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Protos

PROTOS copertina

Laura Scaramozzino

Illustrazione di Susanna Parente


Se ci vedesse mio padre, ci metterebbe le mani al collo. Certo, sappiamo entrambi quanto sia pavido. Quante volte abbia scosso il capo, prima che lo scoppio della guerra gli facesse tremare la voce e i polsi.
Eppure, se abbiamo dormito insieme, lo dobbiamo a lui. Al mento che improvviso gli si abbassava, alla notizia dello scoppio del grande conflitto.
Ricordi le mani che si congiungevano e i palmi che sfregavano uno contro l’altro? Pallidi come il marmo.
Un giorno, esasperata, sono fuggita dalla reggia. Prima di uscire, ho rubato un copricapo a un servo. Il sole a picco bruciava meno della rabbia che mi faceva ribollire il sangue. Avrei voluto raggiungere il mare. Pregare di fronte alle onde abbacinate dalla luce di mezzogiorno. Sebbene non avessi il dono della preveggenza, ero certa che il mare covasse in sé una soluzione per ogni tormento. Sono invece finita al tempio e nel vestibolo sono crollata. Le mani vuote e un affanno grande nel petto.
«Perdonami» ho implorato sollevando gli occhi verso la grande statua. «Ti porterò il bue migliore della mandria reale. Ma ti prego, aiutami.»
Il giorno dopo è scoppiata la guerra e mio padre ha messo la mia mano nella tua. «Potrete contrarre matrimonio, adesso.» Ha sorriso a denti stretti. Le labbra seccate dal sole della Tessaglia e dall’età avanzata.
Se non mi avesse data in moglie a qualcuno che potesse sostituirlo, avrebbe dovuto partire lui per la guerra secondo le Leggi immutabili degli obblighi comuni.
Abbiamo dimenticato in fretta la stoltezza di mio padre e condiviso una notte soltanto. Almeno fino al giorno in cui non sei tornato. Perfetto e immutabile come un dio.
Non ho mai creduto che fossi morto davvero. Gli oracoli non dicono mai che cosa accadrà, solo che cosa potrebbe accadere. La verità è un bivio, un sentiero che si biforca come una strada qualsiasi della città di Iolco.
Prima che tu partissi, ti ho supplicato: «Tieni sempre accanto qualcuno che ti ricordi che cosa fare. Non scendere per primo dalla nave. O la freccia di un troiano ti toglierà per sempre la luce dagli occhi.»
Acasto, mio padre, ci fissava indifferente. Quando sei partito, ha alzato le spalle e la sera ha bevuto molto più vino di quanto si convenisse in onore agli dei. Non si occupava certo di nascondere quanto fosse lieto di averla scampata. Ho evitato il suo sguardo e stretto la coppa intatta senza muovere un muscolo. Per quanto avessi dormito per anni da sola, adesso il letto nuziale mi sembrava un grande pozzo oscuro. Temevo che se mi fossi addormentata sarei precipitata nell’Ade e ti avrei ritrovato lì, senza riconoscerti. Saremmo state delle ombre sconosciute financo a noi stessi.
Ancora non sapevo che un vuoto ben più vasto mi avrebbe risucchiato il cuore. Andavo al tempio quasi ogni giorno e portavo in dono i buoi più grassi che avessimo. Acasto mi ha rimproverato più volte. Mi guardava come se fossi pazza e parlava di me come di una vergine senza marito. Per lui non c’eri davvero mai stato e non ci sei neppure adesso.
Quando i fuochi hanno fiammeggiato sulle colline e la notizia è giunta, mi sono accasciata sulla soglia della reggia. Quando un servo mi ha porto le forbici per tagliarmi i capelli, avevo già stretta in una mano una ciocca strappata.
Per giorni, o forse anni, sono rimasta chiusa nella mia stanza. Ho misurato con le dita e con i passi ogni centimetro della pietra dura. Era l’unico modo per accertarmi che fossi viva. Che ci fosse qualcosa, intorno, oltre al respiro gelido del dolore.
Non c’è stato, però, un solo attimo in cui non abbia creduto che saresti tornato. E che non fossi morto davvero.
Quando ti ho ritrovato, non ho più visto il letto come un pozzo. Ma come una spiaggia vicino al mare, il mare che ha in sé la soluzione per tutte le cose.
Ora, non posso più fermarlo. E ti chiedo perdono per questo. Sento lo schianto. La porta che si abbatte e Acasto che irrompe nella stanza.
Quando ti vede, il volto gli si arrossa. Poi, scuote il capo. Come la prima volta in cui ti sei presentato.
«Tu sei pazza» ringhia gettandomi con una spinta giù dal letto.
Con il cuore in tumulto, provo a rialzarmi. I servi mi sono addosso. Mi trattengono, come fossi un capro pronto per il sacrificio.
Per quanto provi a divincolarmi, è tutto inutile. Grido fino a che la voce diventa un rantolo. Piango fino a che gli occhi non mi si seccano come quel giorno nel tempio di Artemide.
So che non puoi opporti e per la prima volta, mentre altri servi ti sollevano e ti portano via, ti vedo per quello che sei e mi abbandono alla stretta.
Acasto mi si avvicina e, dopo tanto tempo, mi guarda dritto negli occhi. «Questo non è Protesilao, Laodamia. È solo una statua.» Quando se ne vanno tutti, sento sulla pelle il fuoco che ti scioglie la cera. E so che non è più il mare ad avere la soluzione per ogni cosa, bensì il fuoco a cui questa sera stessa mi affiderò anch’io.