Cecilia Lolli
Illustrazione di Chiara Trivellato
Sarà vero che non possiamo ricordare nulla di ciò che ci succede prima dei tre anni? Mia sorella ricorda di aver passato ore nel pianto, col braccio incastrato tra le assi del box. Ma una scena simile non ricordo di averla mai vista, nemmeno sentita, al di là della porta. E comunque non mi nomina nemmeno quando la racconta. Va bene così; non farei mai nulla per sollecitare quel ricordo.
Per un po’ abbiamo condiviso la camera. Io le dormivo sopra; leggera, senza schiacciarla. Non so come mai ce l’abbia con me, oggi, come mai questa continua competizione. Ho iniziato in quegli anni ad avere risvegli improvvisi, sentendomi cadere nel vuoto; col busto eretto e le gambe distese misuravo l’altezza della sponda del letto a castello. Forse allora parlavo nel sonno, questo sì, e chissà cosa dicevo, quali puerili cattiverie dicevo; da bambina parlavo di più, ricordo. Adesso, quando mi sveglio al mattino, ogni tanto scopro di aver detto mmm.
Forse perché ho preso l’abitudine di dormire sulla pancia, col collo torto – altrimenti soffoco. Mica come quando m’addormentavo su un fianco, voltata verso la parete per volgermi al sicuro, dalla parte della scala in legno, i gradini a cassettoni, belli pieni; dall’altra parte, il vuoto. Il motivo sulla carta da parati era un segno: non tanto uno scarabocchio, ma un messaggio trasmesso senza intenzione. Al buio, con le corolle richiuse verso il basso, gli steli dei fiori finivano per crescere gli uni sugli altri, senza soluzione di continuità, portando il mio sguardo in alto fino al soffitto. In quella cameretta, io e mia sorella abbiamo sperimentato il verticale e il sublime. Mano sul cuore, la corolla si riapriva di giorno; che poi sarebbe bastato poltrire in sala con il resto della famiglia, le domeniche pomeriggio a guardare fuori, le rose; fiori veri, che si aprono per davvero. Oltre le inferriate romboidali, con il loro saliscendi, che ha formato il mio sguardo non meno del motivo floreale della carta da parati. Ad arrampicare, per questioni di sicurezza, si dev’essere almeno in due. Da soli si fa altro. Io credo di aver aperto per lei molte vie, che però non abbiamo mai percorso assieme. Dev’esserci stato almeno più di un momento in cui ho pensato: come fa a essere già lì? Cosa può fare, da lì, che io non vedo? Ho un risveglio improvviso, mi sento cadere nel vuoto.
A un certo punto è stato necessario separarci. Da quel momento abbiamo iniziato a tirarci i capelli per comunicare con più efficacia. Afferra la ciocca, rovescia la testa, spalanca la bocca, strilla e versa una lacrima quante volte vuoi. Così non arriviamo da nessuna parte. Perciò i capelli non sono cresciuti forti e resistenti come la pianta sulla carta da parati. Per questo motivo, dai quindici ai ventisette anni, li ho portati corti. «Sembri una noce di cocco» mi diceva mia sorella.
Leggermente sfalsata, la mia seconda camera posava sul soffitto di quella vecchia. Il caso ha voluto che passassi un ugual numero di anni nell’una e nell’altra. Ma se il peso di certi pomeriggi adolescenziali avrebbe potuto sfondare il pavimento e farmi regredire, così non è stato. Già allora cedevo alla mania di infilare le dita lì dove ci passava appena la punta, nelle bolle di intonaco per l’umidità di risalita, nelle croste cutanee sotto la doccia, nell’angolo debole del battiscopa. E si dice che le fessure nella roccia siano una benedizione per chi arrampica con fegato cuore e polmoni. Il palmo della mano aperto genera più attrito dei polpastrelli, quelli vanno semplicemente mandati in ricognizione. Polpastrelli primogeniti. Poi ho fatto una scoperta: il motivo floreale, che da bimba mi faceva prendere sonno, è cresciuto spontaneamente in altezza, sul muro dell’ala spiovente, sotto il lucernario.
Dev’essere allora che tutto è iniziato: quando giocavamo a incrociare gli occhi e a guardarci la punta del naso per vederlo sfaldarsi, allungarsi; e ci battevamo le mani in faccia, per scoprire chi per prima sarebbe rimasta strabica a vita. Una volta mi è sembrato davvero di vederlo allungarsi in una sorta di radice bianca, come all’estremità di una carota. A dare retta a lei e ai suoi scherzi, ero diventata una noce di cocco con il naso a carota. Io non sono certo rimasta strabica, ma devo avere qualche problema ad arrivare dritto al cuore delle persone.
Come fa a essere ancora lì? Che cosa può fare, da lì, che io non vedo? Mia sorella. Lì, nella mia vecchia stanza. Lì, alla base della parete, fingendo di farmi sicura. Penso al mio collo torto, al naso a carota che gratta contro il calcare. I polpastrelli hanno perso tono. Mungo rinvii per superare i passaggi difficili, per chiudere il tiro. Mungo rinvii come le tiravo i capelli. Arrivata in cima sono guai, non riesco a lasciarmi andare, a sedermi per farmi calare, a starmene col busto eretto e le gambe distese contro la parete, sospesa nel vuoto. Non se c’è lei sotto di me, oggi come allora.


