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La terza multa

LA TERZA MULTA copertinaa

Stefano Salvi

Illustrazione di Susanna Parente


Capii che Marco mi amava ancora al terzo divieto di sosta. I primi due erano arrivati a distanza di pochi giorni, dopo circa un mese che lui era sparito con la mia macchina. Avevo provato rabbia, frustrazione, mi ero sorbita i rimbrotti un po’ razzisti delle mie amiche – «Marco è romano» – e alla fine li avevo pagati a Verona, perché nei tabaccai qui a Villafranca, dove mi conoscono tutti, non mi andava di andare e dover spiegare cosa ci faceva la mia macchina a Roma mentre io giravo in bicicletta.

Fu dunque solo alla terza multa che iniziai a sospettare qualcosa, quando mancava poco che andassi a denunciarlo ai carabinieri fomentata dalle mie amiche. A loro Marco non piace perché è romano. E i romani secondo loro sono tutti grezzi e inaffidabili. Ma a dirla tutta a loro non piaceva nemmeno Amarildo perché era albanese e beveva. Giovanni perché era calabrese e beveva, mentre ovviamente Matteo anche se beveva era ok, perché era veneto, anche se mi spedì in ospedale con un occhio nero e tre costole rotte.

La terza multa a prima vista non aveva nulla di diverso dalle altre. Anche questa veniva da Roma e anche questa era un divieto di sosta che mi sarebbe costato 48 euro. Fu però l’indirizzo riportato sulla notifica a mettermi la pulce nell’orecchio. Avevo da poco staccato dal turno di mattina al bar, ero in treno diretta a Verona per pagare la multa e non avendo nulla da fare oltre a subire la piatta Pianura Padana che mi scorreva di lato, quindi riaprii la busta e mi misi a leggere il verbale. “Via di Malafede 114”. Era lì che era stata accertata l’infrazione. Un nome curioso, una toponomastica insolita, ma quello che mi stupì fu una strana coincidenza. Non mi accusava continuamente Marco di essere in malafede? Non era questa la parola che più ricorreva quando cercava di arginare la mia gelosia? E non era proprio la mia macchina a trovarsi in malafede o meglio a non doversi trovare in quella via come diceva il foglio che tenevo in mano?

Arrivata in stazione rimasi sul treno per dirigermi in direzione opposta e una volta a casa andai a cercare quell’indirizzo su Google Street View. Non c’era praticamente nulla. Da un lato della strada sterpi e rovi, dall’altro lato una rete metallica tenuta su con dei paletti di cemento, un marciapiede sconnesso e invaso da vegetazione e immondizia, e in lontananza dei pini, l’insegna di un supermercato e qualche grigio condominio. Cosa ci faceva lì Marco? Cosa lo aveva spinto a lasciare la macchina in un posto tanto desolato e per di più – stando all’orario riportato – alle 14.35? Che avesse un’amante in zona? No, più guardavo quella strada e più mi convincevo che qualcosa non tornava. Dovevo andare al fondo della questione e così iniziai a pormi delle domande.

Indubbiamente una multa è una sanzione pecuniaria dovuta alla violazione del codice della strada. Ma questo è un modo superficiale di vedere la cosa, perché contempla un solo e unico punto di vista: quello dello Stato. Cosa significava invece quella multa per Marco era tutto da scoprire e per riuscirci dovetti sforzarmi di smettere di ragionare con la mia testa e provare a farlo con quella di un artista – sì, Marco è un artista, “non solo romano”, per dirla con un’espressione molto cara alle mie amiche. 

Per prima cosa ripescai gli indirizzi delle prime due multe dalla chat con le mie amiche sulla quale – benedetta me – le avevo condivise. “Via Ernesto Boezi” e “Via Rodengo”. Stavolta i nomi sembravano del tutto ordinari e lo stesso Google me lo confermò. Un musicista morto nel 1946 e un comune del Trentino-Alto Adige di poco più di mille abitanti. Nulla che riguardasse la nostra relazione. Anche i numeri civici, 33 e 28, non mi dicevano molto. Marco in effetti ha 28 anni, ma io ne ho 26, quindi anche qui non c’era niente che potesse riguardarci. Tornai su Street View. In entrambi i casi un classico quartiere residenziale. Piccole strade, alcune villette a schiera, prati, diversi segnali della presenza di una pineta. Fu quando stavo per demordere che mi resi conto che i due indirizzi distavano tra di loro poco più di un chilometro, un dettaglio che a prima vista mi era sfuggito perché avevo effettuato le ricerche su due finestre di navigazione diverse. Provai allora a cercare in rete se nei giorni corrispondenti alle multe ci fossero stati dei mercatini nei paraggi. Marco è un artista, un videoartista per la precisione, ma per sbarcare il lunario produce e vende gioielli di vario tipo, dettaglio sul quale le mie amiche non hanno mai avuto nulla da ridire perché si son fatte spesso omaggiare con collane e bracciali. A ogni modo, per tornare alla mia ricerca, quello sembrava il classico posto dove Marco si sarebbe potuto trovare per lavoro. E invece no, non scoprii nulla di nulla, non sembravano esserci stati mercatini o fiere e stavo di nuovo sul punto di arrendermi, per convincermi che si trattasse solo di un mio abbaglio, di una mia allucinazione o proiezione dovuta all’incapacità di accettare quell’abbandono, quando, allargando lo zoom su quelle strade, mi resi conto che quel quartiere si chiamava “Infernetto”. 

Una multa è l’infrazione di un codice e un divieto di sosta attesta che una vettura è parcheggiata in un posto dove non dovrebbe trovarsi. Ma le vetture sono solo dei pezzi di ferro e plastica e altri materiali senza intenzionalità. Sono le persone che scelgono come muoverle e, soprattutto dove parcheggiarle. Marco sapeva che, essendo la macchina di mia proprietà, queste multe sarebbero arrivate a me e lui inoltre non è una persona normale, ma un videoartista: stando a quanto recita la scheda di una sua opera esposta qualche mese fa in una galleria di Treviso, “il suo lavoro si configura come un’esplorazione filmica che indaga gli aspetti epistemologici ed etici del rapporto tra dispositivi di controllo, tecno-scienza e società”.

Ho esposto la ricerca alle mie amiche. Ho allegato nella chat anche la scheda di questa sua opera e gliel’ho descritta alla bell’e meglio. Credo mi abbiano presa per pazza e hanno insistito perché mi decidessi a denunciare il furto dell’auto. Ma non l’ho fatto. Non potevo. Marco mi stava parlando. Lo faceva a modo suo, da artista, rifletteva sulla nostra relazione e non potevo escludere che tutto questo fosse oggetto di una sua qualche nuova opera, possibilità che mi faceva emozionare al solo pensiero. Così non solo non lo denunciai, ma pagai anche la terza multa e mi misi in attesa del nuovo messaggio, che infatti non tardò ad arrivare. Quando vidi che la quarta multa veniva da via della Penitenza scoppiai in lacrime e gli inviai un lungo messaggio vocale nel quale gli dissi quanto mi dispiaceva che se ne fosse andato, che avevo esagerato a dubitare di lui, che lo perdonavo, che non mi interessava della macchina, che l’unica cosa che volevo era che tornasse da me, perché io sarei rimasta ad aspettarlo per tutto il tempo necessario. Solo dopo aver inviato il messaggio mi resi conto che questa via si trovava a due passi dal carcere di Regina Coeli e sul momento mi prese un tuffo al cuore all’idea che potesse esser stato arrestato, ma poi realizzai che in galera ci arrivi su una volante delle forze dell’ordine e non guidando te, così mi tranquillizzai e aspettai un suo nuovo segno. Marco visualizzò il mio messaggio quasi subito ma non rispose che dopo due settimane. Anche lui mi amava, ma aveva bisogno di un periodo di tranquillità dopo tutti i nostri litigi. Mi chiedeva tempo, di andarci piano, perché rischiavamo di precipitare le cose. 125 euro più la decurtazione di quattro punti dalla patente: l’ultima multa fu per eccesso di velocità.