Alessio Orsolini
Illustrazione di Anita Mastropietro
Era la terza volta, in quella settimana di ottobre, che Giulio staccava dopo la mezzanotte da lavoro. Sapeva già che il sonno gli sarebbe passato, una volta giunto a casa. Non più di una dozzina di chilometri a ovest della città, verso l’unica altura visibile in quell’area. Il viaggio era sempre durato tra i dieci e i sedici minuti, e l’unica sosta contemplata a quell’orario sarebbe stata destinata al solito cicchetto al bar di fronte alla fabbrica.
Si teneva ben distante dal tenere bevande alcoliche dentro casa. Era sicuro che, a un adulto di mezza età come lui, ciò avrebbe causato un’infelice e lunga dipendenza: “Se succederà, sarà come ai tempi dell’università” pensava spesso, “Finirò per innaffiarci anche le piante”.
La sua vecchia Peugeot 306 era l’unica rimasta davanti la fabbrica. Dall’altro lato del piazzale, il bar era aperto e dignitosamente illuminato. Poche moto posteggiate disordinatamente davanti alla piccola entrata in stile saloon. Si chiedeva spesso cosa lo attirava a entrare così spesso in quel posto. “Noia. O forse curiosità. O forse, la speranza che il mio ritorno a casa non sia sempre così monotono e vuoto”. Dopo un paio di cicchetti di scadentissimo mistrà, bevuti di fretta e svogliatamente, era pronto per tornare a casa. Ancora nessun accenno di sonno.
L’uomo girò la chiave nella Peugeot, aprì lo sportello, e gettò l’inutile e leggera valigia sui sedili posteriori. Si sedette nell’auto, sbuffando, e mise in moto. Alla radio davano i Rush. Sapeva bene che a quell’ora, nelle piccole radio di provincia, non avrebbe sentito chiacchiere fino alle sette del mattino, e cercò di mettersi comodo sul sedile. Sbuffò un’altra volta mentre allacciava la cintura di sicurezza. La testa gli girava leggermente. Accese gli anabbaglianti e partì, a bassa velocità, verso casa. Dopo un paio di minuti si trovò nella strada del faggeto della cittadina. Ancora qualche chilometro a moderata velocità e avrebbe assaporato le fredde lenzuola per ore, prima che il sonno lo avrebbe fatto suo. Sapeva, a quell’orario, di poter comodamente percorrere il centro della carreggiata fino a casa: le corsie erano abbastanza strette, ma l’asfalto era buono, aderente, e recentemente rifatto. L’unico problema era l’assenza di illuminazione: i tronchi dei faggi si trovavano proprio a ridosso della carreggiata, rendendo molto difficoltoso intuire la fine dell’asfalto ai lati delle corsie. In molti tratti, il terriccio boscoso era avanzato durante ogni giorno di pioggia. La linea continua di margine era diventata, in poche settimane, più marrone che bianca.
I Rush, dopo sette minuti pieni di chitarra e batteria, si fermarono. La radio mandò la pubblicità. «No, non negli ultimi tre minuti di strada.» disse Giulio sottovoce.
Guardò per un attimo l’unico tasto illuminato della sua Pioneer. Distogliere lo sguardo dalla strada per guardare qualcosa di così vicino gli ricordò che il mistrà gli avrebbe fatto girare la testa per almeno un’altra mezzora. Avvicinò lentamente il dito al pulsante circondato dalla piccola luce rossa. Qualche centimetro prima del contatto, la lucina scomparve, e il pulsante si ingrigì. La radio si spense da sola. Giulio restò sbigottito per un momento. “Non solo è una Pioneer. Ma avverte anche i miei pensieri.” pensò. Dopo un ghigno a metà tra la spossatezza e lo sconforto, con la paura che la radio l’avrebbe abbandonato definitivamente entro qualche settimana, tornò a guardare la strada. I bassi faggi erano illuminati solo dai suoi deboli anabbaglianti. L’uomo fissava l’asfalto nero senza interesse, rimuginando sul fatto che quel mistrà, in fondo, non era tanto male.
Per un attimo, la strada divenne completamente buia. Gli anabbaglianti si riaccesero dopo un click del cruscotto. “Forse ho battuto le palpebre. Non sono stanco. Non mi sento stanco per nulla. Questa Peugeot mi sta abbandonando sul serio? Altrimenti, da oggi, il mistrà è il mio nuovo liquore preferito” pensò Giulio. Sorrise in maniera macabra, cercando di svuotare la mente dall’orribile pensiero di dover portare la sua 306 da un meccanico, l’indomani. “Perdita di tempo. E di soldi, soprattutto”.
Gli anabbaglianti si spensero e riaccesero, in meno di un secondo, altre due volte. L’uomo accese gli abbaglianti. «Vediamo cosa farai, adesso» disse a bassa voce. Ormai mancava davvero poco a casa. Giulio accelerò con decisione, premendo sul pedale con forza. Mise la quinta e appoggiò entrambe le mani sul volante, concentrandosi di nuovo sul tenere il centro della carreggiata.
Venti secondi più tardi, il pedale dell’acceleratore diventò di colpo incredibilmente pesante, e spingeva indietro il piede dell’uomo. «Cavolo… così no!» urlò. Diede un paio di pestoni al pedale, che non subì la minima pressione del suo piede: continuò ad arretrare fino a raggiungere la posizione ordinaria. Le lancette del cruscotto andavano lentamente azzerandosi. Giulio guardò incredulo quei sottili pezzetti di scadente plastica raggiungere il numero zero di contagiri e tachimetro, toccando dolcemente il fondo del cruscotto. Il rombo del motore si indeboliva metro dopo metro. “Ecco qua” pensò, “la mitica fine di una macchina durata nemmeno nove anni”. Si era già rassegnato all’idea di dover dormire in macchina, quella notte, a meno di incontrare qualche automobilista che doveva, guarda caso, andare proprio verso quell’isolato gruppo di ville in cima alla collina. Voleva lasciare il centro della carreggiata, ma il volante era bloccato. La frizione funzionava a vuoto, e neanche il freno motore riuscì a rallentare l’auto. «Dovrei essere intorno ai sessanta chilometri orari, ma non posso aspettare di fermarmi qui in mezzo. Non così». disse Giulio, «Potrei provare col freno a mano. Sempre stato piuttosto sensibile… ma basteranno due scatti». Tirò il freno a mano nella maniera più delicata possibile. Non si mosse. Tirò un altro paio di volte, con più forza, poi si arrese. “Dieci metri in più. Cambia poco, ormai”. Solo a quel punto i fanali anteriori si spensero, lasciando la visuale dell’uomo completamente al buio. L’asfalto ora sembrava più chiaro, e i tronchi dei faggi davano l’impressione di costituire un unico, fitto muro oscuro ai margini della carreggiata.
Il volante della Peugeot, mentre le mani dell’uomo lo stringevano con inutile forza, si inclinò leggermente verso destra. Giulio non riusciva a pensare né a dire nulla, mentre la sua 306 procedeva diagonalmente verso i faggi. A pochi centimetri da uno sporgente tronco, il volante si raddrizzò di colpo. L’auto procedeva a bassa velocità, costeggiando i tronchi. Sbarrò gli occhi verso la sua destra, contando i numerosi alberi che sfilavano a fianco della sua auto. Dal finestrino vedeva una sottile polvere levarsi in aria, rischiarata dalla debole luce lunare. Giulio rabbrividì: stava guidando con due ruote fuori dalla carreggiata. “Se il volante si muove di nuovo… se si muove di nuovo verso destra…” pensò, senza riuscire a ultimare le sue frasi. Voleva urlare, ma era consapevole che ciò l’avrebbe solamente agitato di più. Tornò a fissare la strada avanti a sé, tenendo ben salde le mani sul volante, sperando di fermarsi presto. «Ormai sarai a meno di trenta all’ora. Resisti, ti prego, resisti». Un colpo arrivò dal lato della vettura. Lo specchietto destro non c’era più. Dopo una ventina di metri, l’auto si fermò.
Giulio fece un paio di profondi sospiri, guardando nello specchietto retrovisore della sua Peugeot: nessuna luce dietro di lui. Staccò la mano destra dal volante, facendola scendere fino alla chiave, e notò che era ancora in posizione d’accensione. “Sta maledetta macchina è semplicemente morta. Spero sia solo qualche cavolata elettronica”. La testa gli girava leggermente, ma provava a rimanere lucido e in forze. E, come al solito, nessun accenno di sonnolenza nei suoi occhi. Decise di scendere dalla macchina a prendere un po’ d’aria fresca. Aprì la portiera, spingendola violentemente verso il centro della carreggiata. Chiuse gli occhi, sospirò di nuovo e scese lentamente, fissando il portaoggetti sotto allo sportello. Un ammasso di buste gialle, appallottolate confusamente l’una nell’altra, risplendeva al chiaro di luna, creando un fastidioso contrasto con l’asfalto scuro. L’uomo chiudeva delicatamente la portiera. «Scusami, piccola. Dovrei essere più premuroso con te. Da domani tornerai come nuova» disse a voce bassa, mentre un leggero sorriso gli si dipingeva sul volto.
Nel richiudere la portiera, lo sguardo di Giulio andò a fermarsi oltre il tettuccio della 306: un bagliore celestino si insinuava debolmente tra i tronchi dei faggi. Restò alcuni secondi immobile, cercando di capire se fosse stato un abbaglio o un riflesso lunare. Poco dopo, il bagliore riemergeva dalla foresta, acquisendo lentamente intensità. Da un iniziale bianco tornò gradualmente al celeste. “I tronchi rimangono scuri”, pensò, “la luce viene da dietro di loro”. Si sforzò di ricordare se ci fossero ville o bar nei dintorni, ma sapeva benissimo che qualunque edificio era lontano almeno un paio di chilometri da quella parte di foresta. «Mi fosse rimasto altro da fare…» commentò scherzosamente Giulio e, con uno sbuffo, aggirò la 306 e si diresse convinto verso gli alberi.
I faggi non sembravano più così compatti e vicini tra di loro. A guardarli bene, Giulio realizzò che ci si poteva passare in mezzo con un braccio teso di lato. Non tentò di compiere misurazioni e con passo sicuro iniziò a farsi strada tra i vari tronchi che gli si paravano davanti. Dopo alcuni passi all’interno del faggeto, il bagliore iniziò ad affievolirsi. Era difficile dire quale fosse l’apice di quella luminosità, dato che raggiungeva il suo picco molto lentamente. “Figurati se è un animale”, pensò, “e anche se fosse, qual è il peggio che mi può capitare? Un cinghiale, una volpe?”. Inciampò in una radice, la guardò, la maledisse, e tornò a procedere speditamente verso il bagliore. “Mettiamo pure caso che sia un orso, non credo che il cacciavite nel bagagliaio o le mie chiavi di casa siano un’adeguata arma di difesa”. Avanzava verso la fresca umidità della foresta senza prestare particolare attenzione all’intenso odore di muschio che ricopriva i tronchi, ma su cui posava rapidamente le mani a ogni passo. Il bagliore continuava con la sua soporifera intermittenza. Un centinaio di metri dopo, la sua luminosità cominciava a diventare più forte: l’uomo se ne accorse e decise di rallentare il passo. I faggi sfilavano veloci, il silenzio si faceva quasi assordante data l’assenza di vento. Giulio intravedeva la fine del bosco: il bagliore era più intenso e l’oscurità iniziava a diradarsi a una decina di metri avanti a lui. I suoi passi si fecero felpati, le orecchie attente, e si abbassò un poco sulle ginocchia, cercando una postura protettiva. Eppure, il suo collo era teso in avanti e bastava ciò a spingere il resto del corpo. Fece ancora un paio di passi, poi si fermò tra due tronchi, mettendo le mani ben salde sulle cortecce muschiose. Davanti a lui erano rimaste solamente due file di tronchi: “Perché rischiarsela…” pensò, sporgendo la testa, affacciandosi.
Una piccola radura si apriva davanti a lui, fiocamente illuminata dal bagliore celeste che sembrava venire dal centro di essa. Un minuscolo oggetto, di forma cuboidale, era posato sul suolo spoglio ed emetteva luce da ogni lato. Giulio fissò l’oggetto per un attimo e, saziata solo in parte la sua curiosità , sgranò gli occhi alla vista di ciò che era accanto al cubo: una piccola creatura era stesa a terra, esanime, tenendo una mano con solo tre dita sul dispositivo luminoso; dietro di essa un altro cubo, di colore grigio e delle dimensioni di un televisore, sostava nella radura: per metà della sua forma, sembrava affondato nella terra umida della radura. Attorno al cubo grigio, il suolo sembrava esser stato pesantemente spostato, creando un piccolo cratere che ricopriva parzialmente la superficie dell’oggetto.
L’uomo mollò la presa dai tronchi e mosse qualche passo in avanti, spinto da una rinnovata curiosità. Per quanto stimolato dall’interesse per quella creaturina, il suo istinto gli fece prestare maggiore attenzione al cubo grigio: sembrava composto da pannelli lisci e uniformi, senza alcuna saldatura visibile sui vertici, e di materiale compatto. “Sembra fatto di carta, ma deve essere pesantissimo” pensò; poi fissò il cratere ai piedi del cubo. «Nessuna scia sul terreno. Deve essere caduto in verticale, non da una grande altezza» disse a bassa voce, girando lentamente intorno all’oggetto, come se si sentisse sulla scena di un crimine. Era arrivato ormai a pochi metri dal cubo grigio e notò una piccola apertura sul lato che dava verso il piccolo essere. All’interno, solamente oscurità, nonostante il bagliore emanato dall’altro cubo. L’uomo tornò a fissare la creatura distesa, immobile ai suoi piedi. “Sarà uscito da quell’apertura sul cubo? Perché tiene quel dispositivo luminoso? E cos’è?” pensò Giulio. “Se è morto, posso avvicinarmi”. Completando il giro intorno al cubo grigio si avvicinò alla creaturina rivolta a pancia in su: non era più grande del suo portapranzo, aveva la pelle marrone e rugosa, una testa liscia e perfettamente rotonda, priva di orecchie, da cui erano visibili due occhietti infossati e chiusi da pesanti palpebre giallognole; la bocca era una piccolissima fessura senza labbra e il naso era una microscopica proboscide da cui sbucavano due forellini; gli arti erano esili ma ossuti e non sembravano ricoperti dalla stessa pelle del resto del corpo. «Braccia e gambe… sono identici. Solo l’attaccatura al corpo me li fa distinguere» disse l’uomo. Si soffermò più volte a fissare la testa della creaturina. «Con il corpo che ha, potrebbe avere settanta, duecento anni o più, ma il viso è così delicato, perfettamente tondeggiante. Sembra un neonato».
L’associazione con un essere umano suscitò in Giulio un’improvvisa tristezza. «Povero piccolo. Mi spiace. Non avrei saputo nemmeno come aiutarti, scusami». Con uno sbuffo di rassegnazione, osservò quella manina appoggiata sul cubo luminoso. «Forse cercavi aiuto. Non è certamente il posto adatto per questo», disse con fare scherzoso, nonostante la tristezza. Diede un’ultima occhiata alla pelle coriacea della minuscola creatura e poi fissò il cubo luminoso: la sua luce non dava alcun fastidio da vicino, anzi, permetteva di osservare quasi meglio la sua forma. Anch’esso era un cubo con delle superfici lisce, compatte, con gli spigoli resi poco visibili dalla luce emanata. L’uomo fece qualche passo intorno al cubo luminoso, cercando un’altra apertura ma non trovò nulla. Si trovò con le spalle rivolte verso la direzione da cui era venuto. Un’occhiata ai faggi dietro di lui, un altro sbuffo. Non voleva andarsene senza ammirare di nuovo quella creaturina. Stavolta la guardò negli occhi, osservandone le palpebre giallognole, senza pensare a nulla. Per quanto volesse pensare a qualche bella parola non ci riuscì. Provava solo un enorme dispiacere.
Un colpo di tosse emesso dal piccolo essere: tanto bastò per far scattare Giulio all’indietro. Con gli occhi sgranati, lo osservò aprire debolmente una palpebra: un occhio totalmente verde, con un piccolo puntino blu al centro, si aprì in direzione dell’uomo e lo guardò fisso per un paio di secondi.
«Ehi? Oh?» Furono gli unici suoni emessi da Giulio per comunicare con quell’unico occhio aperto. La creaturina girò lentamente la testa verso il cubo luminoso. Quasi sorrise vedendo la propria mano tenere saldamente quel piccolo oggetto, poi tornò a fissare l’uomo. Aprì il secondo occhio e socchiuse leggermente l’altro. Tese uno degli arti che non toccava il cubo verso Giulio con tutta l’energia che gli restava in corpo ed emise un sospiro. Poi posò debolmente l’arto a terra e chiuse gli occhi.
L’uomo esitò per un paio di secondi, fece qualche passo indietro e schizzò correndo verso i faggi. Passò attraverso la prima fila di tronchi e procedette spedito verso la macchina. “Qualunque cosa ci sia in macchina, lo devo aiutare. Non può morire così”. Il bagliore del cubo luminoso aiutava la sua corsa: i tronchi erano molto più visibili facendo la strada al contrario. Due minuti più tardi, dopo aver inciampato un paio di volte tra le radici, arrivò alla 306. Di corsa aprì il bagagliaio e incominciò a rovistare tra l’incredibile quantità di oggetti logori, scostando con gli avambracci vari ammassi di cartacce. All’angolo del bagagliaio, dietro i resti di una tenda da campeggio, Giulio trovò una bottiglia d’acqua di plastica. La prese con veemenza. La osservò: era mezza piena. Gettò uno sguardo alla foresta: il bagliore aumentava rapidamente. Un forte vento cominciò a levarsi dal centro della foresta, scostandogli un ciuffo di capelli dagli occhi. Chiuse il bagagliaio e osservò rapidamente entrambi i lati della strada. Nessuna luce all’orizzonte. Un’altra occhiata ai faggi, un pesante respiro e si gettò di nuovo tra i fitti tronchi. “Resisti, piccolo”. Trascorsi pochi metri dentro il faggeto, il bagliore cominciò a spegnersi. Per alcuni metri Giulio si trovò a correre tra gli alberi completamente al buio, poi tornò la luce. Il bagliore raggiungeva la sua massima luminosità in pochi secondi, si spegneva rapidamente, e ricominciava, sempre più velocemente. Correva, sfilando tronchi e ansimando, bottiglia d’acqua alla mano: il suo braccio destro era teso in avanti durante la corsa, come a ricordargli il motivo per cui si stava tanto affannando. Il vento si fece più forte, rallentando di molto la sua corsa, e gettandogli addosso alcune foglie appuntite.
Un minuto dopo riuscì a vedere la radura. La luce smise di pulsare, e il bagliore si assestò su ciò che l’uomo aveva individuato come apice della luminosità del piccolo cubo. Si fermò d’improvviso sull’ultima fila di tronchi prima della radura. Si tappò la bocca con la mano sinistra e restò immobile: riusciva a muovere solamente gli occhi. Davanti a lui, in alto, sollevato a pochi metri da terra, un cubo grigio, identico a quello fermo nella radura, levitava dolcemente. Un fascio di luce, della stessa tonalità celeste emanata dal minuscolo cubo, scendeva verso la creaturina, proiettando un quadrato attorno alla sua delicata sagoma. L’essere aprì gli occhi e fissò Giulio per un attimo. Chinò la testa di lato dolcemente: sembrò accennare un sorriso nella sua direzione. Appoggiò la testa sulla terra, fissando il quadrato grigio sopra di essa, e chiuse di nuovo le rugose palpebre. Il suo esile corpo cominciò a sollevarsi dal suolo. “È come se il raggio stesse attraendo anche il materasso sotto la sua sagoma” pensò l’uomo, ancora incapace di muoversi. Pochi centimetri alla volta, la creaturina veniva tirata su, avvicinandosi al cubo fluttuante. Avendo ormai capito che non l’avrebbe più rivista, Giulio mosse istintivamente qualche passo in avanti, in direzione del raggio, e tese una mano verso di lei, come ad afferrarla. Senza fermare la sua ascesa, la creatura riaprì con grande sforzo gli occhi. Guardò in giù verso l’uomo: gli sorrise. Gli mostrò tutta la serenità di cui era dotata.
Dalla visuale di Giulio, il piccolo essere era a meno di mezzo metro dal cubo fluttuante quando cominciò a perdere colore. Il suo corpo marrone diventò in pochi secondi ocra, poi giallo tenue, poi bianco e al primo contatto con il cubo, scomparve. L’uomo continuò a fissare incredulo quel cubo grigio in aria, che per alcuni secondi non si mosse. Poi, con un rumore elettronico, il raggio di luce che scendeva dalla faccia inferiore del cubo si dissolse nell’oscurità.
Il vento aveva cessato di soffiare. Il cubo lucente si spense all’improvviso, sprigionando qualche scintilla, mentre quello fluttuante, emettendo un rumore metallico, prese a muoversi verso le stelle. L’uomo lo osservò a bocca aperta fino a perderlo tra i numerosi astri visibili dalla radura.
Giulio si ricordò di respirare. Rimase alcuni minuti immobile nella radura a guardare ciò che rimaneva dei due cubi. Si avvicinò a quello che aveva emesso fino a pochi istanti prima un attraente bagliore. Si accovacciò su un ginocchio, lo prese in mano: era caldo, liscio, senza alcun rilievo sulla superficie. Lo rimise nella stessa posizione. Poi passò una mano sulla zona dove era stesa la creaturina. Il terreno era ancora leggermente tiepido. Sentire quel poco di calore gli diede un’insolita quiete. Tornò a testa bassa verso la macchina. Il silenzio più assoluto della foresta lo accompagnava. “Sembrava… beato, mentre se ne andava. Calmo e beato, ma sorridendomi era riconoscente di un aiuto che ha solo intuito gli avrei voluto dare”.
Arrivato alla macchina, lanciò la bottiglia d’acqua sul sedile del passeggero. Girò la chiave: la macchina si accese. Luci, frizione e sterzo funzionavano di nuovo. Giulio gettò un’occhiata oltre il parabrezza, verso l’alto. Un ultimo sguardo alle stelle, uno sbuffo, e ripartì verso casa.


