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Sirene

SIRENE copertina

Herman Sapo Descontento

Illustrazione di Valeria Quaglino


Solo sugli scogli, con il suo gilet da pesca verde oliva, il cappello bucket bianco sporco, i jeans a sigaretta e le infradito cinesi di plastica, Mario Rossi si sentiva esattamente quello che era: invisibile. E in effetti vederlo era quasi impossibile, completamente avvolto nella nebbia che dal mare si alzava come una coltre grigia a negare lo spettacolo dell’alba ai pochi mattinieri già in piedi, tra cui Mario Rossi: un uomo grigio, su uno scoglio grigio, in un mondo grigio.

Invisibile agli occhi, invisibile al cuore, in quel momento il signor Rossi non era nei pensieri di nessuno. Nessun collega, preparandosi per il lavoro, aspettava impaziente il momento in cui si sarebbero raccontati l’un l’altro i rispettivi, banalissimi weekend. Nessuna donna al risveglio lo avrebbe ricordato protagonista di un torrido sogno erotico. Neppure sua madre, che da circa una settimana giaceva distesa nella soffice imbottitura di una cassa da morto incastonata in un loculo all’interno del cimitero della Biacca, ormai pensava più a lui, almeno per quanto ne poteva sapere.
Invisibile agli occhi, invisibile al cuore.

Immerso nella nebbia mattutina d’inizio estate Mario Rossi si preparava a pescare o, meglio, a non pescare. La sua passione per la pesca era sbocciata appena pochi giorni prima, quando, terminate le incombenze per il funerale della madre, si era ritrovato da solo in una casa troppo grande. La pesca aveva avuto il merito di tenerlo impegnato fisicamente e mentalmente, ma, stando ai risultati, finora il suo giovane amore per questo sport non era stato corrisposto. In tre lunghe giornate di inutili tentativi non aveva pescato neppure una minuscola salpa. Parte della colpa era sicuramente da imputare all’attrezzatura che era riuscito a recuperare nel vecchio capanno appartenuto a suo padre: non era adatta alla pesca dagli scogli, non tanto per la canna bolognese, che era in ottimo stato, quanto piuttosto per la lenza, che era troppo spessa, e per i piombi da pesca, esageratamente grossi e pesanti.
Malgrado i fallimenti iniziali, Mario Rossi non si era fatto scoraggiare e anche quel mattino si era recato sugli scogli di buon’ora nonostante la nebbia densa gli rendesse difficile vedere persino il pelo dell’acqua.
Aveva appena finito di gettare (praticamente alla cieca) la pastura per attirare i pesci e stava cercando di innescare a bandiera una coppia di bigattini su un amo troppo grande. Trapassò la prima esca con foga eccessiva e squarciò il molle fianco del cagnotto, che cadde sulla pietra bagnata e andò a smarrirsi in una fessura tra gli scogli.

Mentre con delicatezza ritentava l’operazione d’innesco con una seconda larva, la sua mente cominciò a vagare tra ricordi che sembravano appartenere a un’epoca lontanissima, a molto prima che Mario Rossi diventasse grigio e invisibile.
A quei tempi Mario scriveva poesie e il suo sogno era di diventare uno scrittore. Si era unito a un piccolo circolo di aspiranti poeti che erano soliti radunarsi in una vecchia scuola abbandonata, in un quartiere poco lontano da casa sua. Di notte, a lume di candela, i poeti declamavano a turno i propri versi, proseguendo spesso fino all’alba. Di tutti i ragazzi che partecipavano agli incontri solo una piccola parte scriveva; la maggioranza erano giovani attirati dall’atmosfera mistica, dall’alcool, dall’erba e dalle ragazze. Tra queste la più ammirata era una poetessa di nome Valentina, bellissima e dal carattere libertino e selvaggio, i cui versi erano per lo più sfacciate versioni erotiche di trite rivendicazioni femministe, che avevano però l’effetto di accendere le fantasie di tutto l’uditorio maschile.
Era stata lei, una sera in cui Mario aveva proposto una poesia ispirata al decadentismo francese, ad affibbiargli il soprannome “Rouge” che a lui piaceva tanto e con il quale tutti avevano cominciato a chiamarlo. Quello era stato il momento esatto in cui Mario si era innamorato di Valentina.
Lui e Valentina cominciarono a frequentarsi regolarmente anche al di fuori del circolo e presto nacque tra loro una sorta di relazione che, anche se non fu mai ufficializzata, per un certo periodo gli garantì il sesso in esclusiva. Quello era stato per Mario Rossi, detto Rouge, il periodo più felice della sua vita.

Il secondo tentativo d’innesco ebbe successo, e nel giro di pochi minuti due piccole larve pendevano dall’amo che le trapassava. Con prudenza, per non scivolare sugli scogli umidi, Mario si preparò al lancio. Verificò l’innesto della canna e la lunghezza del filo, quindi portò avanti il piede sinistro e, spostando rapidamente il peso del corpo dalla gamba destra a quella sinistra, lanciò l’esca in avanti facendola affondare nell’acqua in un punto invisibile dietro la nebbia fitta. Si sedette sulla piccola sedia da campeggio pieghevole che aveva portato con sé e riprese a riesumare i vecchi ricordi.

“Strappate le ali alle sirene,
segregatele nell’acqua salata
quali simboli di pericolo e tentazione.

Cucite le code bicaudate
così che possano essere squarciate
solo al desiderio dell’uomo.

Consegnatele alle storie infantili
non più irresistibili padrone,
ma innocue sognatrici.

Poveri illusi, al largo di Ventotene
non avete conquistato il potere dei sogni,
lo avete perduto per sempre.”

Di questa poesia, intitolata Sirene, Mario amava tutto, ma più di ogni altra cosa ne amava l’autrice a tal punto da fraintenderne il significato. Si crogiolava al pensiero che, abbandonandosi alle proprie passioni così come aveva fatto con Valentina, avrebbe raggiunto i propri traguardi guidato dal cuore, come in un romanzo. Un’ingenuità che lo aveva reso cieco di fronte ai segni del cambiamento.
Tra le cose che Mario e Valentina avevano in comune, di certo c’era l’idiosincrasia per la banalità, e non perdevano occasione per condannarla pubblicamente ogni qual volta la incontravano in un testo, una canzone, una poesia o un pensiero. Il fatto che loro stessi rappresentassero di fatto dei cliché viventi, lui come solitario poeta decadente, lei come emancipata femminista padrona del proprio corpo, non sembrava disturbarli, e neppure riconoscevano nell’altro quei difetti che violentemente deprecavano. Questa apparente cecità selettiva resistette fintanto che durò la fase dell’innamoramento, al termine della quale i difetti invisibili divennero peccati imperdonabili da rinfacciare senza pietà a ogni occasione di dissidio.
Anche all’interno del piccolo circolo le cose cominciarono lentamente a cambiare. Il gruppo si era a poco a poco infoltito e la poesia aveva assunto un ruolo sempre più marginale. Musica house rimbombava frequentemente tra le aule abbandonate e ragazzi sempre più giovani e disperati presero a frequentare la vecchia scuola in cerca di droghe e divertimento. Gli amici poeti e scrittori smisero presto di visitare il vecchio ritrovo e Mario si rese conto di essere diventato un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente trasformato e caotico.
Con Valentina le cose peggiorarono alla velocità della luce. Mario era capriccioso, ma pur sempre innamorato, mentre Valentina diventava ogni giorno più insofferente alle attenzioni del suo amante. Fu probabilmente la patetica insistenza di Mario a spingerla tra le braccia di uno studente d’arte mulatto, con il fisico da ballerino di latino-americano e lo sguardo penetrante da divo del cinema, che Mario era consapevole di non possedere. L’ennesimo stereotipo, fatale per lui, passeggero e quasi indolore per lei.
Sotto le macerie del suo sogno d’amore seppellì anche la sua passione per la poesia. Smise di scrivere e di partecipare agli incontri, che nel frattempo si erano trasferiti nella sala polivalente comunale, frequentati per lo più da signore di mezza età, che per qualche ora fuggivano dai doveri domestici verso le romantiche spiagge dell’autocommiserazione.
La sua vita divenne triste e solitaria. Cominciò a uscire solamente per recarsi al lavoro, dove per tutti era il signor Mario Rossi, un impiegato diligente e un po’ asociale. Nessuno lo chiamò Rouge mai più.

Sulle prime Mario non se ne accorse neppure: la lenza cominciò lentamente a tendersi e prima che potesse stringerla la manovella del mulinello gli era sfuggita di mano. Con un riflesso improvviso recuperò la presa e scattò in piedi. Dopo giorni di insuccessi non si aspettava che un pesce abboccasse e, colto di sorpresa, fece mente locale per ricordare qualche informazione utile che lo aiutasse a trascinare a riva la preda.
Dapprima lasciò andare un poco di lenza per evitare di strapparla; non potendo vedere il movimento del filo a causa della nebbia, per un po’ restò in attesa, ma si accorse presto che la preda non nuotava in nessuna direzione. Iniziò quindi a riavvolgere gradualmente il filo sul mulinello, fino a quando lo sentì tendersi nuovamente, quindi aspettò per qualche secondo un movimento qualsiasi. Ma non arrivò. Si rese amaramente conto che con ogni probabilità aveva agganciato il tipico vecchio scarpone o qualche altra cianfrusaglia, e disilluso prese a riavvolgere con cautela il mulinello per trascinare a riva l’amo impigliato.
L’oggetto misterioso era sicuramente molto pesante e, per evitare strappi, lo attirò a riva cercando di assecondare il movimento delle onde. Una volta che lo ebbe trascinato ai piedi degli scogli, invece di tentare di sollevarlo, bloccò il mulinello e fissò l’impugnatura della canna in una fessura, quindi discese fino al livello dell’acqua per provare a districare l’amo.
Mentre cautamente scivolava lungo le rocce, con una mano scorreva la lenza. Quando riuscì a distinguere tra la nebbia la superficie dell’acqua si accovacciò su un masso e seguì il filo con le dita per trovare il punto in cui l’oggetto ripescato si era arenato.
Provò a tirare il filo per far emergere l’estremità, ma era troppo pesante e si procurò un piccolo taglio sul palmo della mano sinistra. Si avvicinò allora ulteriormente alla superficie del mare e nel punto in cui la lenza si immergeva nell’acqua vide un’ombra scura che fluttuava lenta, come un groviglio di alghe. Immerse la mano destra nell’acqua fredda e afferrò saldamente quei ciuffi, quindi puntò i piedi con forza sugli scogli e, facendo leva con tutto il corpo, estrasse di slancio l’oggetto sommerso.

Quando vide ciò che aveva ripescato sussultò inorridito e lasciò la presa ritraendo di scatto la mano. Il tonfo sordo della testa che cadeva pesante sugli scogli liberò il grido di terrore che a quella vista raccapricciante gli era rimasto strozzato in gola. Quelli che Mario aveva scambiato per alghe erano lunghi capelli castani, che ora, fradici com’erano, aderivano immobili alla pietra bagnata e al volto pallido che incorniciavano. Da quello stesso volto due pupille nere e dilatate fissavano senza vederlo il grigio della nebbia, alloggiate in occhi distanti, privi di vita e di palpebre. Più in basso, pochi centimetri al di sopra delle labbra sottili, i fori delle narici si aprivano stretti sul viso, nella totale assenza di naso.
Sotto il mento sfuggente Mario vide l’esile collo attorno al quale si era arrotolata la lenza, ma non cercò di districarla. Proseguì con lo sguardo lungo la pelle biancastra, fino a incontrare i piccoli seni morbidi che culminavano in capezzoli turgidi e violacei, poi scese verso la pancia piatta e immobile. Per ultima vide la viscida coda squamosa dai riflessi verdi e viola che terminava con un’enorme pinna caudale divisa a metà laddove si sarebbe aspettato di trovare gambe e piedi.

Una calda sera d’estate di molti anni prima, nel piccolo appartamento in centro che i genitori di lei avevano acquistato come seconda casa, Valentina e Mario erano reduci da una litigata furiosa. Lei aveva urlato e pianto come una diva del cinema, lui aveva alternato fasi di mutismo totale ad accessi d’ira così sproporzionati da sembrare artificiosi. La tempesta emotiva si era infine placata e Mario stava abbandonando l’appartamento quando venne raggiunto alle spalle da un’ultima frase di Valentina, scoccata come una freccia, con l’intenzione di uccidere: «Sai Rouge, sei proprio come le tue poesie, non piaci a nessuno.»

Mario Rossi rimase fermo immobile, forse un’ora o forse una vita, a fissare quella creatura impossibile e putrescente, unica compagnia in quel paesaggio rarefatto, entrambi nascosti dal grigio pudore della bruma.
Invisibili agli occhi, invisibili al cuore.