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Sono stato buono?

SONO STATO BUONO? copertina

Francesca Coppola

Illustrazione di Susanna Parente


«Nave, sono stato buono o cattivo? Compleanno, resta, non andare via.»
Paolo se ne stava seduto sulla poltrona nera, davanti al grande vetro rotto. Immobile come una suppellettile. Farneticava di fatti e conversazioni passate e in tempi diversi. Sotto il vetro c’erano due pezzi di carne e tanto sangue. Del resto aveva sempre creduto che le orecchie avessero una vita propria. Le aveva viste compiere imprese epiche: potevano fare un triplo salto carpiato e, altre volte, essere protagoniste di un evento meno spettacolare e decisamente più drammatico, come quando si attorcigliavano su loro stesse. Un superpotere davvero inaspettato ma che aveva iniziato a comprendere e saper usare.

Poteva farci davvero tutto con le orecchie: l’aveva scoperto intorno ai cinque anni. Sua madre aveva riempito la vasca di acqua prima di chiudere a chiave la stanza da bagno. Era solo e accadeva la stessa cosa. Aveva sentito il suono degli schiaffi e le offese scambiate come punture di aghi. Paolo allora si era tappato le orecchie, poi con un gesto meccanico aveva provato a tirarle via. C’era stata una iniziale meraviglia quando si erano allungate oltre misura. Se le era ritrovate, d’improvviso, fra le mani e non sapeva proprio cosa farci. La prima idea era stata davvero stupida, aveva iniziato a usarle come frisbee. L’acqua schizzava fuori dalla vasca e lui rideva perché le orecchie si allungavano e ritornavano indietro.
Aveva fatto un gran schiamazzo e così la madre era rientrata in fretta sbattendo la porta. I suoi occhi erano freddi e inquieti. Per lo spavento le orecchie erano ritornate a posto in un battibaleno ma l’acqua no. La camera era completamente allagata tanto da far nuotare la paperella sul pavimento.
Paolo aveva dato la colpa alle orecchie e la madre a lui. «Sei cattivo» gli aveva detto e poi erano state botte da orbi. Il bambino provò quasi piacere quando pure le orecchie ebbero la loro parte di frustate. Adesso sapeva di non essere più solo, adesso poteva condividere ogni momento con qualcuno. Passò l’intera notte e quelle seguenti a tirarsi giù le orecchie. E mentre pensava a tutti i modi in cui avrebbe potuto usarle le lanciava su per aria per poi riprenderle.
Aveva smesso di parlare con il ragno elfo. Lo aveva sistemato in un angolino del letto come tutti i balocchi che aveva immaginato di possedere ma che non aveva mai ricevuto. Era davvero uno spasso. Aveva preso qualche sorpresa degli ovetti Kinder e aveva fatto di un orecchio una pista e dell’altro una casa. La noia, però, era sopraggiunta presto.

***

Da qualche mese c’era un odore onnipresente di cipolle in camera, la madre passava ore a friggerle e metterle in ogni pietanza. Una volta trovò una cipolla pure nella tazza con il latte. La madre, si ripeteva che prima o poi avrebbe dato la cera ma la cosa più importante in quel momento era coprire gli odori e friggere le cipolle era la soluzione a tutti i problemi. In certe circostanze pensava davvero che sua madre avesse la risposta a tutte le domande!
«Devi mangiare meno zuccheri perché sono i nemici del sangue! Se fai il buono, avrai una caramella e non una in più, perché poi l’ossigenazione va in affanno e pure pensare diventa difficile!»
«Perché solo una caramella mamma?»
«Prova a mettere un transatlantico in un canale, vedi che succede.»
«E che succede alla nave?»
«Transatlantico Paolo! E comunque non può starci, proprio come lo zucchero che diventa carie in un dente!»
E non si finiva più. Le cipolle erano antibatteriche e antinfettive, incarnavano l’eroe che combatteva contro i vermi intestinali. Nel giorno del suo decimo compleanno sua madre aveva confessato di avere un verme in corpo, in quel preciso momento smise di ascoltarla. Paolo poteva credere alle proprietà delle cipolle, alla storia mostruosa degli zuccheri ma al fatto concreto di trovare nelsuo corpo dei vermi, decisamente no, ne era sicuro. Una volta, ricordò di averne visto uno strisciare per terra, proprio sul pavimento di casa. Così aveva tappato le orecchie, le aveva allungate e si era ritrovato a morderle. Rosicchiando, rosicchiando aveva scoperto che alcune volte sapevano d’anice, altre di limone. Si era impegnato oltremisura ma non aveva mai sentito il gusto perso del lampone. L’ultima volta che aveva mangiato una vera caramella al lampone era stato al suo compleanno, gliel’aveva lanciata suo padre dopo aver vinto una mano al poker, nelle sale dei giochi online. Aveva gridato «Quattrocento!» prima di perderne il doppio nella mano successiva. La mamma aveva iniziato a urlare, aveva preso la padella piena d’olio e l’aveva versata sul computer. Non ricordava molto di quel giorno, perché in preda allo spavento era corso in camera e si era allungato le orecchie attorno al corpo convinto di potersi proteggere.
«Non andare via» aveva detto singhiozzando mentre estendeva ancora di più un orecchio e lo accarezzava.

***

Dalla poltrona nera, il rosso rappresentava in maniera perfetta la fine. Sedici anni appena compiuti e sei dalla morte del padre.
Paolo era sempre più immobile. Il vetro rotto aveva segnato la linea di demarcazione. Gli occhi della madre erano aperti sul pavimento poco lontano. La verità era feroce: non aveva nessun superpotere.
Le orecchie avevano le fattezze di un gabbiano che non sorvolava più il mare e per questo diventava mostro se invece di un pesce agguantava un cane.