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Sedano

SEDANO copertina

Vanni Santin

Illustrazione di Anna Volpi


Il primo dito fu: sgomento.
Inaspettato come il male e come il male ovvio, dopo che è successo. Non fu ordine o obbligo o minaccia o ricatto. Fu la mia mano stesa sul tavolo, coi polpastrelli a sentire il legno laccato e il sudore che scivolava. Fu il palmo curvo che custodiva qualcosa, custodiva me e custodiva la mia paura.
Prima del dolore venne il suono, che viaggia più veloce. Il suono di quando spezzi il sedano prima del soffritto o dello stecco del gelato rotto in due prima di buttarlo dopo l’ultima leccata. Prima venne il suono, poi il formicolio: formicolio degli occhi che non credevano, della mente che negava, della mia paura.
Infine arrivò il dolore, maestoso fuoco che veloce incendiò tutto il corpo, e io mi chiedevo perché se mi avevano tagliato il mignolo sentissi dolore fin nelle budella. Tanto da alzare la mano – la mia paura che scappava da sotto il palmo – per vedere come usciva il sangue, prima che tu mi prendessi per il polso e nascondessi nelle garze la tua opera: i nervi recisi di netto ora a contatto con quella fasciatura stretta: tienila in alto così il sangue si ferma, ma non la mia paura.
Il secondo dito fu: rifiuto.
Perché se il cane ti morde una volta, non lo vuoi accarezzare più. E tu eri cane, bestia e padrone, eri il dio di quegli attimi, eri quello che non ero io, non eri la debole vittima, non eri colui che aveva perso, colui che subiva. Eri l’umiliatore, chi comandava, chi governava quell’universo di otto metro quadri – cinque calpestabili, una stanza molto disordinata, una cucina indaffarata.
I miei “no” erano mi bemolle, la tua voce qualche tono sotto, in qualche modo sapevo che assieme le nostre voci avrebbero potuto cantare in armonia senza sforzo, ma in quel momento i miei “no” e le tue urla erano scordati, erano distorti.
Stavolta arrivò il dolore prima del suono, perché il dolore già lo conoscevo e la mia mente me lo anticipò. Allora chiusi gli occhi e pensai al soffritto, al sedano, era solo quello, sedano.
Il terzo dito fu: simmetria.
Si dice che i mignoli servano a bilanciare la presa, a dare equilibrio, ad assestare il controllo. Ma l’equilibrio che mi donasti fu altro, l’equilibrio del dolore. Perché se soffriva la destra, doveva parimenti soffrire la sinistra. E poi l’attesa. Dopo la terza fasciatura (quante garze ti eri portato?) mi guardasti mentre scivolavo contro il muro verso il basso, trascinando con me il mio male e la mia paura. Il corpo che toccava il pavimento, ma io scivolavo ancora, continuavo a scendere, sempre più in basso. E tu diventasti altissimo, gigante, con la sigaretta tra le dita e il ghigno soddisfatto. Il coltello, quella specie di mannaia da cucina, come funziona bene. L’odore, quello della sigaretta che bruciava, come mi piaceva. «Le ossa delle dita sono come quelle del pollo» ti sentii dire. E mi guardavi e sorridevi, quanto ti piacquero il mio dolore e la mia paura. Rimasi per terra per non so quanto, abbastanza perché le lacrime finissero. Loro finirono. Tu no.
Il quarto dito fu: lotta.
Troppo tardi adesso tentare la rivalsa, la ribellione, con tre dita in meno, ma dove vuoi andare. Ci provai, con le mani fasciate e coi calci e gli sputi, cosa può mai fare uno sputo, salvarti di certo no.
Fu in quel momento, vero? In quel momento iniziò a scorrerti dentro come lava che esce dal suo nascondiglio, il potere, in quel momento iniziasti a sentirlo, chiaro, consistente, pregnante, ti passava dagli occhi al petto e dal petto alle mani: fu in quel momento, in quello schiaffo – la tua pelle che toccava la mia, come mille volte l’aveva toccata, sempre di potere si trattava ma di altra foggia – in quel momento sentisti di essermi superiore. L’avevi sempre pensato, ma umiliarmi era diverso: io cinque dita non potevo averle più; tu, le tue, me le hai mostrate, le hai usate per afferrarmi prima il mento e poi i capelli, per tirarmi a te e sbattermi sul tavolo con le venature laccate. Di nuovo la sinistra, ben distesa, se ancora c’era la mia paura sotto il palmo, ora era schiacciata, soppressa, soffocata.
Chiusi gli occhi, arrivò prima la resa, poi il suono, poi il pianto. Il dolore, oramai era solo una cornice, non cambiava il quadro. Eravamo tre a tre.
Il quinto dito fu: rabbia.
La tua. Che non hai aspettato garze o grida, non hai perso tempo, non mi hai concesso il tempo di un respiro e non l’hai concesso a te stesso. Il suono così vicino a quello prima, qualche secondo, solo qualche secondo, ti sei preso anche quello vicino, lo hai preso e lo hai allineato agli altri quattro, sembravano salsicce e dopo tutto eravamo in cucina. Dita, salsicce, sedani, soffritti.
I capelli che mi stavano sugli occhi non mi concedevano comunque la grazia di non vederti. Eri lì e ansimavi, il respiro identico a quando mi eri appena venuto dentro, quell’ardore dell’essere sulla cima e guardare le cose dall’alto, in fondo cos’era quello se non l’ennesima scopata in cui tu uscivi vittorioso e io rinunciavo a qualcosa.
Io lo so come ti sentivi, subito dopo, subito dopo avermi scopata e subito dopo avermi mutilata. Quel senso di colpa, di colpa vicaria, di colpa mia, come mia la paura, mie le dita, mio il dolore, la mia paura. Mentre appoggiavi le mani, le tue mani bellissime, grandi, forti, intere, sul marmo del piano della cucina. Lo avevi voluto in marmo, nero striato, come quello in casa di tua madre, che a me ha sempre fatto cagare – le tue mani sul marmo, la testa penzoloni, davanti avevi la finestra con la tenda chiusa ma si vedeva il pioppo davanti casa che si muoveva col vento. Lo guardavi e pensavi che questo lo avevo causato io, con la mia testa, coi miei rifiuti, col mio modo di non esserti serva, quante volte hai dovuto dirmi che il “no” non mi appartiene, che il “no” io ce l’avevo nelle dita e che a forza di dire “no” quelle dita le ho perse, ma non ho perso la mia paura.
Rallentava il respiro, l’estasi finiva, so che ti era venuto duro e che lo premevi contro il marmo nero striato uguale a quello di tua madre.
Mi avevi finita, mi avevi semplificata, ridotta, un’equazione senza incognite. Mi avevi diminuita, mi avevi alleggerita, accorciata, abbreviata, mi avevi ristretta e rimpicciolita, senza saperlo mi avevi riassunta e avevi lasciato l’essenziale: tre dita nella sinistra e due nella destra, avevi lasciato solo il dolore e la mia paura, avevi lasciato solo l’animale, la bestia, ciò che più ti si avvicina.
E avevi lasciato quel coltellaccio abbandonato a sé stesso, sul tavolo lucido con le venature, vittima della tua vanagloria, di un orgasmo di potenza, del piacere del dominio: tanto grande la scalata, tanto veloce la rovina.
Le tue mani bellissime, grandi, intere, appoggiate al marmo come quello di tua madre.
Tutte me le sono riprese, quelle dita. Cinque in un colpo solo, tre dita nella destra e due nella sinistra erano l’essenziale, il sufficiente che mi avevi lasciato.
Anche le tue ossa sembrano sedano per il soffritto.