aveva nostalgia, e fremeva per tornare nella casa. Stava bene là, e sapeva di essere ricambiato.
Difficile dire per quanto si fosse addormentato, perché a un certo punto si era trovato a gambe all’aria in un atrio conosciuto, dove era scivolato leggero e sudato tra le braccia della senhora, che gli aveva accarezzato i capelli con tocco materno. Le mani si muovevano sul suo corpo con fare esperto, facendolo tornare indietro di cinquant’anni, padrone del tempo e dello spazio. Si era visto uomo, adolescente, bambino, feto nel grembo materno, cullato dal moto ondoso dell’universo uterino. Una voce fuori campo cantava una nenia in lingua straniera, a ritmo di quica e berimbao. “Xe portoghese!” Aveva indovinato.
Tornato nei propri panni, si era alzato e aveva preso posto dietro la fotocamera, incrociando gli occhi di lei. Li ricordava della tinta del mare da Pesaro a Bari, ma quelli che vedeva erano del colore del mare da Venezia a Trieste. Nel premere il pulsante di scatto aveva percepito una tensione erotica che si arrampicava lungo i mobili e negli anfratti. Vedeva animarsi le boiserie e i fiori finti sulle tavole e non si sentiva smarrito né perplesso, sapeva, in cuor suo, che tutto stava andando come doveva.
Nelle settimane seguenti la casa sparì ancora e, ogni volta che provava a cercarla, Tiziano si ripeteva che era ora di chiudere baracca e di ritirarsi a Pellestrina, ad aspettare la morte guardando le punte delle scarpe scolorire per il salso. Poi entrava in Casa Oliveira e ringiovaniva di nuovo. Non riusciva, però, a togliersi la convinzione che la senhora avesse un che di familiare: assomigliava alla badante di un amico, o forse alla cameriera di una cantina in cui aveva bevuto, o all’infermiera dei tempi del ricovero per un intervento al ginocchio. Comunque, qualche brasiliana aveva bazzicato nei suoi giri, ma non la metteva a fuoco. Si manifestavano flashback di teste bianche e camici blu, figure sfocate, con la sagoma di giganteschi cotton fioc; gli era venuto un gran da ridere a immaginarseli ruotare attorno alle orecchie. Aveva riso forte e, con una mano sulla pancia e l’altra ad asciugare le lacrime, era arrivato in Campo dei Mori.
Il mattino era limpido, con l’aria pulita e i colori saturi. Stava per mettere la busta nella solita cassetta, quando si era accorto che c’era un giornale a ostruire il passaggio. Portava la data del 2 novembre e il titolo in prima pagina recitava:

“Tiziano Scarti, ex fotografo rinvenuto morto nel Rio della Sensa. Ne danno l’annuncio le operatrici della casa di riposo di Campo dei Mori e la Direttrice Simona Oliveira.”

Tiziano aveva guardato l’icona rettangolare dentro la quale un signore sui settantacinque sorrideva da beota. Nello stesso istante, sul ponte della Sensa era comparso il Neccio, che lo invitava a bere un’ombra de vin. Nel notare l’attrezzatura del fotografo aveva attaccato con le sue domande da indomabile pettegolo.
«Dove ti va? Cosa ti fa? Dove gerito ieri?»
Inutile spiegargli che oggi, come ieri e l’altro ieri, doveva andare a lavorare perché se c’era un’allergia che il cugino pativa dalla nascita, era quella per le otto ore salariate. Tiziano si era limitato a rivolgergli una scrollata di spalle, sventolando le mani con il gesto di scacciare via le mosche.
«Ti xe proprio un pampalugo, Scarti!» aveva ricevuto in risposta dal Neccio.
Mentre varcava la soglia della casa, un pensiero veloce era andato al vecchio del giornale, e aveva archiviato il ricordo tirando un sospiro, sollevato che una simile tragedia non fosse capitata a lui.