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Più piccola dell’erba

PIù PICCOLA DELL'ERBA

Arianna Cislacchi

Illustrazione di Claudia Corso Marcucci


Ho visto una bambina perdersi nell’erba alta.
Ha mosso la marea con le dita e tutt’attorno era un unico fruscio. Portava in testa un cappello bianco. Galleggiava in superficie. Da lontano, una donna l’ha guardata con occhi esperti, seguendone il flusso. Poi si è voltata dall’altra parte. Ho notato il suo incespicare, i movimenti goffi. Ha preso la terra tra le mani, si è sporcata e ha continuato ad avanzare convinta di essere seguita. Nell’aria un’eco di “mamma”, senza risposta. Ho sfregato le zampe anteriori e il mio frinire è risuonato nel vento. Un frullare agitato di ali e sono saltata verso di lei. L’ho raggiunta sulla pelle del braccio nudo. Ho cercato la sua eco. Di colpo si è fermata e mi ha guardato. Non aveva paura, ha spalancato gli occhi e provato a sfiorarmi, chiedendomi cosa fossi. Sono saltata via, mi sono aggrappata a un filo verde e lì sono rimasta sospesa, ondeggiando. Ho sperato di essere seguita, ma la bambina ha fatto solo un cenno con la testa e se n’è andata. L’ho vista proseguire verso il fango mobile e così ho gridato più forte. Ma il mio suono non era altro che uno stridio, una delle tante melodie del suolo. Ho roteato gli occhi e la donna era scomparsa. Lungo le rive non è rimasto nessuno.
Ho sorvegliato la bambina e ho capito che il suo coraggio era ingenuo. Non sapeva abbastanza del mondo, per questo non lo temeva. Ho rimbalzato da un intreccio all’altro di cannucce, scosso lembi di carice e ogni salto, ogni volo era sempre più lontano. Per essere più piccola dell’erba, sapeva muoversi bene. Il mio frinire si è paralizzato: il cuore del suolo ha cominciato a ribollire vicino ai piedi e di colpo non ha più camminato. La gioia è diventata qualcos’altro. Il terrore ha deformato il viso, ha iniziato ad agitarsi e più le gambe danzavano, più il corpo si adagiava. Il mio verso ha raggiunto le rive e a questo si sono uniti centinaia di richiami che sembravano tutto, meno che un disperato bisogno. La donna dagli occhi certi non c’era più e quel flusso ha finito per sgorgare. Nel muoversi, la bambina ha spinto via il cappello e questo è rimasto a galleggiare in una discesa più lenta. Il fango le ha deturpato le vesti, agguantato i capelli lisci in un unico grumo. L’eco di“mamma”si è fatta flebile. In un balzo ci sono finita sopra. Quel mare non più bianco mi ha accolta e si è fatto zattera. Ho sfregato le zampe ancora e ancora, sperando di esser udita. La bambina mi ha finalmente guardata, ma i suoi occhi non erano più quelli di prima: si è fatta spavento, terrore e con le mani ha colpito il cappello, gli schizzi sono partiti in aria e ho capito che non potevo più fare niente e che me ne sarei dovuta andare. Ho cercato di scappare dalla sua angoscia, ho mosso le ali velocemente, ho percepito la sospensione, ma le braccia che erano ormai ricordo e nient’altro, del tutto sprofondate, hanno bloccato il mio volo in un ultimo impeto. Ho sbattuto contro quelle mura di carne e il mio frullare si è appesantito. Con le dita, in una ricerca disperata ha afferrato le mie zampe e con forza ha provato ad aggrapparsi. Ho avvertito un rumore, una rottura irreparabile: la mia dorsale bruna si è macchiata di fango e poi di rosso. Ho sbirciato il cielo ancora una volta, mentre annegavo giù, accompagnata dal canto estraneo delle mie sorelle.