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Spin Time

SPIN TIME copertina

Martina Melli

Illustrazione di Erica D’Iseppi


Questa è una storia senza respiro.
O meglio una dinamica circolare e asfissiante. Relazionale, chiaramente. Una relazione contorta e ambigua, che, sebbene intima, non ha mai potuto sfociare in un rapporto sessuale.
I protagonisti sono Lei e Lui. Hanno frequentato il liceo insieme e nonostante un approccio svogliato, si sono attirati come poli opposti di due stilo non ricaricabili, influenzandosi fino quasi a coincidere come comanda il sussidiario dell’adolescenza.
Non è una storia poiché mai ci fu un evento significativo.
Forse si avvicina più a un processo di elaborazione; oppure è un monito, affinché i progressi fatti vengano consolidati internamente e non sia possibile perderli per strada, a causa di quella tendenza a dimenticare i dolori come si dimentica un’intossicazione alimentare quando si torna in salute.
Lei sono molte donne. Quanto a Lui, spero non possiate identificarlo con nessuno di vostra conoscenza. Lui è un uomoverbo… che mai venga a farsi carne sul vostro cammino.
Loro due, a trentun anni, una serata di fine ottobre.
Lei era stata innamorata di Lui dalla fine del ginnasio fino a un paio di anni dopo il liceo. Se ne era accorta durante un viaggio d’istruzione a Siviglia e per i due mesi successivi aveva pensato al da farsi. Aveva poi trovato il coraggio per una specie di dichiarazione e riutilizzato lo stesso coraggio per metabolizzare il rifiuto.
Lui, nonostante la risposta “sei solo un’amica”, non aveva potuto smettere di darle e toglierle affetto e attenzioni.
Lei si era liberata solo al secondo anno di università, dopo aver tagliato ogni contatto e affrontato un piccolo lutto.
Grazie a quella rottura obbligata entrambi erano riusciti ad avere relazioni sentimentali e rapporti sessuali con terzi.
Riflettendoci, Lei si era fatta coinvolgere dal suo senso dell’umorismo intelligente e lieve, dai tocchi soffici sulla testa, di sfuggita, mentre rientravano in classe dalla ricreazione; dal fatto che si divertissero ed emozionassero agli stessi stimoli. La complicità che ne era scaturita l’aveva spinta a fantasticare.
In quasi due decenni di incontri, via via più rari e diradati, avevano condiviso ragionamenti e riso all’unisono, si erano abbracciati, tenuti per mano e confidati parte delle proprie sensibilità, ma non era mai successo niente.
Per Lei, fare i conti con questo rapporto a metà tra l’amicizia e l’amore aveva anche significato acquisire consapevolezza interiore grazie a un lungo percorso di analisi che oggi era condotto dalla terapeuta numero due.
Ancora Lei, aveva sempre avuto difficoltà di contenimento. Voleva che qualcuno fosse tanto esperto di immersioni e spericolato da lasciarsi trascinare nei suoi vortici, fino a toccare quel fondale che Lei in primis ignorava quanto giù si trovasse, ma che era certa esistesse.
Solo che nessuno c’era mai arrivato. Non capiva il perché, e pensava che forse, una volta raggiunto il fondo, si venisse colti dall’euforia del sub e si annegasse miseramente.
Lui era quello che si era immerso più di tutti, senza mai arrivare dove Lei aveva cercato di spingerlo. Persino Lui, che la conosceva così bene, che era dolce e romantico, persino Lui arrivato a un certo punto mollava la presa e l’impresa e, senza troppi complimenti, con vigorosi e offensivi colpi di pinna ritornava a galla.
Lui, creatura misteriosa. Senza alcun dubbio sconosciuta a tutto l’albo degli psicologi romani. Nessuno lo aveva mai avuto in cura, eppure entrambe le analiste della ragazza ritenevano che quel personaggio da cui era stata ossessionata per lungo tempo ne avesse un gran bisogno.
Ma veniamo a quella sera di ottobre.
Lei era uscita con un gruppetto di amiche con cui da quattro mesi frequentava certi locali della Capitale, ogni weekend e festa lavorativa. Di certo non era più l’adolescente bambina dai grandi ideali, e neppure la diciottenne incastrata, agonizzante nei vani tentativi di capire se quel ragazzo la ricambiasse. Adesso che aveva trent’anni, alle spalle una lunga relazione, una altrettanto lunga esperienza di vita all’estero e un paio di divertenti incontri occasionali con maschi di nazionalità diversa dalla sua, poteva uscire la notte e interagire con i simili senza esitazioni e con disinvoltura ora che apparteneva alla sfera bella della normalità.
Quella sera Lei e le amiche erano in un locale a bere e a lasciar andare le braccia in alto, a rilassare la testa di lato mentre gli occhi si chiudevano su un momento x delle tracce trasmesse dal deejay. Quella sera i due avevano iniziato a scambiarsi messaggi diretti su Instagram. Qualche giorno prima il ragazzo l’aveva pregata di coinvolgerlo nella sua vita sociale. Per questo in quell’occasione Lei gli aveva comunicato i loro piani, nel caso avesse avuto voglia di raggiungerle.
Da quel “Io sto andando allo Spin Time” avevano portato avanti lo scambio fino a quando, dal nulla, Lui aveva inviato un “vorrei leccartela”, dando il via a un sexting giocoso con intermezzi di tenerezza, come quando Lei lo aveva invocato: “se mi vieni a salvare te la dò.”
Negli ultimi anni i loro rapporti si erano semplificati notevolmente. Non solo: gli scambi scherzosi avevano preso una predominante coloritura sessuale, come se ormai, a partire dalla perdita della verginità, grazie alle storie avute con altri e all’età anagrafica a cui bisognava piegarsi, tutto quel vissuto, il loro fortissimo legame e quella tensione amorosa in potenza, fossero scomparsi senza lasciare traccia.
“Dove sei” le aveva chiesto a quel punto; per poi aggiungere: “Ok arrivo.”
Da pochissimo aveva iniziato a percepire la propria ubriachezza e di conseguenza a trascurare le circostanze esterne: si sentiva libera e menefreghista come ci si può sentire il sabato sera con tre moscow mule in corpo. Pensava: “Ma sì dai. Quello che succede succede. Manco mi piace. Non provo più nulla da decenni però è Lui, quando stiamo insieme qualcosa si riaccende, abbiamo intimità e non c’è mai stato niente. Il che è assurdo.”
Le sue ultime frequentazioni erano state fallimentari, solite trafile che conosciamo tutti: tizio ti approccia, ti chiede il numero, ti scrive, sembra che in te veda la Madonna; scambio di messaggi per un paio di settimane, a volte si esce, a volte si scopa, a volte nessuna delle due e poi ghosting.
The end.
Questo per giustificare la sua noia amareggiata e specificare come pensasse di non avere niente da perdere con l’amico del liceo. In fondo quella lunga amicizia era sempre stata una baraonda: un Natale di dieci anni prima i due si erano scritti e regalati una canzone (Lui a Lei) e una poesia (Lei a Lui), e poco tempo dopo (per via della rottura coatta e il lutto di cui sopra) avevano smesso di essere amici. E ancora dopo risolto definitivamente.
Se i loro rapporti non si erano deteriorati senza via di ritorno fino a quel momento, non c’era da temere. E se anche il “finoadalloragrandassente” avesse stravolto gli equilibri, non gliene fregava un fico secco. Lui non faceva più parte del suo quotidiano da tanto tempo.
Al suo “Ok arrivo” aveva sorriso allo schermo dell’Iphone, lo aveva riposto nella borsa e ripreso a ballare. In pista, circondata da sconosciuti e dalle sue amiche inebriate, aveva ragionato sul fatto che forse, a quel punto, qualcosa sarebbe finalmente successo. Non ne era CONTENTA, ma era curiosa e desiderava divertirsi senza dare il solito ponderatissimo peso ad ogni minima scelta.
Un po’ d’ansia e un po’ di entusiasmo per la libertà, la mancanza di senso e i molti rischi di una simile prospettiva.
Dopo una ventina di minuti le arriva un whatsapp: è Lui che le dice che gli amici non vogliono entrare perché il biglietto di ingresso costa venti euro e che quindi vanno a farsi un giro in piazza.
Con una punta di orgoglio ferito risponde: “Ok, ciao.”
Accenna la situazione alle altre che si dicono propense a uscire per mangiare un panzerotto.
Gli riscrive: “Dove siete? Vi raggiungiamo.”
Nel tragitto dal locale al forno dell’appuntamento cammina a passo svelto, allegrotta, con lasciva noncuranza coadiuvata dall’alcol scadente.
Percorse poche centinaia di metri pensa: “Sta per succedere. Dopo tutti questi anni di minuetti forse stavolta ci sarà effettivamente qualcosa.” Ironica, tra sé: “Wow.”
Lo vede in fondo alla strada in prossimità del forno, appoggiato a una Toyota Aygo verde scuro, in mezzo a un gruppetto di gente.
Gli si avvicina sentendosi strana e leggermente nervosa; Lui si muove imbarazzato come del resto gli capita spesso nella vita, la saluta e con la stessa riserva di fiato inizia il racconto di una fantomatica festa dove una diciannovenne aveva proposto a Lui e a un amico suo di scopare. Proposta a cui avevano risposto di no per via delle circostanze: «Sai stavamo così, distrutti, sbragati sulle scale… quella era sbronza» Aveva tuttavia rassicurato la ragazzina che gli sarebbe piaciuto tanto.
La verità è che Lei era stata contattata o accolta con questo genere di aneddoto in tante occasioni. Era qualcosa a cui era abituata non riuscendo ad abituarcisi. Era solita anche ricevere una lista senza sbavature e senza fine di attrici, modelle, cantanti, tenniste e conoscenze comuni da cui Lui era attratto.
Non era delusa; era solo incredula di quanto fosse patetico il tutto: si erano scambiati inviti sessuali, si erano venuti incontro ed erano anni che Lui buttava là, non proprio scherzando, di fare sesso. E per anni Lei aveva continuato a glissare con affannata cortesia. Cortesia dovuta al fatto che non aveva mai realmente provato una grande attrazione fisica nei suoi confronti.
I commenti al racconto e la conversazione erano andati avanti un altro po’ fino a quando i relativi compagni di serata li avevano abbandonati e i due erano rimasti soli nel cuore di San Lorenzo alle tre di notte.
Avevano continuato a ridacchiare e ad aggiornarsi per un’altra mezz’ora. Camminando, si erano fermati a parlare in piedi, uno di fronte all’altra, e Lei aveva pensato: “Dunque? Se tipo lo bacio? ’Sti cazzi, lo faccio io. Non capisco neanche se mi va ma ti pare che non siamo in grado di oltrepassare i liceali bloccati che eravamo? Dai sorprendimi…”
Stanca, si era poi risposta: “Ma no… è sempre la solita storia, il solito aborto, lascia perdere”, con quell’impalpabile e nitido senso di sterilità che tanti anni prima aveva imparato a detestare.
Arrivati in prossimità della macchina di Lei, la ragazza si era offerta di accompagnarlo ma Lui aveva rifiutato sbrigativo, deciso e un po’ impacciato, per ben due volte.
Lo aveva quindi salutato e si erano divisi.
Ferma al semaforo rosso di Porta Maggiore, lo aveva intravisto camminare in lontananza con quel passo goffo da orsacchiottone – come usavano chiamarlo le professoresse – e lo metteva a fuoco in tutta la sua impossibilità.
Ora lo vedeva lucidamente, sempre identico a se stesso, come un fermo immagine del 2004.
Aveva la percezione che quella sera avessero raggiunto il confine ultimo a cui fosse possibile arrivare. Al cospetto delle colonne di Ercole per accorgersi che dall’altra parte non c’era nulla: solo il telone del finto orizzonte di Truman.