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The Face

THE FACE copertina

Simone Redaelli

Illustrazione di Edoardo Rubatto


«Devi capire che i tempi di The Face sono finiti» dice il mio agente. Siamo seduti da Savini, sotto la Galleria, in attesa che un cameriere in smoking nero ci serva un pranzo da qualche centinaio di euro che non toccherò, e mentre parla si allenta la stretta della cravatta, che evidentemente gli sta segando le carotidi. «Non esiste più il fotografo di talento che fa due scatti a una poveretta in riva al mare e la scaraventa nel mondo dei sogni!» Inizia a sudare. «Quale era la band più in voga negli anni Novanta?»

«I Nirvana» faccio io.

«E che cos’hanno in comune Kate Moss e i Nirvana?»

«Il grunge.»

«That’s my boy! Avresti dovuto studiare all’università.» E mi dà una bella pacca sulle spalle.

Sì, avrei dovuto.

«All’epoca, le cose accadevano per una ragione. Secondo te, un avanzo di galera come Marky Mark, uno che a sedici anni si fece arrestare per aver lapidato un gruppo di bimbetti afroamericani indifesi, ecco, uno come lui, al giorno d’oggi, che fine farebbe? Non fosse stato per quella campagna trasgressiva con Calvin Klein…» Finge di riflettere. «Secondo te, un deficiente del genere, oggi, verrebbe mai scritturato per un capolavoro come Boogie Nights?»

Io sono come Marky Mark.

«Qual è il vero nome di quel deficiente by the way?»

«Mark Wahlberg» rispondo io. Io sono come Mark Wahlberg ma senza una carriera cinematografica.  

«Lo capisci?» sta parlando a sé stesso ormai, i capelli imperlati di sudore, «Calvin Klein ti dava un fottuto volto! Oggi…» inizia a parlare sottovoce, sembra stia evocando uno spirito «oggi li pescano sul web, li stanano quando ancora non hanno un pelo sul pube. Non ci sono più gli editori: è tutto orizzontale, imprevedibile… uno vale l’altro!» Mi scuote afferrandomi per una spalla, poi crolla esausto sulla sedia: «Uno vale l’altro, ma non lo capisci!»

*

Alle due del pomeriggio la luce bianca di Piazza del Duomo è accecante e devo ripararmi gli occhi dietro i miei Prada Symbole.

Stiamo per andare ognuno per la sua strada quando, sotto una statua di Vittorio Emanuele deturpata da escrementi di piccione, il mio agente tira fuori da una tasca della giacca quello che ha l’aria di essere un contratto, e me lo allunga. «Firmalo.»

Tentenno giusto il tempo che mi serve per rendermi conto che un manipolo di ragazze giapponesi s’è piantato davanti alla statua ed è in procinto di farsi un selfie. Preoccupato, afferro il mio agente per un braccio e levo me e lui appena in tempo dalla traiettoria dello scatto. Scribacchio la mia firma senza nemmeno leggere.

Il mio agente guarda le orientali, poi guarda me. Sorride e mi fa: «That’s my boy!» allontanandosi verso via Torino.

*

«Tesoro, com’è andata con Spada?» chiede mia moglie Manuela, al mio rientro a casa.

Al centro del salotto abbiamo un enorme acquario tropicale a forma di S e, al momento, lo sto ispezionando roccia per roccia perché non riesco a trovare il mio esemplare di Chaetodon daedalma. Originario del Pacifico occidentale, volgarmente detto “pesce farfalla in ferro battuto”, è caratterizzato da un’elegante livrea di colore grigio metallico che ricorda la pelle lucente di un serpente. L’ho pagato 2.700 euro e ho il terribile presentimento che non stia mangiando. «Bene, ma… per caso hai dato il cibo al mio Campione oggi?»

«Lo sai che non tocco quella roba.»

«Lo hai almeno visto nuotare?» mi esce un lamento.

«Ettore, tutti i pesci nuot… Oh Gesù!»

Mi volto verso la cucina a vista: Manuela indossa una tuta da running e al polso porta un Apple Watch; impugna un centrifugato di kiwi e lamponi, al quale avrà di certo appena aggiunto una spruzzata di zenzero. I suoi capelli sono raccolti in una lunga coda di cavallo. Sta guardando l’ora attraverso le lenti azzurre dei suoi DIORCLUB M1U.

«Mi aspettano da Haquos!» esclama poi, afferrando il suo iPhone.

«Haquos?»

«Un nuovo centro estetico.»

«Te l’ha suggerito la tua agente?»

«No caro, Chiara Ferragni.» E mentre mi dice quel nome che non so collocare nel tempo e nello spazio, mi si avvicina in fretta, mi pianta fra le mani il telefono e scompare in camera da letto gridandomi: «Vai tu a prendere Clelia a scuola!»

Mi ritrovo a guardare un video su Instagram di una trentenne dall’aspetto accettabile che sotto una musichetta da quattro soldi sta facendo il tour di quello che dev’essere il nuovo centro estetico di cui parla mia moglie: 1 milione e 354 mila visualizzazioni.

All’improvviso mi sento talmente obsoleto che provo il bisogno immediato di correre in bagno.

In una delle pareti a mattoni vivi dell’ampio box doccia, proprio di fronte al soffione quadrato d’ottone con finitura in nichel spazzolato, abbiamo fatto incastonare un imponente specchio.

Fra i vapori della doccia, con l’acqua tiepida che mi scorre sul corpo, mi osservo riflesso mentre sfioro le linee perfette del mio six pack.

Adesso sto davvero una favola!

Rientrando in salotto, il mio sguardo cade sull’acquario e finalmente intravvedo un bagliore argenteo fra il verde di una Limnophila sessiliflora.

Eccolo il mio Campione. Sorrido per la prima volta da quando mi sono alzato stamattina.

*

Proprio in cima al 12oz di piazza Guglielmo Oberdan, sopra la facciata del palazzo che guarda verso Porta Venezia, troneggia il cartellone pubblicitario di un intimo maschile in cui lo slogan “Bello a modo tuo” accompagna il busto scolpito di un giovane privo di collo e testa.

Imbocco viale Majno e posteggio in doppia fila. Mia figlia quindicenne va alla Scuola Europa.

«Come è andata oggi?» le chiedo, mentre la sento sistemarsi sui sedili posteriori. Punto il mio sguardo sullo specchietto retrovisore.

«Quella puttana di Claudia mi ha spezzato un’unghia!»

«Quale?»

In tutta risposta alza il dito medio della mano destra mettendo in bella vista un parterre di unghie finte dal color rosa maialino.

Disgustato, riporto gli occhi sulla strada e mi metto a guidare. «Ma non siete amiche?»

«Eravamo amiche, prima che la puttana se ne andasse in giro per tutta la scuola dicendo che il suo make-up nei miei video è il migliore che si sia mai visto su TikTok Italia! È a quel punto che le ho messo le mani addosso.»

«TikTok?» riesco a chiedere.

«La puttana è invidiosa.»

«Tu hai TikTok?»

«No, papà, non ho TikTok. Ho un profilo da 20.000 follower su TikTok.»

In quel momento sono quasi in piazza Cinque Giornate e faccio per spostarmi nella corsia di sinistra, visto che voglio girare verso viale Premuda, ma dimentico di mettere la freccia e un tizio al volante di una Panda, che sopraggiunge proprio in quel momento, dà due sonori colpi di clacson. Mentre controsterzo e mi tengo nella corsia di destra, mi ritrovo a inchiodare al semaforo rosso prima della Coin. La Panda mi affianca. A quel punto, giro la testa verso il conducente che ha abbassato il finestrino e nel silenzio del mio abitacolo lo vedo agitarsi e sbraitare. Tiro giù il vetro.

«… Senti Ken, ti parlo in una lingua che forse riesci a comprendere: avrai anche tutti i soldi del mondo, ma che ne dici di imparare a guidare da qui al prossimo semaforo? Ah, e non credere che il fatto che tu sia ricco e bello in qualche modo ti giustifichi! Guarda un po’ questo imbecille, guida una classe S e pensa di poter fare il cazzo che vuole per la strada!»

Sento il finestrino abbassarsi alle mie spalle.

«Ehi, figlio di puttana, ma lo sai che l’uomo qui al volante, mio padre, è stato per cinque anni il modello di punta di Dolce&Gabbana, tre volte volto dell’anno di Fendi e due volte testimonial della linea Polo di Ralph Lauren?»

«E a me che cazzo me ne frega?» In quel momento scatta il verde e la Panda riparte in direzione corso 22 Marzo.

Io sto quasi per accodarmi ma lo sguardo mi cade, proprio al centro della piazza, su uno di quei totem girevoli che delimitano le banchine dei tram, sul quale sta stampata una locandina che ritrae una Margot Robbie biondo platino al volante di una decapottabile rosa shocking, assieme a un patinato e seminudo Ryan Gosling appoggiato sulla carrozzeria. Sorridono entrambi.

La locandina recita: “Barbie, un film di Greta Gerwig”.

Decido di tirare dritto per viale Regina Margherita.

*

Sono nel reparto di Neurologia del San Raffaele. Mia madre è sdraiata a letto e, vedendomi entrare in stanza, mi chiede: «Sarai bellissimo, non è vero?»

E io le rispondo, avvicinandomi: «Certo, mamma.»

Poi lei mi accarezza il viso, sorride con occhi vuoti e mi dice: «E tutti ti ameranno…»

Annuisco.

Allora mi chiede: «Sarai bellissimo, non è vero?»

E io le rispondo: «Certo, mamma.»

Poi lei mi accarezza il viso, sorride con occhi vuoti e mi dice: «E tutti ti ameranno…»

Annuisco.

Allora mi chiede: «Sarai bellissimo, non è vero?»

E io le rispondo: «Certo, mamma.»

Poi lei mi accarezza il viso, sorride con occhi vuoti e mi dice: «E tutti ti ameranno…»

Annuisco.

Andiamo avanti così in loop per l’intera durata della visita.

Esco dal reparto al tramonto e mi ritrovo nel giardino del Campus Universitario. Piango per cinque minuti davanti a un Bigarreu Burlat tempestato di petali bianchi: è un albero che fiorisce a inizio marzo e genera fiori penduli dagli stami dorati, ai quali fanno seguito ciliegie dal colore rosso scuro e dalla polpa rosa e dolce, che raggiungono piena maturazione già a metà maggio. Per queste caratteristiche, è una varietà di ciliegio particolarmente indicata come pianta decorativa per ambienti ludici e ricreativi.

Nel parcheggio dell’ospedale, mentre tiro fuori le chiavi dell’auto da una tasca, mi sfiora il pensiero di buttarmi sotto a un SUV che mi sta passando a fianco, sfrecciando verso l’uscita. Ma l’istinto non dura che un attimo, perché subito ripenso a mia figlia Clelia. E sorrido per la seconda volta da quando mi sono alzato stamattina.

Il mese prossimo ha la sua prima passerella.