Simona Visciglia
Illustrazione di Claudia Corso Marcucci
Bip… bip… olochiamata in arrivo da Unità 7589… bip… bip…
«Ehi, che tempismo! Stavo giusto per chiamarti, volevo ringraziarti per il regalo… meraviglioso! Non ho mai avuto un Diffusore di Ioni Ambiente! Ho provato subito “Spiagge Mediterranee”. Solo una nostalgica come te poteva pensare a un regalo del genere.»
Gilda si sfrega la pelle delle braccia, simulando un brivido di piacere, sotto lo sguardo divertito dell’amica: «Una sensazione avvolgente d’altri tempi.»
«Ah, ma vedrai che col tempo diventerai melensa come me. Quanti anni sono? Centocinquanta, vero?» ribatte l’amica, che campeggia a grandezza naturale nella sala giorno della festeggiata.
«Già…»
«E quindi, amica mia, sei ufficialmente entrata nel club della mezza età, vedrai se non inizi anche tu ad avere nostalgia e a sforzarti di trattenere i ricordi della Terra!»
«Dubito, sono una donna moderna io! E se smetti un attimo di fare la stupida, ti faccio vedere il regalone del mio compagno.»
«Beata te che hai un “marito”» sottolineando la parola con un tono di voce leggermente più acuto «che ti fa ancora i regali di compleanno dopo… quanti anni sono che fate coppia fissa? Ottanta? E fammi un po’ vedere, dai!»
«Emeeeer, c’è una persona in olochiamata che vorrebbe salutarti.»
«Per le galassie infinite! Ma è un Sostituto?! Emer ti ha regalato un Doppione? Non ho parole, è davvero identico a lui, cioè, è anche meglio, si è fatto duplicare con qualche anno in meno quel furbone, eh?»
Ridono entrambe.
Gilda inizia a elencare alla sua incredula amica Sania le caratteristiche del Sostituto, una perfetta riproduzione del suo compagno, da tempo in missione sulle Colonie ai confini della galassia.
Un clone ibrido tra intelligenza artificiale e tessuti umani, un misto di ferraglia altamente tecnologica e innesti di memoria originale, una macchina quasi perfettamente senziente, di sicuro pensante.
I Doppioni facevano parte di un progetto nato per supplire alle lunghe assenze dei membri del Corpo Missionario Intergalattico dalla Stazione Orbitante Infinity, sorta più di un centinaio di anni prima per accogliere e preservare la popolazione terrestre, sopravvissuta all’implosione programmata del Pianeta Terra.
Emer era partito oramai da quindici anni – gli umani continuavano a misurare il tempo come sulla Terra – lasciando la sua compagna Gilda e precludendosi ogni possibilità di contatto con lei, eccetto che nei brevi e sporadici ponti comunicativi cui ogni membro della Missione aveva diritto, all’incirca allo scadere di ogni Tetracronos.
Il regalo era stato pensato e programmato per lei già da lungo tempo. Seguito dai tecnici, Emer aveva lavorato all’innesto dei ricordi, all’imitazione vocale, alla mimesi dei suoi movimenti e comportamenti, persino alla simulazione dei sentimenti, in base a un attento lavoro di estrapolazione sensitiva e cognitiva cui si era sottoposto lassù, nella Missione ai confini dell’universo conosciuto, con lo scopo di offrire alla sua donna solitaria un compagno fedele e quanto più possibile simile a lui.
«Gilda, ma quindi Bi-Emer è proprio uguale uguale al tuo Missionario? Cioè, fammi capire, lui fa proprio tutto?»
«Non essere maliziosa, è un modello base. Emer non ha ancora i crediti sufficienti per un Doppione di tipo avanzato, di quelli che “dimenticherai che sono un Sostituto”, come dice la pubblicità, ma non mi lamento. In cucina è fantastico e mi fa morire dal ridere, proprio come il mio Emer. Ora però devo chiudere, tanto ci vediamo al lavoro nel pomeriggio, no?»
«Macché! Devo fare una revisione sanitaria, qualcosa non va nel mio orologio biologico. Mi è spuntato il quinto capello bianco nel giro di un lustro, quando era atteso almeno tra altri dieci anni. Un disastro!»
Si passa la mano tra i capelli, un po’ sconsolata e poi, mentre li raccoglie dietro la nuca, aggiunge: «E ti volevo chiedere se passeresti dal mio ufficio oggi, perché lo sai che da remoto non ti fanno accedere se il pass sanitario indica un’anomalia. Ho lasciato una segnalazione in sospeso… ah, ma tu non sai cosa è successo? Hanno fatto un casino con la nuova generazione: qualcuno ha sbagliato la Ricombinazione Genetica e adesso ci ritroviamo circa un centinaio di Elementi Neonati con i capelli biondi e gli occhi di due colori diversi… tutti, capito? Un occhio azzurro e uno castano! Cento così, e addio biodiversità!»
***
«Mi sembra strano averti di nuovo a casa, mi sei mancato, lo sai, vero?»
«Certo che lo so, ti ho detto che “dentro” sono davvero io, ancora dubiti?»
«Non più, quant’è oramai che sei qui? Un mese, giusto?»
«Un mese esatto, tesoro.»
Bi-Emer guarda Gilda con tenerezza, le accarezza il viso.
«Mi sembri stanca oggi, giornata pesante in Clinica? Avete poi risolto la faccenda dei piccoli David Bowie?»
«David chi?»
«Dai, non dirmi che te ne sei dimenticata! L’anno prima che partissi ti avevo portata al Museo della Terra, ricordi? C’era quell’allestimento dedicato ai musicisti.»
Bi-Emer accenna una canzone:
It’s a god-awful small affair
to the girl with the mousy hair
but her mummy is yelling “No”
and her daddy has told her to go…
E d’improvviso a Gilda si riempiono gli occhi di lacrime, come non le capitava da tempo o forse non le era neanche mai successo. Non riesce a dire nulla, se non a sussurrare, guardando Emer negli occhi: «Is there life on Mars… adesso ricordo, le canzoni… ma tu come fai a… cioè, sono i nostri ricordi?»
«Io ricordo tutto di noi, di come eravamo prima. Ricordo perfettamente il giorno in cui ci siamo conosciuti, quando abbiamo incrociato per la prima volta i nostri sguardi – eri bellissima, come adesso. Ricordo il nostro giuramento di monogamia di fronte ai Messi Governativi e poi le serate a bere vannel d’annata e a raccontarci le storie della Terra; il trasferimento nelle Unità Altolocate e le notti insonni quando ti hanno presa a lavorare alla Clinica dei Neonati. E ricordo le Stagioni di Pausa, quando restavamo chiusi qui a contemplare le tempeste di meteoriti, in silenzio ad ascoltare il vento cosmico imperversare sulla nostra Base; o quando andavamo sulle Torri, quasi di nascosto, ad ammirare il passaggio dei Pianeti Rossi… che spettacolo indimenticabile! E ricordo quando ci addormentavamo nella luce argentea dei tramonti lunari, stretti l’uno all’altra per non disperdere la magia di quelle lunghe notti.»
Gilda rimane per un attimo senza respiro. E rivede ogni cosa, rivede se stessa, rivede Emer, rivive la loro meravigliosa storia d’amore.
Le giornate in Clinica ad allevare i piccoli nuovi abitanti della Stazione, i controlli biologici, le riunioni con il Comitato di Sopravvivenza, le sporadiche cene con i colleghi e l’amica Sania, i corsi di perfezionamento cellulare: si chiede come sia stato possibile lasciarsi travolgere da tutto questo, mettendo da parte la vita con Emer. Ritorna con la memoria a quegli anni terrestri che avevano fatto in tempo a sperimentare prima dell’emigrazione su Infinity; al rapporto con le famiglie, perché loro erano nati in una famiglia – che suono dolce assumeva per lei il ricordo di questa parola, che non aveva mai più pronunciato.
«Emer, quando sono diventata così? Cosa mi è successo? Continuano a ripeterci che non dobbiamo perdere il senso dell’umanità, che siamo gli ultimi detentori di un dono inestimabile, ma all’improvviso mi sento vuota. Mi è bastato sentirti cantare e ho realizzato che mi stavo lasciando andare.»
«Amore mio, adesso vieni qui, chiudi gli occhi e cerca di dormire, se non vuoi compromettere il tuo sistema veglia-sonno. Domani, se vuoi, ti canto un’altra canzone, eh?»
Lo dice ammiccando sornione, cercando di alleggerire l’atmosfera, ristabilendo l’equilibrio cui erano abituati prima della sua partenza per la Missione.
«Te l’ho già detto che mi sei mancato? Mi mancava essere noi due. Da sola ho combinato un pasticcio e mi sono incasinata l’esistenza.»
La risata di Bi-Emer accompagna il sonno di Gilda, che arriva come polvere stellare silenziosa a ricoprire le antiche valli terrestri, quelle dei loro avi e quelle che anche lei un tempo aveva conosciuto, quando era ancora bambina.
***
Diiiin… diiiin… igienizzazione ambiente domestico non completata… diiin… diiiin…
Sono giorni che l’allarme segnala una mancata sanificazione dell’unità abitativa di Gilda. E alla donna tocca riprogrammare il computer che si occupa della gestione delle attività interne.
«Maledetta igienizzazione! Emer, perché non cerchi di capire cosa non va? Io devo scappare, oggi abbiamo l’aggiornamento del Calendario Universale e sono incasinatissima. Continuo a trovare questa maledetta polvere sui pavimenti, non capisco perché l’autopulizia non funzioni più a dovere! Ah, stasera vengono i colleghi del Reparto Educativo. Ho già programmato la stampante per l’arrosto, ti occuperesti del resto? Sei un tesoro, ti amo.»
“Ti amo” glielo dice ogni giorno, come facevano prima che Emer partisse. Il Sostituto sembra aver ridato a Gilda la serenità che anni di solitudine e di routine le stavano togliendo. Gli esseri umani, anche dispersi nello spazio profondo, continuano a conservare quel nucleo delicato fatto di emozioni primordiali: con difficoltà, le coppie continuano a dirsi che si amano e a donare il loro seme alla Clinica e al Reparto Nuove Nascite.
Un compromesso accettabile e dovuto, per la continuazione della specie. Il progresso prima di ogni cosa e l’amore a far da contorno, questo aveva permesso alla razza umana di non estinguersi nonostante la deflagrazione del vecchio universo.
Una mattina, all’ennesimo riavvio del sistema di igienizzazione dell’unità abitativa: «Ancora questa roba in terra… Emer… ma sei tu? Non posso crederci! Ti stai… sgretolando? Lasciami guardare, dammi le mani… incredibile… perdi materiale! Contatto subito l’assistenza. Ma guarda che cosa assurda, con tutti i crediti che ha speso, il mio Emer!» Poi aggiunge, rivolgendosi al Sostituto con tono quasi materno: «Ma tranquillo, vedrai che risolviamo, ora mi sentono quelli della BionLife, maledetti!»
Bi-Emer resta interdetto, guarda le micropolveri sul pavimento e assiste sgomento alle rimostranze che Gilda indirizza subito all’azienda che lo ha prodotto.
***
«Olophone, chiamare Sania!»
«Ehi, Sania, ho avuto un problema qui a casa con Bi-Emer, un difetto di fabbrica… da non credere. L’ho mandato in assistenza e mi hanno appena chiamata per le operazioni di disattivazione. Pare che non ci sia niente da fare. Per fortuna era in garanzia, mi hanno assicurato che salveranno tutti i dati e me ne consegneranno a breve uno nuovo.»
«Che situazione incredibile! Quindi la polverina nella tua unità era Bi-Emer che si stava… consumando? Avranno usato quella maledetta pelle sintetica di prima generazione, ho sentito dire che non valeva nulla ed ecco i risultati. Proprio un modello base, eh?! E che devi fare? Disattivarlo?»
«Eh, sì, una procedura per non perdere i dati del rapporto che abbiamo instaurato insieme, da quando è arrivato.»
Alla BionLife, Bi-Emer aspetta che Gilda arrivi, per un’ultima conversazione privata con lei, prima di spegnersi definitivamente ed essere trasferito in un nuovo pseudocorpo.
«Oh, cara la mia Gilda, mi sei mancata, non riuscivo neanche più a dormire senza di te.»
«Emer, mi dispiace, ma il tuo corpo è davvero scadente, non trovo un altro termine! Ho minacciato di denunciare l’accaduto al Tribunale dei Danni Personali e anche alla Polizia Generale Interstellare, se la sono fatta sotto e mi hanno promesso una sostituzione con materiale di prima scelta e in tempi record. Tu non ti accorgerai di niente, stai tranquillo!»
«Gilda, amore mio, sarà sempre così… non è colpa del materiale… è colpa mia, sai? Io ho iniziato a mangiarmi le unghie.»
«Ma che stai dicendo?»
«Guarda le mie dita: ho iniziato da qui, rosicchiando prima le unghie, poi le pellicine intorno e sarei arrivato ai circuiti interni se tu non mi avessi portato qui.»
Gilda non crede ai suoi occhi. Ha tra le mani quelle dita consumate, le accarezza, poi fissando il Sostituto negli occhi lo incalza: «Emer, ma mi spieghi cosa diamine stai farneticando? Sono comportamenti che l’Educazione ha debellato da anni dalla nostra natura e tu che fai? Ti mangi le unghie come un bambino terrestre di duecento anni fa?»
Bi-Emer abbassa lo sguardo, la voce fatica a venir fuori: «Gilda, ma cosa me ne faccio delle mani se non posso toccarti? Se non posso sentire la tua pelle, se non posso godere del piacere di passarti la mano tra i capelli, se non posso sfiorare il tuo seno e non posso sentire quanto sei calda? Cosa me ne faccio di questo corpo modello base, programmato solo per farti compagnia e parlare?»
Disattivazione in corso…


