Filippo Recaneschi
Illustrazione di Sofia Casavecchi
Ci sono dieci piccioni sopra la tettoia dell’ingresso della Kara.su Doc, filiale della Kara.su Film, emittente televisiva e major di produzione cinematografica del colossale impero mediatico della Kara.su ltd. La filiale Doc si trova in un ex deposito merci riconvertito a ufficio, all’interno di una palazzina razionalista grigio piccione. Al piano terra c’è il mio reparto e la sezione animazione. In cima al palazzo dovrebbe esserci la dirigenza.
Per la maggior parte del tempo il mio lavoro consiste nel visionare il materiale documentaristico inviato alla Kara.su Film. Ricevo il materiale pervenuto alla sezione Film, comunico se è meritevole o meno, dunque attendo la risposta e l’invio di nuovo materiale. Sono nell’ufficio con meno bisogno di personale: due o tre persone per supervisionare i documentari, una persona per supervisionare i supervisori. Io supervisiono i documentari.
Nello specifico, mi occupo di naturalistica. Il che vuol dire che osservo tutto il giorno, tutti i giorni, dai cinquanta ai cento documentari di argomento naturale vario. Guardo l’animale, la sua immagine catturata, seguo le linee guida di valutazione, aggiungo il mio expertise e comunico al supervisore. Sono il giudice provinciale del documentario, la prima barriera di accesso per entrare nel mondo della rappresentazione animale in formato istruttivo.
Ogni mattina, prima di iniziare il lavoro, osservo i piccioni sulla tettoia dell’ingresso. Nessuno fa documentari sui piccioni. Poco interessanti, banali, disgustosi. I piccioni sono solo per me e per i miei occhi. Permettono di approcciarmi all’osservazione di linci montane e piovre abissali: la pratica dell’ordinario mi scherma dall’essere sopraffatto dal compito di trovare l’incredibile in mezzo a ciò che è già incredibile. È il mio personale sutra del piccione: elevare il banale per banalizzare lo speciale.
Che fortuna ci siano dieci piccioni. Dopo sei anni di lavoro oggi per la prima volta chiederò un permesso: un giorno, una piccola visita medica. Solitamente prendo appuntamento durante le ferie, ma questa volta il medico mi ha consigliato di non aspettare. Ho preso appuntamento a stretto giro.
Entrando in ufficio, mi imbatto nella caporeparto. Mi sorride augurandomi buongiorno. Dieci piccioni, colpo di fortuna insperato. Ricambio il saluto e chiedo se ha un minuto. Annuisce sorridente. Sorride spesso, si direbbe “una persona estremamente solare ed energica”.
«Dimmi ma facciamo in fretta è arrivato un nuovo documentario sui passeriformi solo immagini sono tantissime riprese di stormi di uccelli molto suggestive per la direzione pare sia già una hit hanno dato il via libera immediatamente.» Un fiume in piena: se si potesse raffigurare la punteggiatura dei discorsi, quella dei suoi risolverebbe l’annosa concezione della forma del nulla.
«Sembra molto interessante. Comunque, volevo dirti…»
«Stavamo pensando alle varie famiglie e i nomi collettivi rispettivi perché sai che ogni gruppo di volatili ha un nome specifico e a un certo punto ci siamo resi conto che non sappiamo come si chiama un gruppo di corvi» riprende troncando le mie frasi. «Beh lo abbiamo cercato sul dizionario ed è davvero buffo sai abbiamo scoperto che un gruppo di corvi…» Un moto di ansia mi coglie, devo sfruttare l’occasione prima di essere risucchiato dal suo racconto di etimologia ornitologica. Lo devo ai piccioni.
«Scusa dovrei davvero dirti una cosa. Dopodomani ho una visita medica e ho bisogno di un permesso. Scusa, non volevo interromperti, poi parleremo degli uccelli, ma sai come funziona con la burocrazia, no?» Concludo con un risolino. Ce l’ho fatta. Un pensiero diretto e immediato. Sono stato bravo. Lei però non ride. Anzi, diventa seria. No, non seria. Ho già visto l’espressione seria della caporeparto. Non penso di aver mai visto questa espressione sul suo volto. Forse non sono stato bravo.
«Garantire un permesso di lavoro non è di mia competenza. Devi comunicarlo all’ufficio amministrativo che provvederà a inoltrare la richiesta alla direzione.» Il suo fiume di parole si spezza in due ruscelli brevi e secchi.
«Posso salire in amministrazione? A chiedere il permesso dico. Se posso, eh… non voglio disturbare.» La voce si è già spezzata. Mi spiace piccioni, se foste stati dodici o sedici sarebbe andata diversamente.
«Va bene ma fai in fretta. Dobbiamo far uscire questo documentario il prima possibile e sei tu che devi fare il quality check, lo sai.»
Lo so. Non ho mai capito perché effettivamente sia io l’unico che può farlo. Se ti dicono che sei l’unico che sa fare qualcosa non fai domande, metti caso che scoprano che non sei così bravo come sono convinti. Mi dirigo verso l’ascensore. Reparto amministrazione, non ho idea di dove sia. Per aiutare i visitatori del palazzo c’è una mappa: una placca lucida di ottone e quadratini zincati. Dentro ciascun quadratino il nome dell’ufficio, di lato il numero del piano. Decisamente labirintico. Finalmente trovo il riquadro giusto: “Amministrazione, piano 539”.
Nell’ascensore di acciaio satinato non ci sono tasti, ma uno smart screen. «Amministrazione» dico nella fessura dell’altoparlante in basso nello schermo, ho già dimenticato il numero del piano. Nessuna risposta dall’altra parte. A un certo punto un suono rauco, quasi una sorta di stridio. L’altoparlante distorce il rumore, però mi ricorda qualcosa. Non saprei bene cosa. Il microfono si spegne, l’ascensore parte.
Le porte si aprono su una sala d’aspetto verde pisello. Un banco turchese troneggia su sedie di plastica verde menta. Sfumature che ricordano la natura accozzate in uno spazio. Un po’ come in un documentario.
«Hello sir. May I help you?» Una voce mi richiama. Al bancone turchese è spuntato un ragazzo. Capelli biondi tagliati corti e occhi azzurro mare, in armonia con il bancone. La divisa è turchese come il bancone. «Sir, may I help you?» ripete. Noto solo ora che parla inglese. Non sono sicuro del perché. Suppongo sia la policy.
«Sì, ecco, buongiorno, cioè good morning. I need to talk to the administration council. I am the documentary quality checker at Kara.su Doc, and have to ask for a work permit.» L’espressione del ragazzo è interrogativa. Avrò sbagliato a formulare la frase? «Un permesso, di lavoro intendo. Vede, ho una visita medica e ho chiesto alla mia caporeparto, ma lei mi ha detto che sarei dovuto venire in amministrazione…»
«Signore, avevo capito il contenuto della frase» la sua voce si fa molto fluida. «Non ne comprendo però il senso.» Ora è la mia espressione a essere interrogativa.
«In che senso?»
«Lei ha detto che deve chiedere un permesso all’ufficio amministrativo. L’ufficio amministrativo non gestisce l’amministrazione interna. Vale anche per i dipendenti.» Mi chiedo cosa amministrino gli amministratori. Color coordination delle sale d’aspetto e decisioni geopolitiche, suppongo.
«La mia caporeparto ha detto che avrei dovuto chiedere in amministrazione, e l’amministrazione avrebbe provveduto a comunicarlo alla direzione.»
«I am extremely sorry sir. That is not the policy of Kara.su ltd. The company rules clearly state that…» Il ragazzo è tornato all’inglese, la voce ora artificiosa. In inglese sembra come se legga un copione. Quello del perfetto concierge: pulito, automatizzato, pronto a respingere qualsiasi fastidio.
Dovrei fare un documentario sulle vocalizzazioni degli esseri umani, ma quelle dei piccioni sono molto più interessanti. Sebbene possiedano lo stesso organo vocale degli altri uccelli, sono tra i pochi a saper fare vocalizzi brevi e vibrati con una scala di intensità così variegata rispetto ai versi monotoni delle aquile o ai copioni in inglese delle multinazionali. Elevare il banale, banalizzare lo speciale.
Il ragazzo non ha fatto in tempo a finire la sua battuta. Un uomo è sbucato dall’ascensore e lo ha interrotto, chiedendogli spiegazioni. Ha un completo grigio e una camicia bianca. Cravatta Oxford rossa a righe blu. Occhiali scintillanti dalla montatura di lusso. Capelli grigi e radi, barba perfettamente rasata. Indubbiamente un dirigente.
«Signore, quest’uomo afferma di essere un dipendente della Kara.su Doc e ha chiesto un permesso di lavoro per una visita medica.»
«E perché è qui?» chiede con espressione interrogativa.
«Gli è stato detto di inoltrare la domanda dalla sua caporeparto. Gli stavo spiegando che non è la corretta procedura.» L’uomo appare pensoso. Mi scruta come se fossi un qualche animale inclassificabile, schifoso alla vista e al tatto.
«Aspetti qui. Devo contattare la sua caporeparto per capire cosa è successo.» Notando la mia espressione preoccupata aggiunge «solo un controllo, nulla di grave. Torno subito.»
«Please, sit while we take care of the matter for you.» Aggiunge il ragazzo tornando al suo copione. L’uomo torna all’ascensore diretto alla dirigenza. Il ragazzo resta al desk. Un attimo di confusione. Mi siedo su una delle sedie verde menta. Guardando da vicino, mi accorgo che sono piene di pallini brillanti. Anche le pareti hanno delle specie di brillantini impastati agli strati di pittura in effetti. Punto la torcia del telefono: splendono come i coriandoli plasticosi dei discount. Pacchiano ma affascinante: come una gazza, resto ipnotizzato dalle forme cangianti dei brillantini.
Frattanto il ragazzo è andato via. Quanto tempo è passato? Non c’è nemmeno un orologio nella saletta. Controllo il telefono: è quasi mezzogiorno. A quest’ora sarei uscito per la pausa pranzo, e probabilmente avrei già risolto la questione dei corvi che mi aveva sottoposto la caporeparto. Ora mi sfugge dalla testa, riesco solo a pensare a quanti piccioni avrei trovato al mio ritorno dalla pausa pranzo.
A mezzogiorno e mezza riappare il dirigente. Ha un’espressione seria, ma non come quella di prima. Sembra un’effigie religiosa, illuminata e imperturbabile. «Mi scuso per l’attesa. La procedura ha richiesto la massima attenzione, secondo l’iter burocratico.» “Il sacro iter” penso.
«Quindi posso avere il mio permesso?»
«Non ancora. Quello che deve fare è andare direttamente dal direttore. L’assenza dei dipendenti è questione della più vitale importanza che può essere gestita unicamente dal direttore. Ha detto che può riceverla nel più breve tempo possibile.»
Finalmente una risposta. Gli chiedo quanto breve sia il “più breve tempo possibile”. «Il tempo necessario per arrivare a Tokyo. I biglietti sono già pronti e un taxi per l’aeroporto la aspetta fuori. Arrivederci e buon viaggio» mi risponde serafico.
Ripenso alle parole del dirigente sopra un volo internazionale diretto a Tokyo Narita. L’uomo mi ha spiegato che la sede principale della Kara.su è in Giappone al momento, in quanto viene spostata annualmente per garantire l’incolumità del direttore che è un uomo molto influente e corre spesso il rischio di attentati.
Sono interdetto dal funzionamento di un’azienda in cui ho trascorso sei anni della mia vita senza avere la minima coscienza di cosa fosse. Com’è possibile che un’azienda privata dal potere economico di uno Stato di medie dimensioni sembri essere gestito dal caso, o da un folle? Anche un piccione riesce a distinguere causa ed effetto. Forse la struttura stessa del potere prevede il reiterarsi di azioni via via più insensate man mano che si risale la scala gerarchica. Forse si tratta di azioni incomprensibili solo in quanto riferite alla persona cui sono richieste. In effetti, la trama in cui sono coinvolto mi rende insensato. Mentre l’altoparlante annuncia l’atterraggio, arrivo alla conclusione che la struttura del potere è l’opposto di uno stormo di volatili: la prima è uno schema perfetto gestito dal caos, la seconda un esempio di graduale immissione di entropia che costruisce uno schema perfetto.
Entrando nella sede centrale della Kara.su ltd., trovo una reception con gli stessi colori dell’altra. L’automazione dell’arredamento è incredibile. Questa volta c’è una receptionist.
«Hello sir. May I help you?» Il nostro dialogo segue il solito copione. Fa un cenno col capo, alza la cornetta di un telefono verde smeraldo e comunica qualcosa, in giapponese. Le uniche parole che capisco sono karasu e san: la seconda significa “signore”, almeno secondo quello che mi ha detto una volta un collega del reparto animazione. Gli avevo chiesto un bel po’ di nomi di animali in giapponese, perlopiù volatili. Volevo sapere come si dice piccione ovviamente. È hato. Gli altri non li ricordo.
«Please, come here» la ragazza indica un ascensore in acciaio satinato. Entra con me. Dice qualcosa all’assistente vocale. Sempre in giapponese, di nuovo karasu e san. Forse il proprietario della Kara.su si chiama Karasu. Il punto in mezzo mi ha sempre fatto pensare a un acronimo. Buffo nome Karasu. O forse per un giapponese no. Mi pare fosse tra le parole che mi aveva menzionato il collega. Un nome di uccello quindi. Perché no?
L’ascensore si apre su una stanza enorme. Le pareti grigie e spoglie ricordano l’esterno della palazzina del mio ufficio. Il colore grigio piccione del cemento che copre per intero la stanza è intervallato unicamente da una serie di enormi vetrate a vasistas, tutte aperte. Sembra una chiesa moderna, ma ancora in costruzione. In fondo alla stanza una singola scrivania di mogano intarsiato, ridicolmente lussuosa in confronto all’aspetto scarno del posto. Non c’è nessuno a un primo sguardo. Sulla scrivania è posizionato un trespolo. Sopra di esso, un corvo.
Provo a chiamare l’ascensore per parlare con l’assistente vocale, ma niente. Mi dirigo verso la scrivania, nella speranza di trovare un telefono per chiamare la ragazza alla reception. Distinguo nettamente il corvo. Mi sta scrutando intensamente, il suo sguardo mi sembra lo stesso della caporeparto, della receptionist, del dirigente. Il corvo gracchia.
Mi fermo a osservare le forme eleganti del suo becco, le gambe esili, gli artigli enormi. In effetti anche sui corvi non fanno molti documentari. Mi torna in mente il lavoro di cui mi aveva parlato la caporeparto. Il nome di un gruppo di corvi: chissà qual è. Lo sapevo una volta. Ma a pensare a così tante cose ci si dimentica di altre: ad esempio, del motivo per cui un singolo corvo è l’unico essere presente nell’ufficio del direttore della mia compagnia, o dei nomi degli uccelli in giapponese.
Guardando il corvo il ricordo mi colpisce come un fulmine: avevo riso quando il collega del reparto animazione mi raccontò che corvo in giapponese si dice karasu. Quella che mi era parsa una buffa coincidenza mi lascia ora con un dubbio atroce.
Il corvo gracchia. Cosa dovrei fare adesso? Chiedere il permesso per la visita, quando ormai è troppo tardi per prenotarla? Domandare com’è possibile che un corvo sia a capo di una multinazionale con il potere di influenzare il mercato globale in una mezza giornata? Oppure semplicemente dare fuoco a questo palazzo e mettere fine a questa sceneggiata senza capo né coda? Il corvo mi guarda fisso. Gracchia di nuovo, due volte, quindi sbatte le ali.
Altri corvi cominciano ad ammassarsi intorno alle finestre: dieci, quindici, ventitré, presto perdo il conto. Il corvo sulla scrivania gracchia e sbatte le ali. Anche gli altri gracchiano in coro. Qualcosa non va. Ha decisamente lo sguardo della caporeparto. Qualcosa nella mia pancia mi dice “agisci”. Il mantra del piccione. Elevare il banale per banalizzare lo speciale. Fai la cosa più naturale possibile. Prendo tutto il mio fiato nei polmoni, inizio ad agitare le braccia e urlo: «Vedete? Sono uno di voi!» I corvi si zittiscono.
Penso ai piccioni sulla tettoia. Probabilmente ora ce ne sono solo un paio, infreddoliti dall’aria della sera. Finalmente mi viene in mente come si chiama un gruppo di corvi. Il corvo sulla scrivania gracchia, poi mi assale. Gli altri si riversano nella stanza. Sento sapore di ferro. Senza sapere perché, sono vittima di un ―


