Rosalba Murena
Illustrazione di Gianmarco Tielli
I piedi mi infastidiscono. Tutti i piedi hanno questa particolare postura che li fa percepire come se fossero in tensione anche quando sono completamente rilassati, come se nulla in loro fosse conseguenza di una deliberazione. Un tipo simile di fastidio provava nei miei confronti M.
M. l’ho conosciuto il primo giorno di agosto di una quindicina di anni fa. “L’ho conosciuto” è l’espressione giusta, in effetti, perché lui non ha conosciuto me. È come emerso dal fondo incantato su cui si erge questo paese di provincia, come un troll o un orco che vive apparentemente al di sopra, ma più probabilmente al di sotto, di ogni legge che regola questo piccolo gruppo sociale. Non so se qualcuno di voi possa aver conosciuto una persona che si avvicini a quello che è M.
M. è un grandissimo pezzo di merda. L’ho ritrovato su Facebook dopo quattordici anni: il suo aspetto trasandato e spiacevole adesso manifesta chiaramente la sua natura dis-umana, M. non è più un bel ragazzo, M. è stato sedato, è stato ammansito, è stato mutilato. M. non mi turba più. M. non ha più potere. M. non fa più paura.
Stanotte in sogno ho bevuto due cucchiaini di caffè, lui mi ha imboccata con gentilezza mentre lo guardavo e le pupille si dilatavano. Quello sguardo fisso e vibrante e poi il suono meccanico e ripetitivo: il risveglio.
Ho imparato da tempo che non devo più cercare simboli nei sogni, negli oggetti, nei numeri, nei colori, nei pari, nei dispari, nel minimo comune multiplo, nelle forme, nelle posizioni delle cose. Cerco di truccarmi il viso velocemente, sono in ritardo, uso il fondotinta per uniformare il colore – perché la pelle è colorata? – il mascara perché lo sguardo seduce – nessuno ha mai apprezzato il mio sguardo, forse solo la materia, l’occhio – i capelli non sono molto puliti – femminilità omologata – e il pensiero dei due cucchiaini di caffè – perché due? – si insinua invadendo la mia volontà, mettendola in un angolo piccolo in basso, luogo claustrofobico della mente.
Forse è questo.
Uno: il contatto, il tentativo.
Due: la penetrazione.
Preparo la borsa, il quaderno, le penne, il portafoglio, il Kindle (quattro, cinque euro, sette per il regalo, anzi sette e cinquanta).
Sto per incontrare M., è diventato paziente, gentile, gioca a Pokemon Go: ci vediamo per pranzo.
Sento la vaga gioia da bloccare prima che arrivi, e subito, fulminea, la paura che non ci sia niente di cui gioire, la consapevolezza che non ci sarà nulla di cui gioire, che non devo credere alle premonizioni. Non si deve credere.
Io non credo che questo sia vivere, passare da una profezia al terrore alla speranza. Devo preservare la mia salute. Io non credo che questa sia salute.
M. sorride, mi guarda; lo scruto alla ricerca di qualcosa che mi ricordi il vecchio M. di quand’ero adolescente. Le labbra sono uguali, ma non trovo altri appigli, altri elementi di riconoscibilità.
Ci incamminiamo verso il ristorante, si trova in centro tra i palazzoni medievali in pietra calcarea.
Non mi sembra possibile che lui sia qui con me: è come se fosse rimasto fermo per quindici anni sotto una pioggia battente, esposto alle intemperie, immobile e mutato allo stesso tempo, come se qualcuno avesse cambiato lo sfondo alla sua vita mentre il protagonista cresceva nascosto agli occhi degli spettatori.
Parliamo; M. è calmo, lento, misurato nelle parole. Come quindici anni fa all’inizio non so cosa dirgli, gli guardo le mani, sono mutate anche quelle. Bevo. Quando le bollicine scendono nella gola e l’alcool si espande nelle cellule piccole e informi, sento gli occhi scontrarsi contro le orbite, mi si scioglie la lingua, riesco a parlare finalmente. Con lui mi è sempre riuscito difficile parlare, mi sentivo in soggezione, era magico e spaventoso, non riuscivo che a dirgli poche e confuse parole. Il vino è dolce, ogni cellula del mio corpo ora è gonfia e turgida, sento la vita invadermi per mezzo della luce: la liberazione.
A casa non so cosa fare, apro il computer e cerco della musica su YouTube: INXS – Never Tear Us Apart. Sono confusa, M. mi ha destabilizzata. Scrivo di lui cercando di rappresentarlo per com’è, ma non si scrive mai delle cose per come sono, si scrive solo di come le vogliamo. È notte, ho sonno. A volte, quando sto per addormentarmi, sento il dolore attraversarmi in orizzontale, parallelo al materasso, e non trovo sollievo. Vedo nella mente una proiezione, una forma che perpendicolarmente mi attraversa. Una spada ferrosa, grigia, mi trapassa dal coccige all’ombelico: solo così, bloccata, impalata, unita al letto come su un piano cartesiano, immobile, con le gambe di lato, non sento dolore nella fine brevissima.
Sento il pullman scivolare sulle strade come incantato, appoggio la testa ai vetri appannati e freddi, tiro su le gambe e mi accovaccio un po’ sul sedile per riscaldarmi. Scorro il feed di Instagram, un dolore mi trafigge: vedo le foto di quella che era la mia migliore amica, non riesco a capire in che città si trovi al momento. Tempo fa avrei conosciuto ogni suo spostamento, ora non so nemmeno se si trovi in Italia. Tornare a casa significa anche questo, fare i conti con la mancanza; il mio paese non è più il luogo che ci accoglie tutte, è il luogo della perdita. Perché sto tornando? Perché sto attraversando l’Italia in questo pullman per otto lunghe ore? Devo ritrovarla. Trovare l’origine.
I miei genitori sono vecchi, o meglio, stanno invecchiando. Li guardo e li riconosco solo in parte, anche il mio cagnolino sta invecchiando. In bagno il calore degli schizzi di urina mi tocca le cosce fredde. Lavo le mani in un lavandino che non è più quello di prima. Alle volte quando il sabato notte rientravo a casa dopo l’unica uscita settimanale che ci concedevamo ai tempi del liceo, al momento di lavare le mani con l’acqua calda avvertivo un freddo pungente e profondo, come se mi fossi avvolta gli organi interni in una sciarpa gelata e umida, lasciata stesa al balcone troppo a lungo in una giornata fredda. L’unico sollievo in quei momenti era aspettare con impazienza che il lavandino si riempisse di acqua caldissima e poi immergervi entrambe le mani e tenerle lì, sommerse, almeno fino a che la pelle non iniziava a raggrinzirsi.
Raramente ho sentito di nuovo un freddo paragonabile a quello. Mi è successo qualche sera fa, nel letto, cercando di addormentarmi.
Ogni anno, con l’inizio dell’autunno, quando le temperature iniziano ad abbassarsi, mi riprometto che quel freddo non lo sentirò più, che non passerò l’inverno da sola.
Ancora non sono riuscita a mantenere la promessa.
Il letto è illuminato solo a sinistra, è giorno. Apro gli scuri, la luce fluisce come bagnata.
Il mio paese sembra uscito dal disegno di un uomo malato. Donne indomite e splendenti vi sono nate come partorite dalle rocce calcaree a strapiombo sul nulla. Le onde radio non arrivano alle orecchie di uomini assurdi, solo la voce della mancanza li fa restare vivi. Non c’è il mare nel mio paese, organismi marini risalgono le colline per vederlo e tuffarsi, sono buffi con le loro zampette disgustose. La nebbia avvolge il castello medievale in cima, le casette scendono stringendosi l’una all’altra, il fiume gorgoglia solitario nella valle. Nessun cavaliere a proteggerci, nessun cavaliere a guidarci, uccidono solo per vendetta.
Il mio paese sembra uscito dal disegno di una bambina deforme. Solo la pioggia lo può salvare.
Le stradine sono strette e intrecciate, le seguo senza pensare, le percorro come un automatismo. Via Roma, la strada del passeggio del fine settimana, il centro del paese. È qui che M. mi ha notata la prima volta. Osservo gli adolescenti in giro, sono pochi, mi chiedo se tra loro ci sarà qualcuno che come me verrà notato da una stramba e pericolosa creatura.
Ricordo la sua macchina con la musica a palla, ricordo il brivido che sentivo quando lo vedevo passare, ovviamente conoscevo la sua targa a memoria, anche solo intravedere la figura della sua auto mi faceva trasalire. Quanto ero giovane e quanto ero imbarazzante.
Non abbiamo mai fatto molto insieme, a volte ci incontravamo per caso e parlava di più con le mie amiche che con me, a volte abbiamo bevuto alcool, per me era la prima volta, altre volte abbiamo visto un film, ma poca, poca roba. Il grosso era tutto nella mia testa. Cosa fare con me? Cosa fare con una persona che non parla e con la quale non puoi comunicare?
La crudeltà è una bella cosa da fare con me. Avrei potuto essere il tuo giocattolo della crudeltà, avrei potuto averti, spietato e sincero. Mi avresti preso una mano delicatamente e poi con un gesto rapido e netto mi avresti spezzato il polso, avresti potuto infilarmi tanti piccoli aghi negli occhi, avresti potuto baciarmi le cosce e pugnalarmi il ventre, e ora potresti guardarmi mentre piango, come hai fatto tante volte, e ridere, ridere di gusto come sai fare tu.
Sapevi di essere crudele? Sapevi di essere spietato?
Mi piacciono le bestie feroci, mi piace l’efferatezza delle loro azioni, e piango quando mi fanno male, piango molto, e le mie lacrime mi bagnano fino al collo, fino al petto.
Dal centro mi sposto verso la campagna. Qui tra gli alberi di mele, una notte M. e io abbiamo bevuto del whiskey, avevo sedici anni e per me è stata la prima sbronza, ricordo un momento di nero assoluto, ricordo il vomito sulle mie scarpe, ricordo il verde della mela che ho addentato, ricordo le mani di M. che frugano nelle mie mutande. Una signora viveva in quella casa in campagna, ora è morta, gli alberi di mele sono ancora qui.
Questo è un pellegrinaggio, un pellegrinaggio dal sapore di dentifricio e frutta acerba. Cosa sto cercando esattamente?
Dolore, e tanti no, tanti tanti no. Le sue mani che si muovono ritmicamente. Dolore, e tanti no, tanti tanti no. Le sue mani continuano a muoversi. Mi fa male.
Forse è questo che sto cercando. Forse cerco il fantasma di M. per vendetta.
Dalla campagna mi sposto nei boschi intorno al paese, è qui che ho provato dolore. Qui M. è stato efferato, qui M. mi ha distrutta.
Vorrei le mie mani, le gambe, anche quelle vorrei ancora. Posso chiederti dove sono finite? Le hai gettate via nel bosco? Uccelli e volpi le stanno mangiando, li sento sgranocchiarle con piacere. Un riccio passa sulle mie dita, le annusa, le spinge. Scoiattoli conservano le piccole falangi per l’inverno, il cinghiale preferisce mangiucchiare gli stinchi.
Nel bosco deve svolgersi la mia avventura. Nel bosco trovo frammenti di mani, di gambe. Strappo un brandello di coscia dalla bocca del gufo, cerco nella tana del tasso le caviglie.
L’incantesimo non si rompe al termine della fiaba, solo il mago può decidere se potrò riprendere quei pezzi sparsi nel bosco, solo il mago può decidere se ridarmi le mani, le gambe.


